Muhammad Ali nel match contro Ken Norton, nel 1973 (AP Photo)
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  • sabato 4 Giugno 2016

La morte di Muhammad Ali

Aveva 74 anni ed è stato il pugile più famoso di sempre, oltre che una figura importantissima per la storia americana del secolo scorso

Muhammad Ali nel match contro Ken Norton, nel 1973 (AP Photo)

Muhammad Ali, celebre ex pugile americano considerato come uno degli sportivi più famosi di sempre, è morto quando in Italia erano circa le sei del mattino di sabato 4 giugno. Ali era stato ricoverato giovedì scorso in un ospedale di Phoenix, in Arizona, per dei problemi respiratori. All’inizio i medici avevano definito non particolarmente preoccupanti le sue condizioni, che però sono peggiorate rapidamente venerdì. La morte è stata confermata in breve tempo da Bob Gunnell, portavoce della famiglia, quando in Italia erano circa le sei e mezza del mattino: sarebbe stata causata da uno shock settico collegato a cause naturali non ancora specificate. Una delle figlie di Ali, Hana, ha detto alla stampa che il cuore del padre ha continuato a battere per alcuni minuti, quando invece gli altri organi avevano ormai smesso di funzionare.

Ali era affetto dal morbo di Parkinson, che gli era stato diagnosticato nel 1984, ed era stato ricoverato in ospedale più volte negli ultimi anni: l’ultima nel gennaio 2015 per una grave infezione alle vie urinarie. La sua ultima apparizione in pubblico era stata il 9 aprile scorso ad un evento di beneficenza a Phoenix, dove era sembrato molto indebolito. Ali viveva nell’area di Phoenix con la sua quarta moglie, Lonnie, con cui si era sposato nel 1986. I funerali si terranno venerdì 10 giugno nella sua città natale, Louisville, e verranno celebrati in forma privata. Sabato invece, sempre a Louisville, si terrà una cerimonia pubblica in cui parleranno l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, il giornalista televisivo Bryan Gumbel e l’attore Billy Cristal.

La vita di Mohammad Ali

Muhammad Ali era nato a Louisville, in Kentucky, il 17 gennaio 1942 e inizialmente si chiamava Cassius Marcellus Clay. Suo padre dipingeva insegne e murales religiosi, mentre sua madre era una cuoca. Ali aveva un fratello minore, Rudolph: entrambi vennero educati dal padre con gli insegnamenti di Marcus Garvey, un attivista politico afroamericano della prima metà del Novecento. Quando aveva dodici anni, ad Ali rubarono la bici, comprata da poco per 60 dollari: lui denunciò il furto a un poliziotto di nome Joe Martin che trovò per strada, e gli disse che quando avrebbe scoperto il ladro lo avrebbe picchiato. Il poliziotto gestiva anche una palestra di boxe, e suggerì ad Ali di imparare a combattere, prima di affrontare il ladro. Lui lo ascoltò, e Martin fu il suo allenatore per sei anni. Si fece notare in fretta come un ragazzo prodigio della boxe, finendo anche sulla televisione locale. Nel 1960, da dilettante, vinse la medaglia d’oro per i pesi mediomassimi alle Olimpiadi di Roma: fu Martin a convincerlo a partecipare, nonostante Ali avesse molta paura di volare.

Tornato dalle Olimpiadi di Roma firmò un contratto professionistico e si trasferì temporaneamente a Miami per allenarsi. Qui iniziò a frequentare una moschea e a conoscere gli attivisti della Nation of Islam, il movimento musulmano per i diritti dei neri guidato da Malcom X. Si convertì all’islam nel 1964, e cambiò il suo nome da Cassius Clay a Mohammad Ali. Ali fu poi campione del mondo per i pesi massimi dal 1964 al 1967 e dal 1974 al 1978, e divenne famoso anche per il suo rifiuto di combattere nella guerra in Vietnam («non ho niente contro i vietcong, nessuno di loro mi ha mai chiamato negro», disse). Ali venne condannato per essersi rifiutato di arruolarsi, ma lui fece ricorso: gli venne impedito di lasciare il paese e non combatté per tre anni e mezzo, riprendendo le attitivà solo a 29 anni.

Anni dopo, nel 1974, Ali fu invitato alla Casa Bianca dal presidente Gerald Ford. In quegli anni infatti era definitivamente diventato un’icona e punto di riferimento per gli afroamericani, e in generale era una delle figure più carismatiche della cultura popolare americana. Il suo soprannome era “the Greatest”, il più grande, e ancora oggi è considerato forse lo sportivo più famoso di tutti i tempi. Nel 1981 si ritirò dalle competizioni, tre anni prima che gli venisse diagnosticato il morbo di Parkinson. Dopo il ritiro Ali ha continuato a essere attivo politicamente, compiendo viaggi praticamente da ambasciatore ufficioso degli Stati Uniti in Iraq e in Africa e nel 1996 accese il braciere olimpico delle Olimpiadi di Atlanta. Negli ultimi anni si spostava poco dalla sua casa a Paradise Valley, in Arizona, per via del Parkinson. Viveva con sua moglie Yolanda “Lonnie” Williams, che aveva sposato nel 1986, con la quale aveva adottato un figlio. Ali aveva anche altre due figlie, avute da altre relazioni.

Gli incontri più famosi di Mohammad Ali

Uno dei suoi incontri più celebri fu quello contro Sonny Liston, che si tenne a Lewistone, in Maine, il 25 maggio del 1965. Ali mandò Liston al tappeto colpendolo con un pugno (poi soprannominato “the phantom punch”, il pugno fantasma) e l’incontro terminò dopo un minuto e pochi secondi. La fotografia scattata da Neil Leifer dopo che Ali mandò Liston al tappeto è tuttora uno delle foto di sport più famose di sempre.

L’incontro del 25 maggio 1965 tra Ali e Liston era una rivincita. I due pugili si erano già incontrati l’anno prima, il 25 febbraio 1964. Sonny Liston all’epoca era considerato il più forte pugile del mondo: aveva battuto per KO – per due volte di fila – Floyd Patterson, uno dei più forti pugili di quegli anni. Era il pugile più temuto, il più “duro” della sua generazione. Persino in uno sport violento come la boxe, la “brutalità” di Liston era sopra la media: sia dentro che fuori dal ring. Quella sera, invece, Cassius Clay riuscì a vincere. Il giorno dopo quell’incontro Clay disse di essersi convertito all’Islam – aderendo alla Nation of Islam – e di avere cambiato nome in Muhammad Ali.

Il grande avversario di Ali fu Joe Frazier, che l’8 marzo 1971 lo sconfisse al Madison Square Garden di New York. Il match terminò dopo 15 durissimi round e Frazier fu il primo pugile a sconfiggere Ali. L’incontro è considerato uno dei più avvincenti della storia della boxe ed è stato definito “The Fight of the Century”, l’Incontro del Secolo.

Il 30 ottobre del 1974 Ali prese parte ad un altro incontro memorabile, organizzato a Kinshasa, nell’allora Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) e passato alla storia come “The Rumble in the Jungle” (la rissa nella giungla): erano i tempi in cui i grandi campioni della boxe erano tra le celebrità più seguite e ammirate del mondo, e le sfide tra i più popolari di loro erano degli eventi spettacolari con pochi eguali. Quella volta fu ancora di più, perché in ballo c’era Ali che però aveva perso il titolo mondiale dei pesi massimi tre anni prima e tutti davano per sfavorito contro il campione George Foreman, che aveva 25 anni contro i suoi 32.

Il match fu uno dei primi organizzati da Don King – che sarebbe diventato il più grande impresario di incontri di boxe del mondo – che aveva promesso 5 milioni di dollari per il vincitore. Per raccoglierli King accettò l’offerta dell’allora presidente dello Zaire Mobutu di ospitare l’evento nel suo paese. Appassionati e commentatori sportivi erano certi della vittoria di Foreman, che oltre a essere più giovane di Ali era noto per l’impressionante potenza e forza muscolare. Ali cercò di vincere la partita tatticamente, e fu in quest’occasione che mise in pratica per la prima volta la strategia del rope-a-dope: anziché attaccare Foreman, si appoggiò per gran parte dell’incontro alle corde del ring lasciandosi colpire dall’avversario, incitandolo e provocandolo. Ali resisteva ai colpi, che venivano in parte assorbiti dall’elasticità delle corde, e quando Foreman era esausto lo attaccava con una scarica di colpi soprattutto al volto.

In questo modo riuscì a mandarlo al tappeto e vincere l’incontro prima della fine dell’ottavo round. Ali divenne campione del mondo dei pesi massimi per la seconda volta eguagliando così il record di Floyd Patterson. Un documentario sul match di Kinshasa, Quando eravamo re, vinse l’Oscar nel 1996.

Nel 1975, nella capitale delle Filippine Manila, si tenne l’incontro divenuto famoso con il nome di “Thrilla in Manila”. Ali riuscì a sconfiggere il rivale Joe Frazier per K.O. tecnico, dopo che l’allenatore di Frazier gettò la spugna tra 14esima e la 15esima ripresa a causa dell’afa soffocante in cui si disputò il match. Ali poi rivelò che se Frazier non si fosse ritirato, lo avrebbe fatto lui dopo la 15esima ripresa: nel momento in cui l’allenatore di Frazier gettò la spugna infatti, Ali era svenuto nel suo angolo di ring, ma l’allenatore di Frazier non se ne accorse. Successivamente Ali parlò di quel match descrivendolo come “la cosa più vicina alla morte mai vissuta”.

Gli ultimi incontri della carriera di Ali furono anche i più duri, perché vi prese parte quando ormai era praticamente giunto al ritiro e con una forma fisica molto lontana da quella degli anni precedenti. Il terzultimo contro Earnie Shavers, che Alì definì “il pugile più potente mai incontrato” fu probabilmente il più dannoso per la sua salute, e molti attribuirono la sua malattia ai colpi violentissimi subiti in quel match, che comunque Ali riuscì a vincere ai punti. Ali disputò il suo penultimo incontro con Larry Holmes, il suo vecchio sparring partner (gli avversari negli allenamenti) che nel frattempo era diventato campione. Per cercare di arrivare preparato all’incontro assunse una grande quantità di diuretici, ma i farmaci non fecero altro che appesantirlo. Più avanti disse: “Arrivai alla fine del primo round stanco morto, e ne restavano altri 14″. Resistette fino al decimo, senza vincerne uno, quando il suo allenatore Angelo Dundee gettò la spugna e ritirò Ali dal combattimento. Al termine dell’incontro Ali era completamente stordito e non accennò alla minima protesta.

L’ultimo incontro ufficiale della carriera di Ali si tenne alla Bahamas contro il giamaicano Trevor Berbick, che vinse al decimo round.