Ghazala Khan e suo marito Khizr sul palco della convention del Partito Democratico a Philadelphia, in Pennsylvania, il 28 luglio 2016 (ROBYN BECK/AFP/Getty Images)

«Tutto il mondo, tutta l’America, ha provato il mio dolore»

La madre del soldato americano e musulmano morto in Iraq ha spiegato perché non ha parlato alla convention dei Democratici, dopo le brutte accuse di Donald Trump

di Ghazala Khan – The Washington Post
Ghazala Khan e suo marito Khizr sul palco della convention del Partito Democratico a Philadelphia, in Pennsylvania, il 28 luglio 2016 (ROBYN BECK/AFP/Getty Images)

Ghazala Khan è la madre di Humayun Khan, un soldato musulmano americano di origini pakistane morto in Iraq nel 2004 mentre era in servizio con l’esercito statunitense. Nel corso dell’ultima serata della convention del Partito Democratico a Philadelphia, il marito di Khan, Khizr, ha fatto un discorso in cui ha rimproverato al candidato dei Repubblicani Donald Trump – noto per le sue posizioni anti-immigrazione e anti-islamiche – il fatto che se fosse stato per lui, suo figlio non sarebbe nemmeno arrivato negli Stati Uniti. Durante il discorso di Khirz Khan, Ghazala è rimasta sul palco al fianco del marito, senza mai parlare. A qualche giorno di distanza, Trump ha risposto a Khizr Khan in un’intervista che è stata molto criticata e presa in giro. Tra le altre cose, Trump ha detto, parlando di Ghazala: «Sembrava che non avesse niente da dire. O forse non ha parlato perché non le è permesso». Ghazala Khan gli ha risposto con questa lettera pubblicata dal Washington Post.

Donald Trump ha chiesto per quale ragione io non abbia parlato alla convention Democratica. Ha detto che gli sarebbe piaciuto sentire cosa avevo da dire. Questa è la mia risposta a Donald Trump: senza dire niente, tutto il mondo, tutta l’America, ha provato il mio dolore. Sono una madre che ha perso un figlio in guerra. Chiunque mi abbia visto alla convention, ha capito nel suo cuore come mi sentivo. Donald Trump ha detto che non avevo niente da dire. Mio figlio Humayun Khan, un capitano dell’esercito americano, è morto dodici anni fa in Iraq. Amava l’America, il paese dove ci eravamo trasferiti quando lui aveva due anni. Aveva deciso volontariamente di aiutare il suo paese, iscrivendosi al Reserve Officers’ Training Corps [un programma universitario per formare funzionari delle forze armate statunitensi] della University of Virginia. Fu prima degli attacchi dell’11 settembre del 2001. Non era obbligato, ma voleva farlo.

Quando Humayun fu mandato in Iraq, io e mio marito eravamo preoccupati per la sua incolumità. Avevo già vissuto una guerra, in Pakistan nel 1965, quando andavo ancora alle superiori, e quindi ero molto spaventata. Puoi sacrificare te stesso, ma non puoi accettare l’idea che siano i tuoi figli a farlo.

Gli chiedemmo se c’era un modo per non andare, visto che aveva già prestato servizio. Lui ci disse che era il suo dovere. Non posso dimenticarmi di quando andò a prendere l’aereo e si girò per guardarmi. Era felice, e mi stava dando forza: «Non preoccuparti, mamma. Andrà tutto bene». L’ultima volta in cui parlai a mio figlio fu alla festa della mamma del 2004. Gli avevamo chiesto di chiamarci a carico nostro ogni volta che poteva. Lo implorai di stare attento. Gli chiesi di starsene indietro e di non andarsene in giro cercando di diventare un eroe, perché sapevo che avrebbe fatto una cosa del genere. Lui mi disse: «Mamma, sono i miei sodati, la mia gente. Devo prendermi cura di loro». Fu ucciso da un’autobomba appena fuori dalla sua base. È morto cercando di salvare i suoi soldati e dei civili innocenti. Mio figlio è questo. Humayun è sempre stato affidabile. Se passavo l’aspirapolvere in casa mentre c’era anche lui, me lo prendeva di mano e si metteva a pulire. Faceva il volontario in ospedale per insegnare a nuotare a bambini disabili. Diceva: «Adoro quando migliorano un po’, le loro facce si illuminano. Almeno sono un po’ felici». Voleva diventare un avvocato, come suo padre, per aiutare le persone.

Humayun è il mio figlio di mezzo. Gli altri stanno crescendo benissimo, ma ogni giorno io soffro per averlo perso. Sono passati dodici anni, ma un cuore ferito non guarisce mai. Ogni volta, per me è difficile anche solo parlarne. Ogni giorno, tutte le volte che prego, devo pregare per lui, e piango. Quella parte di me che si è svuotata rimarrà vuota per sempre. Non posso entrare in una stanza dove ci sono foto di Humayun. In tutti questi anni, non sono riuscita a pulire l’armadio dove ci sono le sue cose: ho dovuto chiederlo a mia nuora. Quando sono salita sul palco della convention Democratica, con quella foto gigante di mio figlio dietro di me, sono riuscita a fatica a controllarmi. Quale madre riuscirebbe a farlo? Donald Trump ha dei figli che ama. Ha davvero bisogno di chiedersi come mai non ho parlato?

Donald Trump ha detto che forse non mi era stato permesso di parlare. Non è vero. Mio marito mi aveva chiesto se volessi parlare, ma io gli avevo detto che non ce l’avrei fatta. La mia religione mi insegna che tutti gli esseri umani sono uguali agli occhi di Dio. Marito e moglie sono l’uno una parte dell’altra, e ci si dovrebbe amare e rispettare, per potersi prendere cura della propria famiglia. Quando Donald Trump parla dell’Islam, dimostra la sua ignoranza. Se studiasse il vero Islam e il Corano, le sue idee sui terroristi cambierebbero, perché il terrorismo è una religione diversa. Donald Trump ha detto di aver fatto molti sacrifici. Non conosce il significato della parola sacrificio.

© 2016 – The Washington Post