Come si finisce a insegnare in un ospedale

"L’anno breve", il romanzo di Caterina Venturini, parla di una professoressa precaria che ha per alunni un gruppo di ragazzi ricoverati

Rizzoli ha pubblicato il romanzo L’anno breve di Caterina Venturini, scrittrice e sceneggiatrice. Il libro ha come protagonista Ida Ragone, un’insegnante precaria di scuola superiore che per rimanere vicina a casa sceglie di andare a insegnare ai ragazzi ricoverati in un ospedale, e racconta l’anno scolastico e il modo in cui Ida affronta l’insegnamento a degli studenti costretti a rimanere ricoverati per periodi molto lunghi a causa di malattie anche molto gravi; questa esperienza le cambierà la prospettiva non solo sull’insegnamento e sulle modalità di rapportarsi ai ragazzi ma anche sulla sua vita personale.

In questo estratto come viene scelta una cattedra da parte dei supplenti, e le prime esperienze di Ida con i ragazzi dell’ospedale.

***

Le future supplenti si erano sedute, una alla volta, il primo settembre davanti a un elenco di indirizzi. Ognuna aveva puntato il dito e portato a casa una cattedra, così veniva definito il lavoro di un anno. Per la prima in graduatoria era stato tutto molto semplice: l’intera città si era stesa sotto i suoi occhi: poteva piazzare il suo carro armato in una scuola qualsiasi. Le altre si erano affollate intorno, cigolando come carcasse ogni anno più svuotate negli zigomi. Le più anziane custodivano gelosamente fogli e foglietti, in cui avevano compilato la vita di ognuna: matrimoni, lutti, gravidanze, traslochi, che avevano condizionato la scelta della scuola di anno in anno; facevano previsioni, augurandosi la morte di quelle malcapitate che non rispondevano subito all’appello. Finché il centro della città era preso. Colonizzato. Poi la periferia, molto più lenta ma inesorabile veniva invasa, mentre un nugolo di mosche occhialute si informava per tutto il tempo su ogni cosa.
Nessun genitore, nessuno studente potrebbe mai immaginare la bolgia da cui arrivano le care professorine che aprono la porta molto compite il primo giorno di scuola.
«Non ha ancora scelto, professoressa Ragone?»
«No.»
«Guardi, c’è poco da pensare: è rimasta Subiaco o l’ospedale.»
C’era molto da pensare. Subiaco era la morte. In montagna. Nessuna ferrovia. Sveglia alle cinque di mattina. Guidare per un’ora. D’inverno con la neve un’ora e mezza. Ci fosse stata una riunione, sarebbe tornata a casa alle otto di sera.
Anche la cattedra in ospedale era la morte. Avrebbe insegnato ai ragazzi malati prima che morissero, così le avevano detto. Non sempre morivano. E poi stava in centro.
Ida Ragone aveva puntato il dito su un foglio stropicciato da impronte che si erano alternate per l’intera giornata.
«È sicura?»
«Va bene così.»

***

Glielo presentano in uno dei tanti corridoi del parallelepipedo NEU ai piedi della torre. Ha gli occhi chiusi e trema, sostenuto dall’infermiera.
«Ciao Mattia» gli dice Ida già allertata, con una voce in falsetto che si usa con i bambini, non certo con un adolescente di quindici anni. Ma lui non è un adolescente, non in quel momento. Però sorride. Ida gli stringe la mano dicendo il suo nome e lui risponde arcuando le dita, senza però stringerle del tutto. Di Mattia il dottor Campolongo ha detto: «Tiene sempre gli occhi chiusi però ci vede. Di più non posso dirvi perché è un paziente di Fantini. Ve ne parlerà lui quando troverà un minuto per venire alla nostra riunione».

«Una stanza per la scuola non c’è in questo reparto?» Ida Ragone è già stanca di quel girare a vuoto, almeno a EMA si fa lezione davanti a un letto, a NEU tutto si confonde e non si capisce mai se dietro a una porta c’è la camera di un paziente, lo studio di un medico o la stanza delle infermiere.
«Oggi farete lezione nella Sala colloqui in fondo al corridoio» le risponde l’infermiera tatuata, che continua a tenere Mattia mano nella mano; in quella della donna è disegnato un rampicante di rosa, che non si sa dove finisca su per il braccio.
«E se vengono i parenti in visita?» chiede Ida.
«Chi è che ha chiesto una stanza solo per la scuola?» Una voce roca di mille sigarette interrompe la conversazione. «Mica sono Gesù Cristo, che moltiplica i pani e i pesci, le stanze ce le hanno già dimezzate. Se ne trovate una, entrate e sperate che non vi cacci via qualcuno.»
Ida si gira a guardarla: «Buongiorno, sono Ragone. Di italiano».
«Piacere: Viviana, la caposala. Quest’orario non va bene, Mattia tra mezz’ora ha il colloquio con Fantini. Per te è meglio, no? Lavori mezz’ora, invece di un’ora.»
«La Stiva sapeva di questo colloquio di Mattia?»
«Io gliel’ho scritto stamattina che Fantini aveva anticipato.»

La Sala colloqui è piena di sedie in ordine sparso. L’infermiera ha lasciato lì Mattia e se n’è andata. Il ragazzo è rimasto in piedi davanti a un tavolaccio tutto inciso e fratturato. Ida Ragone passa dalla sua parte, sposta la sedia, lo prende sottobraccio, ma lui rimane fermo. Non accenna a sedersi. Comincia a contare sottovoce. Dopo un minuto interminabile tocca lo schienale della sedia e la sposta, sempre a occhi chiusi. Poi ci si mette davanti e senza sedersi ancora si accerta con il piede che la sedia abbia veramente quattro gambe, ne tocca una per volta con la punta della scarpa. Infine si tranquillizza e si siede, mettendo le mani sul tavolo. A quel punto anche Ida si siede, di fronte a lui.
«Ti va se ti leggo una storia?»
Mattia annuisce. Ida gli mette davanti un libro, lo apre e lo gira come fosse lui a leggere. Invece è lei che comincia a scandire le parole a voce alta. Da subito le sembra una farsa eppure continua con raro puntiglio. Le frasi scivolano: “Così ho trascorso la mia vita solo, senza nessuno con cui poter parlare, fino a sei anni fa quando ebbi un incidente col mio aeroplano, nel deserto del Sahara”.
Ida alza lo sguardo verso gli occhi di Mattia: ancora chiusi.
“Qualche cosa si era rotta nel motore, e siccome non avevo con me né un meccanico, né dei passeggeri, mi accinsi da solo a cercare di riparare il guasto.”
La voce dell’insegnante si ferma sempre più spesso tra una frase e l’altra per guardare il viso che ha davanti, il ragazzo ha ciglia lunghe e nerissime. Le palpebre chiuse tremano ancora, ma un po’ più piano da quando si è seduto. “Ci misi molto tempo a capire da dove venisse.
Il piccolo principe, che mi faceva una domanda dopo l’altra, pareva che non sentisse mai le mie.”
Mancano dieci minuti alla fine della lezione e lei non ha trovato ancora un modo per comunicare con il ragazzo.
«Ti va di scrivere il tuo nome?» Lui sorride, è sì.
Ida chiude il libro, lo sostituisce con un quaderno arancione degli anni Settanta regalato al reparto chissà quando: ha un’etichetta bianca disegnata.
«Guarda… cioè… volevo dire, sulla copertina del quaderno c’è un’etichetta bianca, puoi scriverci dentro il tuo nome, così sapranno tutti che questo è il tuo quaderno…» Quando smetterà di parlargli in quel modo, come una pettinatrice di cani?
Lui le stringe il polso, è un altro modo per dire sì. La sua mano si appoggia sopra quello spazio bianco, le dita non sanno raccapezzarsi, la professoressa gli dà una penna. Lui riesce a tenerla con una certa sicurezza. Scrive Ma, poi si ferma, appoggia per un attimo le due dita arrampicate sulla penna, le affianca una sull’altra di sbieco, forse a farle già riposare, poi le punta di nuovo sul foglio, la penna resta salda ma lui non sa più dov’è l’ultima lettera tracciata. Roba di millimetri.
Lei lo segue concentrata, non vuole aiutarlo, pensa non vada fatto, ha una piccola intuizione o forse è il ricordo di qualche libro di pedagogia sul non soccorrere subito il bambino che cade. Lo lascia procedere da solo. La penna traccia la prima t di “Mattia” sopra la M, poi scrive la seconda che spunta storta direttamente dalla prima, come fosse un ventaglio, come se le due t si sventolassero una sull’altra, come se non volessero separarsi. È arrivato alla i, da cui prova a far partire il gancio che porterà all’ultima vocale. Lui ha bisogno di fare quel gancio, con una lentezza smisurata e insostenibile allo sguardo, ma poi conclude. Il cerchio è composto, con un ricciolo in basso a destra. Una sciccheria.

 

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