Michelle Obama. (AP Photo/John Locher)

Il vivace inizio della convention dei Democratici

Una giornata agitata, cominciata con le contestazioni contro Hillary Clinton, è stata salvata dai discorsi di Michelle Obama e Bernie Sanders

di Francesco Costa – @francescocosta
Michelle Obama. (AP Photo/John Locher)

Si dice delle convention estive dei partiti politici statunitensi che sono degli spettacoli sceneggiati alla perfezione, dei lunghissimi spot televisivi organizzati meticolosamente, senza mai niente di imprevisto: dopo la convention dei Repubblicani a Cleveland, però, anche quella del Partito Democratico iniziata lunedì 25 luglio a Philadelphia ha smentito questo luogo comune.

I lavori della convention sono iniziati tra qualche agitazione, dopo i cortei di alcuni sostenitori del senatore Bernie Sanders – sfidante di sinistra di Hillary Clinton alle primarie – durante i quali si erano sentiti slogan dei Repubblicani come “Hillary for prison” e “Lock her up”; e dentro il Wells Fargo Center – il palazzetto dello sport che ospita la convention – fin dall’inizio un gruppo minoritario ma sostanzioso di sostenitori di Bernie Sanders ha fischiato e urlato buuu tutte le volte che veniva pronunciato il nome di Hillary Clinton.

Quando Sanders ha provato a calmare i suoi sostenitori, è stato fischiato anche lui.

All’inizio della convention i discorsi di alcuni importanti parlamentari sono stati interrotti da cori a favore di Sanders o contro il TPP – un controverso accordo commerciale firmato dagli Stati Uniti e alcuni paesi asiatici – anche quando trattavano tutt’altri temi; alcuni urlavano “Bernie or bust”, cioè “Bernie o niente”.

I disordini del primo pomeriggio hanno portato Sanders a scrivere un’email ai suoi delegati chiedendo di non protestare e non fare casino durante i lavori, per evitare di fare un regalo a Donald Trump. Ma i cori e le contestazioni non si sono fermati, e a un certo punto giornalisti e funzionari di partito presenti in sala si sono rassegnati all’idea che sarebbero proseguiti fino agli attesi discorsi della sera, quelli di Michelle Obama, della senatrice Elizabeth Warren e dello stesso Sanders.

Prima dei discorsi della sera, c’è stato un appassionato discorso del senatore Cory Booker e poi un momento imprevisto che ha iniziato a sbloccare la situazione: Al Franken, ex famoso comico del Saturday Night Live, oggi senatore del Minnesota pro-Clinton, è salito sul palco con Sarah Silverman, famosa comica americana pro-Sanders. Insieme hanno parlato in modo spiritoso di come, finite le primarie, hanno superato le loro differenze e di come ora siano pronti insieme a sostenere Hillary Clinton. Dato che qualcuno ancora rumoreggiava, Silverman a un certo punto ha preso il microfono e ha detto: «Posso dire una cosa a quelli che “Bernie or bust”? State facendo una figura ridicola». I delegati hanno apprezzato e applaudito molto.

Poi è arrivata Michelle Obama. Il New York Times lo ha definito «il miglior discorso della sua carriera», Buzzfeed scrive che è «il discorso che ha tirato giù la casa alla convention», in generale i commenti nel palazzetto e tra i giornalisti erano entusiasti: molti lo hanno giudicato uno dei discorsi migliori sentiti nelle convention degli ultimi anni. Mantenendo sempre un tono molto alto e solenne, specie se confrontato a quello della convention del Partito Repubblicano a Cleveland, Michelle Obama ha argomentato con molta forza perché votare Hillary Clinton, perché Donald Trump è pericoloso (pur senza nominarlo mai) e perché non è necessario «rifare grande l’America», come recita lo slogan di Trump, perché l’America è già grande.

Leader come Hillary Clinton hanno avuto il carattere e la grazia per non arrendersi e aggiungere una crepa dopo l’altra a quel soffitto di cristallo fino a romperlo del tutto, e portare tutte noi oltre quella soglia insieme a loro. Questa è la grande storia di questo paese, la storia che mi ha portato su questo palco oggi, la storia di generazioni di persone che hanno vissuto incatenate, segregate, ma che hanno continuato a sperare e fare quello che era giusto fare per permettere a me di svegliarmi ogni mattina in una casa costruita da schiavi. Oggi io posso guardare le mie figlie, due bellissime, intelligenti, ragazze nere, giocare con i loro cani nel giardino della Casa Bianca.

E grazie a Hillary Clinton, le mie figlie e tutti i nostri figli e le nostre figlie possono dare per scontato che una donna può fare la presidente degli Stati Uniti. Quindi non lasciate che nessuno vi dica che questo paese non è grande, che in qualche modo dobbiamo rifarlo grande, perché oggi è già il più grande paese che ci sia.

A quel punto il clima dentro la Wells Fargo Arena era cambiato completamente, c’erano moltissimi delegati abbracciati e commossi, i contestatori forse non erano stati convinti ma di certo avevano smesso di urlare con la stessa intensità e frequenza di prima. I due discorsi successivi hanno contribuito a far sì che la serata si chiudesse meglio di come era cominciata: prima ha parlato la senatrice Elizabeth Warren, molto vicina a Obama ma anche popolarissima tra gli elettori più di sinistra e i sostenitori di Sanders, che ha dedicato gran parte del suo discorso a criticare Donald Trump (Warren è considerata una delle migliori oratrici “d’attacco” del Partito Democratico).

La serata è stata chiusa da Bernie Sanders, accolto dall’applauso più lungo sentito fin qui a entrambe le convention. Sanders ha detto che «questa elezione non è mai stata una questione di Hillary Clinton, o di Donald Trump, o di Bernie Sanders o degli altri candidati. Non è mai stata questione di gossip o di sondaggi. Non è questione di strategia o raccolta fondi, o di tutte le altre cose di cui amano parlare i media. Questa elezione riguarda i bisogni degli americani e il futuro che vogliamo dare ai nostri figli e nipoti». E per questo, ha detto più volte Sanders nel suo discorso, «qualunque osservatore obiettivo non potrebbe che concludere che Hillary Clinton deve diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti. «The choice is not even close», non c’è davvero partita. Alla fine del suo discorso diversi delegati che lo avevano sostenuto alle primarie erano contenti e commossi, e i contestatori – che comunque di tanto in tanto si erano fatti sentire – avevano almeno smesso di contestare. La sintesi migliore è quella del titolo di apertura di Politico: “I Democratici hanno ripreso la convention per i capelli”.

La convention prosegue martedì 26 luglio con le operazioni di voto – Hillary Clinton sarà formalmente nominata candidata del Partito Democratico alle elezioni presidenziali dell’8 novembre – e il discorso di Bill Clinton, il più atteso del secondo giorno. Ma a questo punto sarà interessante capire se e come cambierà l’umore dei delegati di Sanders più scettici rispetto alla candidatura di Hillary Clinton, soprattutto alla luce del contenuto delle email trafugate da un gruppo di hacker russi e pubblicate da Wikileaks che hanno messo in discussione l’imparzialità del partito e portato proprio domenica alle dimissioni il suo capo, Debbie Wasserman-Schultz.