Caracas, 8 giugno 2016 (RONALDO SCHEMIDT/AFP/Getty Images)
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  • giovedì 9 giugno 2016

Il Venezuela e il referendum contro Maduro

Tra proteste, scontri e saccheggi, il consiglio elettorale del paese ha convalidato la maggior parte delle firme presentate dall’opposizione contro il presidente

Caracas, 8 giugno 2016 (RONALDO SCHEMIDT/AFP/Getty Images)

Il Venezuela sta attraversando da mesi una gravissima crisi politica ed economica. Tra le altre cose, lo scorso dicembre si era votato per rinnovare il Parlamento: il partito di Nicolás Maduro – presidente del Venezuela dall’aprile del 2013 ed erede politico di Hugo Chávez – aveva subìto una grave sconfitta: le opposizioni, riunite in una coalizione, avevano ottenuto 112 seggi su 167. Da 17 anni nessuno riusciva a togliere il controllo del Parlamento ai socialisti.

Lo scontro politico tra il nuovo Parlamento e il presidente sta bloccando ogni iniziativa politica, in un paese che è ormai secondo molti osservatori al collasso. Negli ultimi mesi le opposizioni hanno raccolto le firme per indire un referendum che – in base all’articolo 72 della Costituzione – dovrebbe decidere se interrompere il mandato presidenziale di Maduro prima della sua fine naturale, all’inizio del 2019. Mercoledì 8 giugno il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) venezuelano, dopo più di un mese dalla consegna, ha convalidato la maggior parte delle firme presentate dall’opposizione, circa 1,3 milioni su 1,8 milioni. La campagna referendaria ha insomma superato il primo ostacolo verso l’organizzazione della consultazione. La decisione è arrivata dopo una giornata di proteste e scontri con la polizia a Caracas, proprio vicino alla sede del CNE.

Si trattava della terza manifestazione anti-Maduro negli ultimi giorni repressa e dispersa dalla polizia con cariche e gas lacrimogeni. I manifestanti che hanno partecipato all’ultima marcia, circa un migliaio, gridavano slogan contro Maduro (“questo governo cadrà”) dietro una grande bandiera venezuelana e tenevano in mano cartelli con gli elenchi dei prodotti di prima necessità che sono scomparsi dagli scaffali dei supermercati: in Venezuela da mesi mancano cibo, medicinali e attrezzature negli ospedali, non ci sono più soldi nemmeno per stampare i soldi e i dipendenti pubblici lavorano solo due ore al giorno perché non c’è elettricità.

Nella difficile situazione economica e sociale del paese, il governo si trova ad affrontare non solo le proteste organizzate dalle opposizioni ma anche molte rivolte spontanee e saccheggi che stanno scoppiando in quei quartieri e in quelle città che una volta erano considerate le roccaforti elettorali di Maduro. Qualche giorno fa una donna è morta dopo essere stata colpita da un proiettile vagante sparato dalla polizia, intervenuta durante il saccheggio di un magazzino di San Cristobal.

Maduro ha respinto il tentativo del referendum organizzato dalle opposizioni, dicendo che molte delle firme presentate non sono valide. Alla televisione di stato, da dove parla ogni settimana, Maduro ha detto che «più del 30 per cento delle firme consegnate erano illegali»; il vice presidente del paese ha aggiunto che «quest’anno non ci sarà alcun referendum». Il portavoce dell’opposizione, Jesus Torrealba, ha detto invece che il numero minimo di firme valide è stato di gran lunga superato e che è in attesa di una comunicazione da parte del CNE per passare alla fase successiva della procedura di destituzione. Se il referendum verrà organizzato entro il 10 gennaio 2017, e se i cittadini venezuelani voteranno a favore del quesito, Maduro dovrà interrompere il suo mandato elettorale e si terranno nuove elezioni; se si supererà quella data Maduro verrà sostituito dal suo vice presidente, che concluderebbe il mandato nei tempi previsti.

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