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  • lunedì 6 giugno 2016

“Per soli 20 minuti”

La storia di un'aggressione sessuale in un campus universitario della California, del processo e della lettera che ha scritto il padre del ragazzo condannato per giustificare quello che è successo

Brock Turner, California, 2 giugno 2016 (Dan Honda/Bay Area News Group via AP)

Sui principali giornali internazionali circola da giorni la storia di uno stupro avvenuto nel gennaio del 2015 in un campus di Palo Alto, in California, commesso da un ex atleta della Stanford University. Della notizia si continua a parlare per diversi motivi: il ragazzo, Brock Allen Turner, è stato giudicato colpevole lo scorso 2 giugno e condannato a “soli” sei mesi di carcere (secondo alcuni, troppo pochi); la ragazza che è stata stuprata mentre era in stato di incoscienza ha scritto una lettera che è stata molto condivisa sui social network e sui media; il padre del ragazzo, infine, ha a sua volta scritto una lettera con delle dichiarazioni in difesa del figlio piuttosto discutibili.

Brock Allen Turner ha vent’anni, è nato a Dayton, in Ohio, ed è un ex nuotatore che fino all’anno scorso frequentava la Stanford University. Turner era stato arrestato nel campus di Palo Alto il 18 gennaio del 2015 dopo che altri due studenti lo avevano visto aggredire sessualmente una ragazza immobile dietro un cassonetto della spazzatura dopo una festa. I due, che erano in bicicletta, si erano avvicinati, avevano chiamato la polizia e avevano trattenuto Turner fino all’arrivo degli agenti. Quando la polizia era arrivata aveva trovato la donna, che non era una studente di Stanford, completamente incosciente e semisvestita, con un livello di alcol nel sangue molto alto. La donna aveva ripreso conoscenza in ospedale più di tre ore dopo l’aggressione, aveva diverse lesioni vaginali interne e aveva detto alla polizia che non aveva alcun ricordo dell’attacco subito, riuscendo però a ricostruire parti della storia con il passare del tempo. Turner, che aveva a sua volta un tasso alcolemico alto, aveva testimoniato in tribunale che non aveva avuto alcuna intenzione di violentare la ragazza e che l’incontro era stato consensuale.

Giovedì 2 giugno Turner è stato condannato a sei mesi di carcere: la difesa aveva chiesto sei anni e la condanna massima per i tre reati di cui è stato giudicato colpevole poteva arrivare fino a 14 anni di prigione. Il giudice ha spiegato però che una pena più lunga avrebbe potuto avere «un forte impatto su Turner», ha parlato della giovane età del ragazzo e anche del fatto che la sua fedina penale era pulita.

La ragazza vittima dello stupro (che ora ha 23 anni) ha parlato durante l’udienza, denunciando una diffusa cultura dello stupro e chiedendo che il giudice inviasse con la sua sentenza un messaggio forte. La lettera che ha letto in aula è stata ripresa integralmente da diversi giornali e molto condivisa online: la donna racconta di aver bevuto ma dice che «bere non è un atto criminale»: «Non è stato l’alcol a togliermi i vestiti, a penetrarmi con le dita, a trascinare la mia testa per terra e a lasciarmi completamente nuda». Ha anche raccontato che il ragazzo aveva «ingaggiato un avvocato importante, periti, investigatori privati per cercare dettagli» sulla sua vita privata da usare contro di lei e che durante il processo le è stato chiesto cosa indossasse, perché fosse andata a quella festa, se la relazione con il suo fidanzato fosse una cosa seria. In un passaggio della sua lettera la ragazza ha anche criticato gli articoli scritti sulla sua storia in cui si metteva in evidenza che Turner fosse un campione di nuoto: «Il fatto che Brock fosse un atleta in un’università privata non dovrebbe essere visto come un elemento per meritare della clemenza». Rispondendo infine a Turner che aveva testimoniato in tribunale che voleva mostrare alla gente come una sola notte da ubriachi «potesse rovinare una vita» aveva detto: «Voglio mostrare alla gente che una notte da ubriachi può rovinare due vite. La mia e la tua. Tu sei la causa, io sono la conseguenza».

Anche il padre del ragazzo ha scritto una lettera: Dan Turner ha difeso il figlio dicendo che la vita di Brock «per un’azione che è durata 20 minuti su più di 20 anni di vita» è stata modificata «profondamente e per sempre» e che per lui sei mesi di prigione sono troppi: «Ogni suo minuto di veglia è consumato da preoccupazione, ansia, paura e depressione. Glielo si può leggere in faccia, nel modo in cui cammina, dalla sua flebile voce, dalla sua mancanza di appetito». Dan Turner dice che il fatto che il figlio «debba ora essere indicato come aggressore sessuale lo influenzerà, per il resto della sua vita»: «Quello che so, in quanto suo padre, è che la detenzione non è la punizione più appropriata per Brock. Non ha alcun precedente criminale e non è mai stato violento con nessuno. Brock può fare tante cose buone, lavorare per la società e è completamente impegnato a spiegare agli altri studenti del college i pericoli del consumo di alcol e della promiscuità sessuale. Con persone come Brock, in grado di educare i ragazzi nei campus universitari, la società può cominciare a rompere il ciclo del bere fino allo stordimento e dei suoi sfortunati esiti. La libertà vigilata è quello che ci vorrebbe per Brock in questa situazione, cosa che gli permetterebbe di tornare a fare parte della società in modo decisamente positivo». Le sue parole sono state molto contestate sui social network e da diverse giornaliste femministe. Jessica Valenti sul Guardian ha ad esempio scritto: «Mi chiedo quanto tempo dovrebbe durare una violenza sessuale prima che il padre di Turner pensi che sia abbastanza grave da giustificare una punizione».

Il caso di Turner è stato molto raccontato sui giornali per i numerosi casi di stupri che si verificano da tempo nei campus universitari degli Stati Uniti ma che spesso o non sono denunciati o non arrivano in tribunale. Una recente indagine della Casa Bianca dice che il 10 per cento degli studenti universitari di sesso femminile ha subito qualche forma di violenza sessuale, ma che la percentuale delle denunce è in proporzione molto bassa. Gli stupri che avvengono in questi contesti sono più difficili da raccontare per le vittime: spesso i responsabili sono conoscenti, le violenze avvengono durante una festa, quando le ragazze, alcune delle quali hanno una vita sessuale attiva, hanno volontariamente bevuto bevande alcoliche; per questa ragione si sentono responsabili di ciò che è successo loro o temono che non saranno credute anche denunciando la violenza. Ci sono infine molte preoccupazioni circa il modo in cui le università tendono a proteggere i loro atleti accusati di aver commesso violenza contro le donne.

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