Gary Johnson. (AP Photo/Rick Bowmer, File)

C’è un terzo candidato alle elezioni americane

E gli americani stanno iniziando a conoscerlo, visto quanto sono impopolari Trump e Clinton: è del Partito Libertario, il suo modello economico ideale è "Uber-qualsiasi-cosa"

di Francesco Costa – @francescocosta
Gary Johnson. (AP Photo/Rick Bowmer, File)

Negli ultimi sei mesi, mentre Donald Trump vinceva le primarie del Partito Repubblicano statunitense e i dirigenti del partito cercavano un modo per fermarlo, più volte è stata discussa sulla stampa e in tv l’ipotesi di un candidato alternativo che si candidasse fuori dal partito e che potesse rappresentare i Repubblicani moderati. Allo stesso tempo, dall’altra parte, Hillary Clinton ha vinto le primarie del Partito Democratico ma continua a essere piuttosto impopolare. I dati dicono che negli ultimi quarant’anni nessun candidato è stato sgradito agli americani quanto Clinton e Trump.

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Insomma, lo spazio politico per un terzo candidato sembra esserci. Quello che molti non sanno è che c’è anche il terzo candidato in questione: si chiama Gary Johnson ed è il candidato del Partito Libertario.

Un passo indietro
Le primarie e le loro regole, la legge elettorale del Congresso e delle elezioni presidenziali, le dimensioni dei collegi: tutto il sistema elettorale americano è costruito in modo da produrre un sistema bipartitico. Poi negli anni i partiti sono cambiati moltissimo, seguendo i cambiamenti della società americana, a volte hanno persino cambiato nome o sono stati sostituiti da altri: ma sono rimasti due. Il primo risultato è che negli ultimi centocinquant’anni il presidente degli Stati Uniti è sempre stato un Repubblicano o un Democratico. Il secondo risultato è che i politici che per ambizione e popolarità pensano di avere anche una sola possibilità di vincere, si candidano dentro i due grandi partiti e non fuori: Bernie Sanders, per esempio, si è iscritto al Partito Democratico un mese prima di candidarsi alle primarie di quest’anno.

Semplificando molto, nei sistemi elettorali proporzionali ottiene qualcosa anche chi non vince; in un sistema maggioritario – che non a caso si chiama winner-takes-all – chi prende un voto in più degli altri vince tutto. Supponiamo che il Wisconsin esprima dieci deputati e che il 60 per cento degli elettori voti per i candidati Repubblicani, mentre il restante 40 per i Democratici: in un sistema proporzionale, i Repubblicani avrebbero sei deputati e i Democratici ne avrebbero quattro; in un sistema maggioritario, i Repubblicani avrebbero dieci deputati e i Democratici zero. Questo esempio spiega perché i “terzi candidati” negli Stati Uniti non vanno quasi mai da nessuna parte, e l’unica cosa che possono ottenere al massimo è far perdere uno degli altri due candidati: quello che fecero probabilmente Ross Perot con George H. W. Bush nel 1992 e Ralph Nader con Al Gore nel 2000.

C’è un’ultima cosa: dal punto di vista burocratico, non ci si candida alla presidenza degli Stati Uniti in una volta sola. Bisogna candidarsi una volta per ogni stato, ogni volta presentando firme e documenti, ogni volta entro una scadenza che varia da stato a stato. I grandi partiti non hanno difficoltà a presentare tutto il necessario, gli altri possono averne: ed è il motivo per cui, per esempio, è impensabile che qualcuno si candidi sfidando Clinton e Trump a questo punto della campagna elettorale. In molti stati le scadenze per presentare la propria candidatura sono già passate. C’è un altro partito però che ha presentato tutti i documenti per tempo, e sarà presente in tutti i cinquanta stati: è anche il partito che ha avuto più voti alle elezioni presidenziali del 2012 – ovviamente dietro Democratici e Repubblicani.

Chi sono i Libertari
Nato negli anni Settanta in ambienti vicini al Partito Repubblicano, il Partito Libertario crede soprattutto in una cosa: che tutto funzionerebbe meglio se fosse lasciato alla libera scelta e iniziativa delle persone, e che il governo dovrebbe fare e normare il minor numero di cose possibile. Questo fa sì che i Libertari abbiano posizioni generalmente più a destra dei Repubblicani in economia e più a sinistra dei Democratici nei temi sociali.

Concretamente, i Libertari pensano che il governo dovrebbe tagliare radicalmente la sua spesa su tutto – dalla sanità alla scuola all’esercito – e allo stesso tempo chiedere tasse molto più basse, o non chiederne del tutto; dovrebbe lasciare l’iniziativa economica il più libera possibile, permettendo alle aziende di fare quello che vogliono dei loro lavoratori (e lasciando i lavoratori liberi di decidere cosa fare dei loro stipendi, senza trattenute pensionistiche o cose del genere); pensano che ognuno debba avere il diritto di portare con sé tutte le armi che vuole e che il governo dovrebbe interrompere tutti i programmi di sorveglianza e spionaggio; pensano che gli Stati Uniti debbano interrompere ogni intervento militare all’estero e legalizzare il consumo di droghe leggere; pensano che le donne debbano avere il diritto di abortire e le coppie omosessuali di sposarsi.

Per dirla come la dice Johnson, i militanti del partito si dividono in due categorie: ci sono documentati e coltissimi esperti di policy, e ci sono i matti da legare. I Libertari hanno una grossa fetta di elettorato composta da personaggi bizzarri e teorici del complotto che pensano che il governo sia la causa di ogni male. Uno degli sfidanti di Johnson all’ultima convention del partito era John McAfee, il bizzarro milionario statunitense noto per avere fondato la società di antivirus per computer che porta il suo nome e al centro qualche anno fa di una vicenda cinematografica legata a un omicidio.

Il Partito Libertario non ha mai espresso un deputato o un senatore, ma ha eletto negli anni qualche decina di politici locali. Alle elezioni presidenziali soltanto una volta ha superato l’uno per cento dei voti, nel 1980, quando Ed Clark prese un ininfluente 1,06 per cento dei voti. Alle elezioni presidenziali del 2012 però per la prima volta il candidato del Partito Libertario ha ottenuto più di un milione di voti, lo 0,99 per cento. Il candidato era Gary Johnson.

Chi è Gary Johnson
È di nuovo il candidato del Partito Libertario alle elezioni presidenziali: ha 63 anni, dal 1994 al 2003 è stato un apprezzatissimo governatore del New Mexico, eletto con i Repubblicani. È passato al Partito Libertario nel 2011, un anno prima di candidarsi alla presidenza per la prima volta. Indossa scarpe da ginnastica anche con gli abiti eleganti, pratica il triathlon, ha scalato la montagna più alta in ogni continente, fuma regolarmente marijuana (ma ha detto che smetterebbe se fosse eletto presidente, per essere sempre lucido). L’anno prossimo intende percorrere la “Great Divide Mountain Bike Route”, un itinerario per mountain bike tra Canada e Stati Uniti, il più lungo al mondo senza interruzioni, lungo 4.418 chilometri («A meno che non diventi presidente, naturalmente»).

Dopo la fine del suo mandato da governatore ha fatto molti soldi con un’azienda di prodotti derivati dalla cannabis. Ha due figli ed è il primo candidato in oltre un secolo a non essere sposato: ha divorziato da sua moglie nel 2005. Il suo candidato alla vice presidenza è William Weld, governatore del Massachusetts con i Repubblicani dal 1981 al 1986. Johnson ha descritto così, in sintesi, il suo modello economico ideale: «Uber-qualsiasi-cosa».

Il video è molto buffo, non la solita intervista: guardatelo.

Johnson propone di tagliare la spesa federale del 43 per cento in ogni singola area, dalla sanità all’istruzione, dalle spese militari agli investimenti in infrastrutture, per risanare l’economia americana e abbattere il suo debito pubblico. I cittadini dovrebbero pagare per ottenere i servizi che oggi gli sono garantiti dallo Stato, ma potrebbero permetterselo perché allo stesso tempo non dovrebbero pagare più tasse o quasi. Dice di credere moltissimo nel liberismo e nel capitalismo, è contrario agli interventi militari all’estero e allo spionaggio della NSA, è favorevole al diritto di portare armi ma anche al diritto di abortire, è contrario alla pena di morte e ai limiti di età per consumare alcolici. Insomma, ci sono motivi per cui può piacere molto ai Democratici e altri per cui può piacere molto ai Repubblicani; e ci sono motivi per cui gli elettori di entrambi i partiti potrebbero detestarlo. Lui ripete spesso che la maggioranza degli americani in cuor suo è libertaria, ma non sa di esserlo.

Che speranze ha
Il comitato elettorale di Gary Johnson praticamente non ha un soldo né una vera strategia per competere negli stati in bilico. Alla fine di marzo aveva in banca 35.000 dollari (per capirci, alla fine di maggio Hillary Clinton aveva in banca 30 milioni di dollari) e questo vuol dire che non può investire nell’apertura di comitati locali, che non può prenotare luoghi al chiuso per fare comizi, che non può commissionare sondaggi né tantomeno investire in spot televisivi. L’unica carta a suo favore è che esiste: in una campagna elettorale in cui molti sembrano cercare un terzo candidato, lui è quel terzo candidato.

Speranze ne ha pochissime, ovviamente, per non dire nessuna. Ma una strategia ce l’ha: se non per vincere le elezioni, quantomeno per contare qualcosa. Il primo obiettivo è arrivare al 15 per cento nei sondaggi, perché i candidati che arrivano al 15 per cento nei sondaggi vengono invitati a partecipare ai tradizionali confronti televisivi autunnali. Per arrivare al 15 per cento nei sondaggi Johnson pensa di andare moltissimo in tv per farsi conoscere – pubblicità gratuita – e offrirsi il più possibile come sponda per i Repubblicani che non intendono votare Trump. E investire soprattutto negli stati che non sono in bilico, che sono quelli i cui elettori sono meno esposti alla propaganda di Clinton e Trump, dove trasmettere uno spot elettorale costa di meno e dove è un po’ più facile rosicchiare qualche punto percentuale.

Interpellati sulle loro intenzioni di votare qualcuno di diverso da Clinton e Trump, gli elettori statunitensi si dicono da mesi molto interessati: addirittura la maggioranza dice che vorrebbe avere una terza alternativa. Il problema arriva quando quell’alternativa non è più un generico terzo candidato ma una persona con un nome, un cognome, un passato, dei difetti: quella percentuale crolla. Durante la campagna elettorale del 2012, Johnson non superò mai il 5 per cento e alla fine prese solo l’1 per cento dei voti. Quest’anno le cose gli stanno andando meglio, almeno per il momento: ha in media l’8,5 per cento dei voti, qualche sondaggio lo dà persino oltre il 10 per cento.

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