Il dolore degli elettori di Trump

La voglia di autoritarismo è legata alla miseria della classe operaia bianca, scrive Leon Wieseltier, e all'assenza di empatia degli altri

di Leon Wieseltier – The Washington Post
(Darren McCollester/Getty Images)

Lo scorso inverno, una notte in cui non riuscivo a prendere sonno – l’insonnia è una reazione intelligente alla condizione di un paese – ho acceso la TV e sono capitato sul Cacciatore. Mentre guardavo la straordinaria prima ora del film – l’acciaieria e il suo pavimento fiammeggiante, la taverna spartana con il tintinnio delle bottiglie e la musica rilassante del jukebox in sottofondo, il salone dei reduci di guerra addobbato per un matrimonio con un striscione che proclamava «al servizio di Dio e del paese», la chiesa russa ortodossa con la sua cupola a cipolla protesa ostinatamente oltre il cupo cielo industriale, la battuta di caccia nei monti Allegani, dove una mascolinità cruda e persino rivoltante si scontra in qualche modo con il sublime – all’improvviso il racconto elegiaco ha acquisito un’acuta dimensione politica. Il film è il grande poema cinematografico che racconta il mondo di quella che abbiamo imparato a chiamare – anche durante l’attuale campagna presidenziale americana – «la classe operaia bianca». «Tutto quanto è qui», dice Christopher Walken parlando con affetto del suo paesino in Pennsylvania, la notte prima che lui e i suoi amici vengano mandati in Vietnam.

Ovviamente non è più così. Il mondo di queste persone – quel «tutto quanto» – è stato frantumato e perduto. Le basi economiche del loro stile di vita sono state distrutte prima dalla spietata logica della globalizzazione e poi dalla recessione e da questa ripresa incredibilmente irregolare. Le lusinghe dell’economia digitale gli sono passate accanto e li hanno superati. Gli attuali tassi di alcolismo, l’aspettativa di vita e le percentuali dei suicidi tra queste persone sono tristemente note. Solo poco tempo fa, però, la portata di questo degrado umano e di questo crollo sociale non era conosciuta. Dal momento che gran parte della classe operaia bianca americana vive in stati che assegnano un alto numero di grandi elettori alle elezioni presidenziali, negli Stati Uniti è tradizione soffermarsi a parlare della condizione in cui versano solo ogni quattro anni. Negli anni tra un’elezione politica e un’altra – quando cioè il corso della storia americana, o meglio l’interesse dei politici americani, non passa per l’Ohio e la Pennsylvania – queste persone vengono generalmente trattate con indifferenza o addirittura sdegno. Lo stesso discorso vale per altre regioni poco affascinanti di un paese dai destini enormemente mutevoli.

I Repubblicani hanno trattato queste persone con indifferenza perché adorano i vincitori, e loro erano dei perdenti. I Democratici lo hanno fatto perché sono culturalmente imbarazzanti (e anche perché pure i Democratici non avevano molto tempo da dedicare ai perdenti). Ora queste persone hanno finalmente l’attenzione del paese – sono stati scoperti – il che di per sé è una vittoria per l’equità negli Stati Uniti. Una gran parte di loro però ha guadagnato questo riconoscimento svilendo la politica americana con la loro disperata predilezione per un uomo forte. È una delle ironie più amare di questo amaro periodo.

Guardando Il Cacciatore sono rimasto impressionato dalla natura discontinua della compassione americana. Nella nostra società ci sono molti gruppi in difficoltà o discriminati, ma noi attribuiamo più fascino morale ad alcuni che ad altri. Non ci preoccupiamo mai di tutti loro in misura uguale. Siamo incostanti nella nostra moralità, e forse è la forma più diffusa di immoralità. I media hanno reso la nostra attenzione, e quindi le nostre compassioni, volubili. Grazie alle nostre fonti digitali conosciamo tutte le forme di sofferenza e ci limitiamo a convivere con questa consapevolezza. Ma la nostra empatia passeggera, i leggeri tradimenti dei nostri cuori intermittenti, non sono esattamente casuali.

Quando, per esempio, i politici e i consulenti politici hanno deciso che il loro destino sarebbe stato determinato dalla classe media americana, i poveri sono grossomodo spariti dal nostro dibattito politico. Più di recente alcuni eventi ripugnanti hanno costretto molti americani a riconoscere la selettività della nostra solidarietà. La lista incredibilmente lunga di giovani neri uccisi dalla polizia e la terribile strage nella Emanuel African Methodist Episcopal Church di Charleston, in South Carolina, hanno disorientato anche il più devoto credente nei progressi fatti negli Stati Uniti sul fronte dei diritti civili, complicando l’orgoglio americano con la vergogna americana. La percezione dei risultati ottenuti in questa lotta è stata duramente limitata dalla percezione che questa lotta non avrà fine. L’eruzione del populismo durante le primarie, poi, ha portato l’attenzione sull’elettorato del Cacciatore: la campagna elettorale di Bernie Sanders – prima che il suo successo lo trasformasse in una specie di messia moraleggiante – ha mostrato l’urgenza morale e la rilevanza politica del tema delle diseguaglianze economiche, mentre la campagna di Donald Trump – che rimane un cafone autoritario – ha sfruttato lo stesso tema ma senza sapere cosa fare per affrontarlo. Così, la classe operaia bianca è diventata improvvisamente di moda.

La parzialità delle nostre coscienze e la nostra incapacità di interessarci a tutti quelli che rivendicano legittimamente la nostra attenzione non sono la conseguenza di un vincolo ai nostri bilanci, o più in generale alle nostre istituzioni politiche e di governo. Sono la conseguenza di un vincolo alla nostra immaginazione. Solitamente i principi etici sono attributi all’operato della ragione. Ma dobbiamo ricordarci del ruolo che l’immaginazione svolge nel nostro agire morale. Senza l’immaginazione, agiremmo solo per contrastare i torti che abbiamo subito. Saremmo prigionieri delle nostre esperienze, e le esperienze delle persone meno fortunate di noi ci risulterebbero incomprensibili. Certo, sarebbe presuntuoso credere di poter capire a pieno le agonie delle persone che hanno vissuto guerre, carestie, epidemie, povertà estrema, schiavitù e genocidi, quando noi – o almeno la maggior parte di noi – non abbiamo mai vissuto niente di simile. Ma credere che l’agonia di queste persone sia completamente al di là della nostra comprensione, che sia inaccessibile, che quindi provare empatia non sia possibile e i gesti di aiuto e di soccorso non siano obbligatori, sarebbe un atto molto insensibile e un abbandono del nostro dovere di essere umani. È l’immaginazione a creare l’empatia.

Ci identifichiamo con il dolore raffigurandolo, come spiega lucidamente Adam Smith nel suo libro Teoria dei sentimenti morali: «Nonostante nostro fratello sia sotto tortura, finché ce ne stiamo tranquilli a nostro agio, i nostri sensi non ci informeranno mai di quel che sta soffrendo. Non ci hanno mai condotto, e mai potranno condurci, al di là della nostra persona, ed è solo attraverso l’immaginazione che noi possiamo concepire quali siano le sue sensazioni. […] Con l’immaginazione noi ci mettiamo nella sua situazione, ci rappresentiamo mentre proviamo tutti i suoi stessi tormenti, come se entrassimo nel suo corpo, e diventiamo in una certa misura la sua stessa persona». La solidarietà è generata da quel «come se» e da quel «in una certa misura»: le approssimazioni dell’immaginazione – che rispettano l’interiorità dell’esperienza ma la vivono con insofferenza – sono abbastanza potenti da stabilire un senso di comunanza tra vite che altrimenti non avrebbero niente in comune, e quindi le basi per la comprensione morale. L’empatia, come osservò Smith, si genera «tramite un immaginario scambio di posto con chi soffre».

Se questo è vero, allora la vecchia dicotomia tra arte ed etica, tra ciò che è bello e ciò che è buono, non esaurisce quello dobbiamo sapere sul posto dell’arte nella vita. L’arte, sia quella alta che quella bassa, svolge forse un ruolo indispensabile nella formazione della virtù. Uno dei modi in cui ci riesce è raffigurando il dolore. Le raffigurazioni del dolore possono trasmettere piacere, ma illuminano anche sui destini di esseri umani che non conosciamo. Il senso di appagamento estetico che avvertiamo osservando la qualità di una rappresentazione del male non ne elimina il valore morale. I romanzi, la poesia, i quadri, i film e le canzoni possono farci conoscere sofferenze e abusi lontani o nascosti. Generando empatia, l’arte crea le basi, la condizione interiore, per un comportamento morale. Questo non significa che l’arte debba essere, per ragioni morali, didattica o asservita alla politica, nonostante questo tipo di arte – tendenziosa e brutta – sia stimolante dal punto di vista sociale e politico, come sanno da tempo i dittatori e i loro propagandisti. Nel mio caso, è stato Il Cacciatore e non la CNN a farmi capire nel modo più evidente le origini della volatilità e della furia che stanno mutilando la politica contemporanea.

Immaginare il dolore delle altre persone estende il sé oltre le proprie sensazioni, come diceva Smith, e oltre i confini delle proprie supposizioni e del proprio contesto. Questa espansione interiore, questa preparazione mentale e spirituale, trasforma la giustizia da fantasia in causa. Tutto ciò è molto edificante, ma difficilmente racconta la storia per intero. C’è una notevole differenza tra la classe operaia bianca e le persone che l’hanno scoperta. Il momento che stiamo vivendo non è fatto solo da milioni di americani che guardano oltre se stessi e proclamano la loro empatia per gli altri, ma anche di milioni di americani che si rintanano in se stessi e proclamano la loro empatia per se stessi. Proprio come l’attenzione particolare per le tribolazioni di altre persone ci fa crescere, un’attenzione particolare per le nostre ci rimpicciolisce.

Siamo tutti frenati dalla limitatezza delle condizioni che abbiamo ereditato. Negli organi che ci rappresentano, nelle nostre comunità e nelle nostre classi sociali siamo tutti provinciali, e abbiamo tutti bisogno di correggere il tiro e ampliare la nostra visione confrontandoci con punti di vista e pratiche di vita diversi. Nelle situazioni di avversità, poi, la nostra parzialità diventa ancora più grande. Quando siamo in difficoltà, scopriamo, forse senza accorgercene, il campanilismo del dolore. Il dolore non conosce altro al di fuori di se stesso, la sua conoscenza è straordinariamente locale, e per questo motivo non è la prospettiva adeguata per comprendere il mondo. Il dolore è soltanto una prospettiva diversa. Ci sono però persone che la pensano diversamente e considerano la soggettività del dolore – l’esperienza della discriminazione sociale e dell’emarginazione, generalmente sulla base di razza e genere – come la massima autorità per analizzare la società. Queste persone si sono inventate un settore chiamato “teoria del punto di vista”, secondo il quale la loro posizione sociale permette agli oppressi di vedere e conoscere meglio, in modo simile a come Marx credeva nella superiorità epistemologica del proletariato. La vecchia idea secondo cui dalla periferia è possibile osservare cose che non possono essere viste dal centro ha qualche fondamento, e il privilegio non è certamente garanzia di saggezza. Ma è anche importante ricordare che la sofferenza non dona l’infallibilità, e nemmeno l’obiettività. Anche le vittime – in special modo le vittime – possono essere prigioniere dell’esperienza. Anche loro commettono errori, a volte disastrosi. Il dolore non dà un accesso speciale alla verità. La realtà non può essere compresa correttamente dal punto di vista delle ferite personali, né individualmente né tanto meno collettivamente.

Eppure sembriamo vivere in un paese di ferite personali, che nell’attuale stagione politica assumono la forma di una politica del risentimento. Nella nostra politica, il prestigio della rabbia è cresciuto in modo sproporzionato rispetto alle giustificazioni della rabbia stessa, superandole, e votare sembra essere diventato più l’esplosione di un sentimento che l’espressione di un pensiero (è agli elettori, in fondo, che i demagoghi devono la loro influenza: la saggezza delle folle!). Da legittimi, alcuni risentimenti sono diventati tossici, accogliendo nella loro orbita intolleranza e falsità. L’indignazione, un sentimento politico positivo, è degenerata trasformandosi in rancore e odio. Un numero incredibile di americani sembrano darsi più al complottismo che alla ponderatezza. Nel nostro dibattito, le considerazioni sulle responsabilità delle politiche sono sopraffatte dalle ferite della memoria collettiva, recenti e antiche. Tutto questo non implica la fine della democrazia, e la democrazia non ne è responsabile. La democrazia ci richiede di essere sempre in tensione, ma anche di rimanere lucidi. Se la ragione e il rispetto sono qualità democratiche, allora negli Stati Uniti imperversa uno spirito decisamente anti democratico. Stiamo punendo la politica per il nostro dolore, quando le soluzioni per il nostro dolore possono essere trovate soltanto nella politica.

Il potere esplicativo del dolore è l’idea centrale, e l’errore centrale, del libro di Ta-Nehisi Coates Tra me e il mondo, che è stato considerato da subito come un importante documento dei nostri giorni. È un’opera di profonda sensibilità, le cui rappresentazioni del dolore e dell’amarezza sono difficili da dimenticare. «Durante gli anni della mia giovinezza essere neri a Baltimora significava essere nudi di fronte agli elementi del mondo, davanti alle armi, i pugni, i coltelli, il crack, lo stupro e le malattie». Quella di Coates è un’eloquenza empirica. Il suo libro è animato da un orrore profondo e lacerante per le ingiustizie che deformano l’esperienza quotidiana dei neri nelle nostre città, come l’uccisione di un suo amico da parte della polizia di Baltimora. Il libro però non fa chiarezza tanto quanto suscita emozioni. La chiarezza che Coates mostra di avere nel raccontare la sua storia, i suoi tormenti e i suoi ideali non si traduce in una altrettanta chiarezza nel raccontare il mondo in cui vive e l’America, di cui Coates, nell’intensità della sua indignazione, ne fa invece una caricatura: «Ho visto quel sogno [il sogno americano] per tutta la vita. È una casa perfetta, con un prato ben tagliato. È il barbecue del Memorial Day, le associazioni di quartiere, il vialetto d’accesso per la macchina. Il Sogno è una casa sull’albero, e i lupetti degli Scout. Il Sogno profuma di menta e ha il sapore della torta alle fragole».

Sarebbe questa l’America di oggi? Questa non è più nemmeno l’America dei bianchi, dove per molti la torta alle fragole è diventata come veleno. «Sono convinto», scrive Coates, in maniera poco chiara quanto sinistra, «che i Sognatori, almeno quelli di oggi, preferirebbero essere bianchi a essere liberi», per poi aggiungere che «l’America bianca è un’associazione schierata a protezione del suo potere esclusivo per il controllo dei nostri corpi», e ancora, parlando dei «Sognatori», o come li definisce i «banditi maggioritari dell’America», Coates scrive che è necessario che capiscano «cosa il loro bisogno di essere bianchi, di parlare come da bianchi, di pensare che sono bianchi – che significa pensare di essere esclusi dai difetti dell’umanità – ha fatto al mondo». Sono parole pessime e offensive. Il libro di Coates è solo una rivisitazione della vecchia ira malcomista, la cui futilità è mascherata dal lirismo dell’opera.

Il pessimismo sembra sempre realismo. Ma l’America reale in cui il razzismo si ostina a persistere è anche un paese che sta diventando sempre di più una “maggioranza delle minoranze”, in cui molti bianchi sono “sommersi”, dove musulmani e messicani a ragione guardano con preoccupazione al loro futuro, un paese che a sempre più cittadini sembra una repubblica degli svantaggi. Ma è anche un paese i cui metodi di politica e di governo sarebbero ancora in grado di affrontare questi fallimenti, se solo riuscissimo a porci dall’altro lato della rabbia. A volte il risentimento rende ciechi, o peggio. Al polo politico opposto rispetto a dove si trovano i neri feriti ci sono i bianchi feriti. Sono quelli che stanno giocando con un fuoco terrificante. Le persone che sostengono la classe operaia bianca hanno votato per Bernie Sanders, ma è per Donald Trump che ha votato la classe operaia. Senza l’entusiasmo di milioni di americani disperati e illusi, Trump non sarebbe arrivato da nessuna parte, e noi non staremmo vivendo questa grave crisi storica. Che non saremmo sfuggiti alle conseguenze politiche dei nostri smottamenti economici era inevitabile, ma tra queste conseguenze oggi ci sono anche i movimenti di reazione più cupi. Gli oppressi esigono – e meritano – empatia, ma non ne danno. Nella miopia del loro dolore, alimentano razzismo, nativismo, xenofobia, misoginia, omofobia e antisemitismo. Vanno in estasi per un ignorante che promette di deportare 11 milioni di immigrati da un paese costruito dall’immigrazione, e di chiudere a un’intera religione i confini di un paese dove vige la libertà di culto.

Cosa lega la miseria economica alla voglia di autoritarismo? Non c’è niente di particolarmente misterioso: progressisti e socialisti si chiedono da un secolo per quale motivo le persone in difficoltà economiche non votino seguendo i loro interessi economici. La risposta dovrebbe essere ovvia da tempo: le persone in difficoltà non si rivolgono all’economia ma alla cultura. Non si sentono rafforzate dalle politiche ma dall’identità. Cercano salvatori, non programmi. Quando la severità delle loro condizioni sembra mettere in pericolo la loro identità, la riaffermano ferocemente contro altre persone. Le persone ferite feriscono le persone. A queste persone ferite, quindi, e a chi approfitta del loro dolore sostenendo in modo scorretto la loro causa, va ribadito che non esiste empatia per la loro condizione che giustifichi l’introduzione di una forma di fascismo nella vita americana. Non c’è risentimento, per quanto sincero, che legittimi il degrado della politica americana provocato dall’intolleranza e dalla bestialità propagandate da Donald Trump. O vince Trump o vince l’America.

© 2016 – The Washington Post

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