Soldati italiani della missione ONU in Libano fotografati il 7 aprile 2012 (MAHMOUD ZAYYAT/AFP/Getty Images)
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  • giovedì 26 Maggio 2016

I soldati dell’ONU in Libano trafficano illegalmente cibo?

Lo sostiene un'inchiesta di El País, che parla anche della partecipazione di diversi soldati italiani al contrabbando: l'ONU sta indagando

Soldati italiani della missione ONU in Libano fotografati il 7 aprile 2012 (MAHMOUD ZAYYAT/AFP/Getty Images)

Mercoledì il quotidiano spagnolo El País ha pubblicato un’inchiesta su un presunto traffico illegale di alimenti nel quale sarebbe stata coinvolta la missione dell’ONU in Libano, a cui partecipano anche soldati italiani. Secondo la giornalista Natalia Sancha, il traffico illegale di cibo ha riguardato per anni le razioni destinate esclusivamente al personale ONU – quindi non commerciabili – ma che sono state trovate in diversi supermercati del Libano: i due contingenti più coinvolti sarebbero quello del Ghana e quello dell’Italia. L’ONU ha detto che le sue indagini interne sono in corso da diverso tempo, ma per ora non è stato individuato nessun colpevole.

Cosa dice l’inchiesta
El País sostiene che il traffico illegale abbia coinvolto sia i commercianti libanesi che i “caschi blu” incaricati della gestione delle razioni alimentari di almeno cinque dei ventuno punti di distribuzione della missione ONU in Libano (i “caschi blu” sono i militari che partecipano alle missioni internazionali di pace dell’ONU: hanno i caschi di quel colore per distinguersi dai soldati dei vari eserciti nazionali). Sulla base di alcune testimonianze date a El País da persone rimaste anonime, si stima che dal 2010 al 2015 il traffico illegale abbia superato i quattro milioni di euro.

Dal 2006 al 2015 l’impresa italiana Es-Ko si è occupata della distribuzione di razioni alimentari ai soldati ONU in Libano: per esempio era responsabile del trasporto di cibo dal magazzino centrale fino ai ventuno punti di distribuzione. Per gestire il personale, Es-Ko aveva invece contattato una società locale libanese. La testimonianza principale dell’inchiesta di El País è stata quella di R.D., una persona pagata dalla società libanese il cui compito era supervisionare la distribuzione delle razioni alimentari. El País non ha diffuso l’identità di R.D: si sa che ha svolto il lavoro di supervisore dal 2007 al 2015 e che nel 2010 – rilevando delle irregolarità – ha fatto delle segnalazioni sia alla società libanese che a Es-Ko.

Come funziona il traffico illegale di razioni alimentari
Il sistema previsto dall’ONU funziona così: gli ordini di ciascuna sede dell’ONU vengono ricevuti dal magazzino centrale, dove opera Es-Ko insieme a un funzionario della missione ONU in Libano. Le razioni vengono consegnate a cadenza settimanale dalle società locali: la consegna avviene con sette camion, con capacità totale di 80 tonnellate di cibo. Per aprire i camion e scaricare gli alimenti è necessario un codice contenuto nella nota di carico, che specifica anche il tipo e la quantità di cibo consegnata. La nota deve essere firmata dal soldati responsabili della ricezione del cibo di ciascuna base ONU e controfirmata da due dipendenti del magazzino.

R.D. ha raccontato a El País come funzionava la truffa. Gli autisti dei camion inviavano con WhatsApp le note di carico ai caschi blu prima di lasciare il magazzino. I responsabili dei vari punti di distribuzione confrontavano gli alimenti trasportati nei camion con le riserve di cibo ancora presenti nella base sotto la loro responsabilità. Una quantità di cibo uguale alle eccedenze rilevate non veniva scaricata. Dopo avere lasciato la base, gli autisti andavano a vendere il cibo rimasto ai compratori locali, con prezzi stabiliti in precedenza. A guadagnarci erano tutti quelli coinvolti nella truffa.

Il traffico illegale che portava gli alimenti dell’ONU nei supermercati libanesi era un fenomeno “radicato”, ha scritto El País: «I soldati incaricati della ricezione di alimenti in ciascun punto della distribuzione vengono spostati ogni quattro o sei mesi. Una rotazione simile implica un minimo di 50 caschi blu con questo incarico tra il 2010 e il 2015».

Cosa hanno detto le persone coinvolte
Il portavoce della missione ONU in Libano, Andrea Tenenti, e la direttrice generale del ministero dell’Economia libanese, Alia Abbas, hanno confermato che sono in corso da tempo delle indagini ma non hanno fornito alla stampa altri dettagli. La procura militare di Roma ha detto all’ANSA che sono state avviate delle verifiche, mentre lo Stato maggiore della Difesa ha detto che il contingente italiano non c’entra nulla. Nonostante l’ONU e le autorità libanesi stiano indagando da parecchi mesi sul presunto traffico illegale, Es-Ko continua a lavorare anche oggi nella distribuzione di alimenti alla missione ONU in Libano: collabora con la società kuwaitiana KGL, che dal 2014 ha assunto l’incarico che era prima di Es-Ko.