Una boutique di Louis Vuitton a Chengdu, in Cina, il 23 novembre 2011 (LIU JIN/AFP/Getty Images)
  • Moda
  • giovedì 23 Giugno 2016

Dove conviene comprare una borsa Louis Vuitton

Il costo dei beni di lusso varia da paese a paese, e in alcuni casi la differenza può superare il 60 per cento

Una boutique di Louis Vuitton a Chengdu, in Cina, il 23 novembre 2011 (LIU JIN/AFP/Getty Images)

Comprando sui siti di e-commerce delle aziende di abbigliamento, basta modificare il paese da cui si fanno gli acquisti per veder spesso cambiare anche i prezzi: non dipende solo dal cambio di valuta, certi capi sono effettivamente più cari in alcuni paesi che in altri. In particolare, negli Stati Uniti i prezzi sono più alti che in Europa per i marchi europei; i prezzi salgono anche in Giappone e ulteriormente in Cina e in Brasile: è uno dei motivi per cui i turisti asiatici fanno molti acquisti quando vengono in vacanza in Europa. Secondo una stima di Exane BNP Paribas, il 50 per cento delle vendite di prodotti di lusso dipende da turisti e persone in visita per lavoro in un paese diverso dal loro. La rivista Business of Fashion ha analizzato questo fenomeno spiegando perché le aziende di moda fanno pagare di più i loro prodotti in alcuni paesi.

Dov’è che borse di Louis Vuitton e Bottega Veneta costano di più

Grazie a Internet è più facile rendersi conto che i prezzi non sono uguali dappertutto (o che a volte gli stessi prodotti nella versione maschile sono meno costosi di quelli femminili). Sul sito di Louis Vuitton si scopre per esempio che la borsa monogrammata Speedy 30 costa 760 euro in Francia e in Italia e che per il Regno Unito il valore non cambia molto, anche se è in sterline. Per gli Stati Uniti però la borsa costa 970 dollari (circa 855 euro), il 12 per cento in più; l’aumento è maggiore, del 21 per cento, per il Giappone, dove costa circa 920 euro, e in Cina, dove costa il 32 per cento in più, raggiungendo il prezzo di 1.000 euro circa. Per il Brasile il costo della Speedy 30 è di 1.170 euro: un prezzo del 53 per cento più alto rispetto a quello francese.

Secondo l’analisi di Business of Fashion la differenza tra il prezzo più basso a cui si può acquistare la Speedy 30 di Louis Vuitton e quello più alto – rispettivamente il prezzo marocchino e quello brasiliano – è del 67 per cento. Qualcosa di simile vale anche per altre aziende, come Bottega Veneta. La borsa a spalla in intrecciato Nappa nero grande costa 2.600 euro per l’Italia: in questo caso negli Stati Uniti il prezzo è più basso, 2.550 dollari, pari a circa 2.250 euro. Per il mercato di Hong Kong il prezzo sale a circa 2.800 euro, per quello giapponese a 2.830 euro.

Perché esistono le differenze di prezzo?

Non c’è un’unica ragione. Innanzitutto ci sono i tassi di cambio: il fatto che ci sia un euro debole e uno yen debole fa sì che per i turisti americani sia più conveniente acquistare in Europa. Un altro fattore economico che non dipende dalle scelte delle singole aziende sono le tasse locali. In Cina e in Brasile arrivano al 60 per cento per i prodotti importati che costano più di 3.000 dollari (circa 2.650 euro). Però capita anche che alcune aziende alzino i prezzi in alcuni paesi pensando che lì i clienti siano disposti a spendere di più per un prodotto di lusso.

È vero che spesso i clienti stranieri vedono un valore aggiunto nell’acquistare nelle boutique europee piuttosto che nei negozi dei loro paesi, a prescindere dai prezzi. Però in alcuni casi si spende meno andando appositamente in Europa per comprare prodotti di lusso, piuttosto che facendolo da casa: il risparmio sull’IVA fa sì che il costo di volo e alloggio sia ammortizzato.

Il caso particolare della Cina

Secondo l’azienda di consulenza Bain & Co., la differenza di prezzo tra i paesi europei e la Cina può arrivare fino al 60-70 per cento. Secondo una ricerca della società Global Blue, che si occupa degli scambi commerciali nei duty-free, l’81 per cento dei cinesi che viaggia all’estero intende fare acquisti in vacanza; tra il 12 e il 13 per cento degli acquisti avviene in aeroporto nei negozi duty-free.

Il fatto che molti cinesi comprino più all’estero che in Cina – o che in tal caso lo facciano all’interno del cosiddetto “mercato grigio“, quello degli scambi commerciali legali ma non autorizzati – ha spinto molte aziende europee a chiudere alcune boutique aperte in Cina. Nel 2015 Louis Vuitton ne ha chiuse quattro e aperta solo una; anche Gucci ne ha aperta una, ma ne ha anche chiuse cinque. Zegna ne ha chiuse quattro, Burberry due; Bottega Veneta ne ha chiuse sei e aperte due. Per quanto riguarda la Cina anche i provvedimenti del governo contro la corruzione hanno contribuito alla crisi del settore del lusso: molti beni venivano acquistati per essere usati come tangenti.

La strategia dell’armonizzazione dei prezzi

Alcune aziende di moda hanno smesso di fare differenze tra i prezzi nei vari paesi. Nel 2015 Chanel ha annunciato che avrebbe armonizzato i prezzi dei suoi prodotti in tutto il mondo, in modo da favorire gli acquisti nei punti vendita locali (l’unica eccezione è il Brasile per i costi di dogana). Le vendite di Chanel in Cina stanno crescendo e secondo Bruno Pavlovsky, presidente del settore moda dell’azienda, è anche merito di questa strategia, apprezzata dai clienti. Hermès invece ha detto che non armonizzerà i prezzi, ma non li alzerà nemmeno pensando che in alcuni paesi le persone siano disposte a spendere di più per i beni di lusso.