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  • venerdì 1 luglio 2016

Massimo Bossetti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio

Il processo era iniziato nel luglio 2015, la sentenza è stata comunicata dai giudici della corte d'Assise di Bergamo

L'avvocato della famiglia Gambirasio prima dell'ultima, udienza del processo a carico di Massimo Giuseppe Bossetti, l'1 luglio 2016 (ANSA/PAOLO MAGNI)

Massimo Giuseppe Bossetti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. La sentenza è stata comunicata da poco dai giudici della corte d’Assise di Bergamo, che ha inoltre stabilito un risarcimento di 400mila euro a testa per i genitori di Yara Gambirasio e 150mila per ciascun suo fratello. Bossetti è stato assolto per l’accusa di avere calunniato il suo collega Maggioni, perché secondo i giudici il fatto non sussiste.

Bossetti è un carpentiere di Mapello, in provincia di Bergamo, ed è nato nel 1970: era l’unico imputato per l’omicidio di Yara Gambirasio e prima della sentenza aveva detto, in una dichiarazione spontanea: «Ancora oggi vi supplico, vi imploro, ripetete l’esame del DNA, perché quel DNA trovato non è il mio. Sarò uno stupido, sarò un cretino, sarò un ignorantone ma non sono un assassino: questo deve essere chiaro a tutti».

Yara Gambirasio aveva 13 anni ed era di Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo: scomparve nel tardo pomeriggio del 26 novembre 2010, quando non tornò a casa dalla palestra in cui andava a fare gli allenamenti di ginnastica ritmica. Il suo corpo fu ritrovato nel febbraio 2011 lungo un torrente vicino a Chignolo d’Isola, a circa venti minuti di macchina da Brembate di Sopra. L’autopsia confermò che Yara Gambirasio era stata colpita alla testa e ferita gravemente con un’arma da taglio alla gola, al torace, alla schiena e ai polsi. L’assalitore probabilmente se ne era andato prima che fosse morta.

Analizzando i vestiti di Yara Gambirasio, gli investigatori trovarono una traccia di sangue non compatibile con quello della ragazzina. Gli investigatori prelevarono quindi campioni di DNA da chi aveva frequentato Yara, dai frequentatori di una discoteca non lontana da dove era stato trovato il suo corpo e dai lavoratori di un cantiere di Mapello, un paese più o meno a metà strada tra Brembate di Sopra e Chignolo d’Isola. Quel cantiere era l’ultimo luogo in cui si era collegato il cellulare di Gambirasio.

Dopo lunghe e complicate indagini gli investigatori arrivarono a confrontare un campione di DNA ottenuto da Bossetti, a sua insaputa, con quello trovato sui vestiti di Gambirasio. Fu trovata una corrispondenza. La ricerca fu però complicata dal fatto che si scoprì che il padre biologico di Bossetti non era quello che lui credeva essere suo padre. Il 16 giugno 2014 Bossetti fu arrestato, anche perché c’erano altri elementi: nei polmoni di Yara Gambirasio erano state trovate tracce di calce provenienti da un cantiere e sulle sue suole altro materiale per costruzioni. Gli investigatori scoprirono inoltre che il 26 novembre 2010 il cellulare di Bossetti si trovò nella stessa zona di quello di Gambirasio.

Quando i carabinieri andarono ad arrestarlo Bossetti cercò di fuggire e anche questa cosa fu vista da alcuni come un parziale indizio di colpevolezza. I suoi avvocati dissero però che si trattava di «una reazione istintiva che non ha nulla a che vedere con la colpevolezza». Il processo in cui Bossetti è accusato di “omicidio volontario aggravato dalla particolare crudeltà” è iniziato il 3 luglio 2015. La sentenza di oggi è arrivata dopo 45 udienze.

La principale prova a carico nei confronti di Bossetti era rappresentata dal DNA, raccolto dal Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS) dei Carabinieri. Gli avvocati di Bossetti avevano contestato diversi elementi presentati dall’accusa e soprattutto quelli relativi al DNA di Bossetti. Il RIS aveva però detto che la sequenza DNA attribuita a Bossetti era da considerarsi “certa al di là di ogni dubbio“. Durante il processo il RIS è stato molto criticato perché si scoprì che quello che si credeva essere un video del furgone di Bossetti vicino alla palestra di Gambirasio era “stato fatto per esigenze di comunicazione” e che non c’era la certezza che mostrasse sempre lo stesso furgone.

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