I Bee Gees (da sinistra, Maurice, Robin e Barry) cantano a Miami Beach, il 6 novembre 1979 (AP Photo/Phil Sandlin)

Dieci grandi canzoni dei Bee Gees

Da riascoltare oggi che Barry Gibb, l'ultimo rimasto, compie 70 anni

I Bee Gees (da sinistra, Maurice, Robin e Barry) cantano a Miami Beach, il 6 novembre 1979 (AP Photo/Phil Sandlin)

Oggi compie 70 anni Barry Gibb, cantante, compositore, produttore discografico e fondatore dei Bee Gees insieme ai suoi due fratelli Robin e Maurice. È l’unico musicista della band ancora vivo. Insieme ai suoi fratelli ha scritto canzonette perfette e pezzi discomusic rimasti legati per molti a “tranvate sentimentali da campionato”, come ha scritto Luca Sofri, peraltro direttore del Post, scegliendone dieci per il libro Playlist, la musica è cambiata.

Bee Gees
(1958 – 2003, Brisbane, Australia)
I tre fratelli Gibb erano gli immortali del pop, poi morirono Maurice nel 2003 e Robin nel 2012. Inglesi, traslocarono da bambini in Australia ed ebbero là i primi successi, bambini. Poi divennero autori ed esecutori di canzonette perfette a neanche vent’anni, e a trenta si reinventarono con la discomusic e la febbre del sabato sera, sempre imbattibili nell’armonia del coretto. Accantonati come troppo frivoli per una fase dura e pura della storia della musica contemporanea, sono stati poi rivalutati in (quasi) tutta la loro carriera, compreso Springsteen che fece Stayin’ Alive dal vivo. Andy, quarto fratello cantante, era morto a trent’anni dopo molti guai di droga.

I started a joke
(Idea, 1968)
Una tragedia. Lui fa questo scherzo, tutti si incazzano, e lui si rende conto che lo scherzo peggiore lo ha fatto a se stesso. Fino a che non muore, e gli altri sono tutti contenti. Probabilmente non significa niente, come ebbe a spiegare lo stesso Robin Gibb, una volta. Quindi dimenticatevene: la melodia è meravigliosa (ce n’è una grande cover rock dei Faith no more).

I’ve gotta get a message to you
(Idea, 1968)
Le vicissitudini postali delle storie d’amore in musica sono state affondate dall’avvento delle nuove tecnologie, e dell’e-mail in particolare. Anche se è vero che Elvis potrebbe ancora scrivere “Return to sender”, adeguandola in “User unknown” (Elvis è vivo, certo. Elvis è vivo, certo?). Qui la cosa si fa più grave, perché lui questo messaggio glielo deve far avere per dirle che tra un’ora la sua pena di morte sarà eseguita (ha fatto fuori qualcuno), e “non ha il gettone per il telefono”. Per l’ascoltatore la condanna morale va comunque al prete che non gli ha prestato il gettone.

How can you mend a broken heart?
(Trafalgar, 1971)
Aveva qualcosa di soul (enfatizzato nella celebre cover di Al Green) e qualcosa di western nel ritmo della chitarra, e qualcosa di tutto. Il tema è il solito di sfigataggine sentimentale giovanile, il ritornello è un classico (“Come pensi di riparare un cuore infranto? Come pensi di impedire al sole di splendere?”), ma il momento perfetto si innalza quando fa “we could never see tomorrow…”. “Niente di che, l’ho scritta in un’ora” disse poi Robin Gibb.

Run to me

(To whom it may concern, 1972)
È evidente che lei non correrà mai da lui, e se anche lo farà sarà solo per tirarlo scemo ancora di più in una pausa tra un fidanzato (più grande, con la macchina) e un altro (più grande, con la macchina). Ma sono scoperte che si realizzano solo dopo, passata la trentina. La ballata è stupenda, uno potrebbe andare avanti a cantare il ritornello per giorni.

My world
(Best of Bee Gees, vol.2, 1973)
Stesso trucco di “Run to me”: ritornello a cascata che non te lo stacchi più. Tanto che la strofa è una delle più brevi di tutti i tempi: dopo 35 secondi è già partito “my world is your world…”. Ma questo non significa che siano da meno il primo verso stesso, “don’t shad a tear for me”, e l’imprevedibile entrata a gamba tesa: “I’ve been crying…”. Questi erano bravi, fidatevi.

Nights on Broadway
(Main course, 1975)
Stava iniziando la fase dance dei Bee Gees, e l’avvento del falsetto di Maurice, in uno gnegne generale strepitoso. Grandi canti e controcanti. Il passaggio dove tutto prende un ritmo languido e lui dice “I will wait…” è formidabile quanto il momento dove rientra il ritmone (occhio al basso).

I just want to be your everything
(Flowing rivers, 1977)
Molto Bee Gees dell’era disco, Barry la scrisse per Andy, il fratellino piccolo che a 19 anni aveva già una sua carriera solista. Divenne un idolo delle ragazzine di mezzo mondo.

How deep is your love
(Saturday night fever, 1977)
Poi ognuno se le vive a modo suo, ma io ero troppo giovane per andare nelle discoteche e già vecchio abbastanza per prendere delle tranvate sentimentali da campionato. Quindi alla fine, di quel disco con John Travolta sull’epica copertina non mi restano attaccate né “Stayin’ Alive” né “Night Fever”, ma il momento in cui loro cantano “and it’s me you need to show”.

Living together
(Spirits having flown, 1979)
Era un disco con momenti piuttosto roboanti, a cominciare da “Tragedy” (ma quante sillabe ci mettevano, in quel “tra-ge-dy!”?). Ma qui sono straordinari nel coniugare l’inizio trombonesco, il ritmo funky e il passaggio melodico e liberatorio “my life was emptiness, until you came along”.

Spirits having flown
(Spirits having flown, 1979)
Questa canzone ha tre cose. Una strofa insulsa, ma con un ritmetto di bonghi sotto niente male. Un ritornello aggressivo malgrado i falsetti, con tanto di “I am your hurricane”, neanche fossero Bob Dylan o Neil Young. E un buffo e appiccicosissimo riff.