• Scienza
  • Questo articolo ha più di sei anni

Un problema del gas naturale

Sono le consistenti perdite di metano in fase di produzione e trasporto, che possono far perdere i vantaggi rispetto al carbone in termini di CO2

Tra i combustibili fossili quello meno inquinante è il gas naturale: in proporzione, la sua combustione produce circa la metà dell’anidride carbonica (la CO2) e molto meno zolfo rispetto al diffuso carbone. Dato che l’anidride carbonica è il principale tra i gas responsabili dell’effetto serra, l’aumento dell’uso del gas naturale al posto di carbone e petrolio è considerato un modo efficace per contrastare l’aumento della temperatura terrestre e negli ultimi anni ci sono stati consistenti investimenti in tutto il mondo per passare dal carbone al gas naturale. Diverse organizzazioni ambientaliste, tuttavia, hanno recentemente espresso una certa preoccupazione per i danni collaterali causati dall’uso del gas naturale: quelli che derivano dalle perdite di metano durante l’estrazione e la raffinazione del gas naturale.

Il metano è il maggiore tra i componenti del gas naturale, che è uno dei combustibili fossili (gli idrocarburi) originati dalla decomposizione di materiale organico (soprattutto foreste preistoriche) nel corso dei millenni. Il gas naturale è formato, oltre che dal metano, da idrocarburi – etano, propano, butano e pentano – e altri gas, come anidride carbonica, azoto, ossigeno e gas nobili, ma in quantità molto minori. Spesso “gas naturale” e “metano” vengono però usati come sinonimi, dato che il primo è formato essenzialmente del secondo. Anche il metano, come la CO2, è un gas serra e anche se resta nell’atmosfera solo per 12 anni, contro i più di 500 dell’anidride carbonica, se si considera un periodo di 100 anni il suo Global Warming Potential, cioè quanto contribuisce all’effetto serra in relazione alla CO2, è di 25 volte superiore di quello dell’anidride carbonica.

Dal 1750 al 2000 la quantità di metano presente nell’atmosfera è aumentata del 150 per cento e la Environmental Protection Agency (EPA), un’agenzia governativa degli Stati Uniti, ha da poco stimato che la quantità di metano che nel 2013 è stato diffuso nell’atmosfera a causa di perdite negli impianti di estrazione e trasporto di petrolio e gas naturale è maggiore del 30 per cento rispetto a quanto si pensava. I dati dell’EPA dicono anche che l’industria petrolifera e del gas naturale è la prima fonte delle emissioni di metano nell’atmosfera negli Stati Uniti. In generale però non si sa quante perdite di gas naturale ci siano al mondo nei diversi impianti industriali di estrazione e trasporto di idrocarburi, né quali dimensioni abbiano. Il monitoraggio delle strutture industriali non è ancora ottimizzato per evitare o trovare immediatamente le perdite, soprattutto nei vecchi impianti: anche per questo nel 2014 la NASA ha avviato un progetto per la realizzazione di droni che possano trovare le perdite sorvolando le condutture che trasportano il gas. Il primo prototipo è stato testato lo scorso marzo.

Le perdite di metano possono essere dovute a condutture non ben sigillate, a valvole e compressori difettosi, a portelloni chiusi male e ad altri malfunzionamenti, dovuti a errori umani o a problemi strutturali o nella manutenzione. Secondo la maggior parte degli scienziati, è impossibile evitare del tutto che si verifichino perdite di gas, ma i livelli attuali – per quanto gli studi fatti finora riguardino un numero limitato di impianti, prevalentemente negli Stati Uniti – sono troppo alti. In un rapporto del 2015 la banca Barclays ha stimato che con le tecnologie attuali i costi per ridurre le emissioni di metano sono ragionevoli e possono essere ammortizzati in un periodo di tempo inferiore ai tre anni, ma solo se il prezzo del gas non dovesse diminuire troppo.

Quest’inverno negli Stati Uniti si è parlato dei problemi relativi alla dispersione di metano nell’atmosfera dopo che una falla nel sito di stoccaggio di gas naturale di Aliso Canyon, in California, ha causato la diffusione di 97.100 tonnellate di metano: la falla è stata trovata il 23 ottobre 2015 e solo dopo più di tre mesi si è riusciti a ripararla. L’incidente è stato paragonato al disastro della perdita di petrolio dalla piattaforma Deepwater Horizon nel 2010 ed è stato stimato che l’impatto ambientale della perdita è stato pari a quello delle emissioni annuali di 600mila automobili. Più di 5.700 famiglie che vivono nella zona hanno dovuto abbandonare le loro case a causa dei rischi per la salute.

A livello internazionale non si è parlato tantissimo della perdita di Aliso Canyon, probabilmente anche perché dato che il gas naturale è incolore, le perdite possono essere fotografate e riprese solo usando telecamere a infrarossi e il loro impatto mediatico è minore e meno evidente. Nonostante questo l’incidente di Aliso Canyon è stato “visibile” addirittura dallo spazio: il satellite della NASA Earth Observing-1 ha fotografato in tre diversi momenti la perdita con il proprio spettrometro a infrarossi tra dicembre 2015 e gennaio 2016.
La perdita di Aliso Canyon è stata trovata in fretta perché si trovava in un’area densamente popolata: Stephen Conley, uno scienziato che studia l’atmosfera, ha spiegato al Guardian che è invece molto difficile trovare in fretta perdite che avvengono lungo i gasdotti in zone poco abitate, dove non ci sono persone che per caso annusano l’odore di gas. Il gas naturale, così come il metano, è inodore in natura, gli viene aggiunto un odore industrialmente di modo che le persone si accorgano della sua presenza in caso di fughe.

Steve Hamburg, il capo degli scienziati che lavorano per il Environmental Defence Fund (EDF), un’organizzazione non governativa che collabora con l’industria petrolifera per ridurre le emissioni di metano, ha detto che il 2,5 per cento del gas naturale che ogni anno passa per gli impianti americani viene perso nell’atmosfera. Secondo Hamburg e l’EDF, sul lungo termine è ovviamente meglio usare il gas naturale rispetto al carbone come combustibile, ma non ci sono vantaggi sul breve termine se non si minimizzano le perdite.

I produttori di petrolio e gas naturale sanno che ridurre le perdite è nel loro interesse, banalmente anche perché senza perdite avrebbero più gas da vendere, oltre che per la questione della loro immagine di fronte a consumatori, governi e ambientalisti. Ad esempio, BP – la società proprietaria della Deepwater Horizon – ha progettato un’infrastruttura per l’estrazione di gas in Oman pensata per non avere perdite. La saudita Aramco e la messicana Pemex si sono impegnate a ridurre le emissioni di metano, l’ENI ha fissato degli obiettivi per tagliarle. Molte aziende hanno promesso di aumentare il monitoraggio della produzione e del trasporto del gas naturale e si stanno impegnando a raccogliere il metano che deriva dal fracking non appena questo viene liberato, invece che farlo bruciare in cima ai pozzi – la pratica del “gas flaring“, quella per cui si vedono delle fiammelle sopra le torri petrolifere. Purtroppo mancano i dati per capire quanto sia grande il problema a livello globale, perché molte aziende russe, angolane, nigeriane, irachene e libiche non forniscono dati sulle loro perdite di metano.