Un membro delle forze di sicurezza israeliane in un quartiere palestinese di Hebron, in Cisgiordania, il 26 aprile 2016 (HAZEM BADER/AFP/Getty Images)
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  • lunedì 6 giugno 2016

Il boicottaggio contro Israele funziona?

A guardare le cifre no, per ora: gli investimenti stranieri in società israeliane aumentano e l'economia va meglio che in Europa e Stati Uniti

di Sangwon Yoon - Bloomberg
Un membro delle forze di sicurezza israeliane in un quartiere palestinese di Hebron, in Cisgiordania, il 26 aprile 2016 (HAZEM BADER/AFP/Getty Images)

Il fisico Stephen Hawking ha disertato una conferenza ospitata a Gerusalemme dal presidente di Israele, la cantante americana Lauryn Hill ha cancellato un concerto a Tel Aviv e un grande fondo pensionistico dei Paesi Bassi ha inserito cinque banche israeliane nella propria lista nera: questi esempi dimostrano come il movimento internazionale per isolare Israele stia guadagnando terreno. Esaminando i flussi di capitali stranieri nel paese, tuttavia, si nota la tendenza opposta: gli investimenti stranieri in asset israeliani crescono molto e l’anno scorso hanno registrato un record, raggiungendo 252,40 miliardi di euro, quasi il triplo rispetto al 2005, quando un gruppo di palestinesi fondò il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Il movimento comprende le persone che rifiutano in toto l’esistenza di uno stato ebraico, ma anche quelle che vogliono solo che Israele cambi le sue politiche verso i palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Anche limitando l’attenzione sull’occupazione israeliana e le società che ne beneficiano, però, l’impatto del movimento è stato debole: negli ultimi tre anni le quote di azionisti non israeliani in nove tra società e banche quotate del paese sono aumentate costantemente.

«In Israele non abbiamo un problema con gli investimenti stranieri, al contrario», ha detto Yoel Naveh, economista capo del ministero delle Finanze israeliano. Secondo società che gestiscono titoli finanziari, economisti e funzionari del governo, gli asset israeliani sarebbero un’alternativa invitante rispetto a quelle deludenti di altri paesi. L’economia israeliana sta rallentando, ma cresce comunque più velocemente di quella statunitense ed europea e offre un tasso d’interesse più alto. Molte persone, inoltre, respingono le idee che stanno alla base del boicottaggio di Israele, e cioè che gli investimenti nel settore dell’innovazione e in quello del gas naturale israeliani siano una violazione dei diritti dei palestinesi, e che i misfatti israeliani siano tali da giustificare un’azione di questo tipo.

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Stando alla previsioni, quest’anno l’economia israeliana crescerà più di quella statunitense ed europea (del 2,8 per cento contro il 1,8). Nel 2015 le esportazioni israeliane nel settore tecnologico sono cresciute del 13 per cento rispetto all’anno precedente, superando l’equivalente di 20,9 miliardi di euro, secondo l’Istituto per le Esportazioni e la Cooperazione Internazionale israeliano. Negli ultimi dieci anni l’indice BlueStar Israel Global, che valuta le società israeliane quotate a livello internazionale, è raddoppiato, superando anche l’aumento del 21 per cento del MSCI ACWI, l’indice di riferimento per i mercati emergenti e sviluppati. Nonostante l’apprezzamento della valuta israeliana, lo shekel – segno della fiducia degli investitori stranieri – secondo i dati raccolti dal centro di ricerca IVC l’anno scorso le start-up israeliane hanno raccolto 3,31 miliardi di euro da investitori non israeliani, la cifra annuale più alta da dieci anni a questa parte. Gli investitori stranieri, da cui provengono almeno metà degli investimenti annuali totali nelle start-up israeliane, hanno speso altri 5,21 miliardi di euro per acquisire start-up nel paese. L’acquisto per 451 milioni di euro di Lumenis da parte di XIO Group, una società cinese specializzata in acquisizioni, è stato seguito da diverse fusioni e acquisizioni nel settore hi-tech israeliano, e dall’acquisto per 387 milioni di euro di ClickSoftware Technologies da parte di una società di private equity americana (le acquisizioni non sono considerate parte degli investimenti stranieri nelle start-up).

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Il movimento BDS dice di non essere preoccupato: ha già fatto progressi e avuto un impatto superiore alle speranze, e le conseguenze economiche arriveranno col tempo, sostiene. «Il movimento BDS non solo sta funzionando», ha detto Omar Barghouti, uno dei fondatori della campagna, «ma sta funzionando molto meglio e si sta diffondendo molto più velocemente di quanto ci eravamo immaginati». Il mese scorso Israele – che ha definito il movimento una «minaccia strategica» e ha stanziato decine di milioni di dollari per contrastarlo – ha vietato a Barghouti di viaggiare all’estero, nella speranza di limitarne l’impatto. Dalit Baum, direttrice per l’attivismo economico dell’American Friends Service Committee, un’organizzazione quacchera, ha detto che uno degli obiettivi del movimento è legare l’allontanamento degli investimenti da Israele ad attività di responsabilità sociale, per esempio iniziative a favore dei diritti civili e della tutela dell’ambiente. «Quello che posso dire è che vedo che gli investitori internazionali non entrano più in un certo tipo di società», ha detto Baum.

Lista nera

È vero che una serie di fondi pensionistici, soprattutto europei, ha deciso di non operare più con società israeliane e internazionali legate all’occupazione della Cisgiordania. Tra questi c’è il fondo sovrano da oltre 760 miliardi di euro della Norvegia – che ha rimosso dai suoi clienti Africa Israel Investments – e Pensioenfonds Zorg & Welzijn, il secondo fondo pensionistico dei Paesi Bassi, che gestisce beni per quasi 145 miliardi di euro e ha inserito nella sua lista nera l’azienda produttrice di bombe a grappolo Aryt Industries e poi Bank Hapoalim, Bank Leumi Le-Israel e First International Bank of Israel per il loro «coinvolgimento in attività contrarie al diritto internazionale sui diritti umani». Anche il Fondo previdenziale governativo della Nuova Zelanda ha rimosso Africa Israel dai suoi potenziali investimenti, insieme alla società edile Shikun & Binui e all’azienda di attrezzature aerospaziali Ashot-Ashkelon Industries. Cinque mesi fa il consiglio pensionistico della Chiesa Metodista Unita, il più grande gestore di programmi pensionistici americano, ha aggiunto le cinque maggiori banche israeliane all’elenco delle società in cui non intende investire.

«Non abbiamo bisogno di loro»

Alcune società, come Veolia Environnement SA, Orange SA and SodaStream International, hanno spostato le proprie attività fuori dalla Cisgiordania o si sono addirittura ritirate dal mercato israeliano. Naveh, capo economista del ministero delle Finanze israeliano, ha ammesso che ci sono stati casi di «investitori istituzionali che hanno annunciato il ritiro dei loro investimenti», aggiungendo però: «Non abbiamo bisogno di loro». Per il momento sembra che Naveh abbia ragione. Uno studio su nove società israeliane le cui attività sono legate all’economia derivante dagli insediamenti e dall’occupazione dimostra che negli ultimi tre anni le grandi holding straniere sono cresciute o sono rimaste pressoché inalterate.

Negli ultimi quattro anni il numero di azioni di queste società possedute da società straniere – soprattutto gestori di exchange-traded fund come Vanguard e BlackRock, o società che si occupano di gestione quantitativa come Dimensional Fund Advisors – è cresciuto. Questo aumento ha compensato senza difficoltà il ritiro dei pochi investimenti importanti, come la vendita di 50mila azioni di Elbit Systems da parte di Barclays Plc nel trimestre conclusosi il 30 settembre 2014 (le azioni avevano un valore di circa 2,6 milioni di euro, sulla base della media del prezzo delle azioni in quel trimestre).

Investitori silenziosi

La questione rimane però complessa e gli investitori non sono molto disponibili a discuterne. Dei 30 gestori di fondi che hanno azioni in alcune società israeliane, solo due hanno accettato di parlare con Bloomberg, a condizione di rimanere anonimi. Entrambi hanno detto che il movimento BDS non influenza le loro decisioni; secondo uno dei due i fondi pensionistici nell’Europa del nord sono contrari a investire in società legate alle attività israeliane in Cisgiordania, mentre molti in Cina e altri paesi vogliono semplicemente investire in asset ben gestiti, che fruttano dividendi alti e hanno bilanci solidi. La maggior parte degli investitori cerca di fare profitti senza violare la legge, ha detto l’altro gestore di fondi contattato da Bloomberg.

Secondo entrambi, inoltre, non è chiaro cosa costituisca una complicità economica all’occupazione di Israele, né quali siano le conseguenze giuridiche per le persone coinvolte, sempre che ce ne siano. La cosa che preoccupa di più i sostenitori di Israele è che la maggior parte degli stranieri possa associare Israele a comportamenti scorretti e decida di allontanarsene per evitare polemiche: il che, viste le dimensioni limitate del mercato israeliano, non sarebbe difficile e potrebbe portare a un lento e discreto processo di isolamento.

Impatto psicologico

Secondo Barghouti la forza del movimento BDS risiede proprio nel suo «impatto indiretto e tangibile sulla psiche dominante israeliana, preoccupata del crescente “isolamento” del paese dal mondo». Barghouti ha citato come esempio il boicottaggio dell’apartheid in Sudafrica negli anni Ottanta, che contribuì allo smantellamento delle politiche discriminatorie nel paese. Il movimento BDS, ha aggiunto Barghouti, si sta espandendo più velocemente del boicottaggio iniziato in Israele negli anni Sessanta, quando le grandi aziende impiegarono più tempo per lasciare il paese, dopo l’imposizione delle sanzioni economiche da parte di Stati Uniti, Europa e Giappone.

Sheldon Adelson, un miliardario ebreo-americano conservatore che ha contribuito a raccogliere milioni di dollari per contrastare il movimento BDS, ha detto di non essere preoccupato dei possibili danni economici per Israele. Adelson ha detto di essere incoraggiato dagli sforzi fatti in oltre venti paesi per approvare leggi che vietino di concludere accordi con società che portano avanti boicottaggi sulla base di etnia, colore, religione, genere e paese di origine. «Questa è una battaglia di comunicazione, e il pericolo più grande è la demonizzazione di Israele», ha detto in un’intervista. Shlomo Maoz, capo economista di S.M. Tel Aviv Investments, ha detto di essere preoccupato soprattutto dal fatto che al boicottaggio culturale possa seguirne davvero uno economico. «Oggi il movimento BDS non è una grossa minaccia», ha detto Maoz, «ma ci sono studenti che frequentano università negli Stati Uniti e nel Regno Unito e assistono alle proteste anti-Israele del movimento. In cinque o sette anni diventeranno gestori di fondi, e allora potrebbe diventare un problema».

© 2016 – Bloomberg

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