La contesa sul fake satirico di Jeff Jarvis

Uno dei più famosi "guru di Internet" non trova tollerabile una sua parodia online, e ne è nato un gran dibattito

di Caitlin Dewey - Washington Post

L’account twitter satirico @ProfJeffJarvis cambierà nome nei prossimi giorni. Rurik Bradbury, il creatore dell’account, spera così di risolvere una disputa con il vero Jeff Jarvis, un rispettato opinionista e professore di giornalismo alla City University di New York, secondo cui l’uso che Bradbury fa dell’account costituisce una diffamazione nei suoi confronti.

«Mi sono fatto un giro con un cowboy e gli ho chiesto: perché i cowboy non innovano?»

Parlando con i due, si ha l’impressione che siano in profondo disaccordo su un vasto numero di argomenti: il significato di umorismo, il ruolo delle tecnologie nella nostra vita e le regole basilari della convivenza civile. Ma il disaccordo principale che li divide è molto più semplice: una persona normale può o non può scambiare l’account @ProfJeffJarvis per il vero account di Jarvis? E se sì, la colpa è di Bradbury? Questa domanda, a sua volta, ne implica un’altra a proposito di cosa è diventata la satira oggi. Ad esempio: come si distingue da una truffa? Dev’essere legata a dei paletti “etici”?

«Che tipo di rete vogliamo?», si domanda Jarvis: «Se sei in disaccordo con me e vuoi prendermi in giro non c’è problema, lo fanno moltissime persone. Ma non usano il mio nome per ingannare le persone. Questo è sbagliato e scortese. È un’appropriazione indebita». È importante precisare che un sacco di segnali indicano come @ProfJeffJarvis sia un account parodia. Bradbury – che è il capo del marketing di Trustev, una società che si occupa di combattere le frodi online – segue alla lettera le regole informali degli account parodia su Twitter. La bio dell’account include l’avvertimento “not @JeffJarvis” e l’avatar è un uomo anziano che indossa un cappello con attaccate due lattine di birra. Bradbury non ha mai cercato di nascondere il fatto che è lui il vero autore dell’account. E oramai non cerca più di imitare il vero Jarvis, anche se l’account ha iniziato proprio prendendo in giro Jarvis, e si occupa tuttora di tecnologia e nuovi media, il principale interesse del vero Jarvis.

«L’account @ProfJeffJarvis è completamente assurdo – dice Bradbury – e questo dovrebbe essere ovvio in pochi secondi a qualunque persona intelligente. Se qualcuno me lo chiede, chiarisco immediatamente che non sono Jeff Jarvis. La bio e l’avatar sono così assurdi che l’unico modo di confondermi con il vero professore è essere estremamente stupidi o frettolosi». Sfortunatamente però, chi ha speso almeno 15 minuti su Internet sa molto bene che c’è un abisso tra cosa le persone dovrebbero sapere su quello che trovano online e quello che sanno realmente. Questo perché pochi di noi leggono veramente: è molto più facile cliccare una pagina e leggerne solo alcune parti, piuttosto che seguirne il testo dall’inizio alla fine. L’utilizzatore medio di social network condivide regolarmente cose senza leggerle. Nei siti di notizie, la durata della visita media è di appena pochi secondi.

Per avere ulteriori prove, basta guardare il promettente campo delle notizie inventate: persino storie che sono evidentemente fasulle ottengono migliaia di link, un problema così diffuso che persino Facebook sta cercando di introdurre delle soluzioni.

«Sai, il vero Jeff Jarvis farebbe semplicemente meglio a cambiare lavoro, così da evitare la confusione»
«Esatto»

Com’era prevedibile, @ProfJeffJarvis è stato più volte scambiato per l’account originale – dopo tutto, internet sembra essere pieno di “lettori medi” che non leggono nulla più che il nome che compare prima della bio. Nell’agosto del 2014, Bradbury si è scontrato su Twitter con Nassim Taleb, filosofo e autore del famoso saggio del “Cigno nero”,  che aveva accusato Jarvis di essere una “vergogna” per il mondo accademico (Taleb si è successivamente scusato e ha cancellato il tweet). Jarvis racconta che in una recente conferenza ha dovuto spiegare a un collega come mai molti dei suoi tweet sembrassero così “scostanti” – perché non provenivano dal suo account, ma da quello di Bradbury. Giovedì scorso, un articolo su un finto “Partito dell’Innovazione” è comparso su Esquire, firmato @ProfJeffJarvis: un fatto così grave, racconta Jarvis, da causargli palpitazioni cardiache.

Jarvis è convinto che il lettore medio abbia semplicemente dato un’occhiata veloce alla pagina e si sia convinto che il pezzo, piuttosto frivolo come ci si aspetta da un articolo di satira, fosse stato scritto effettivamente da un professore dell’università di New York. L’articolo non era nemmeno segnalato come un pezzo di satira. «Ci si aspetta che le persone facciano una specie di analisi forense dell’articolo, per di più in un’epoca in cui il lettore medio spende circa 15 secondi su ogni pagina», dice Jarvis: «Noi giornalisti lavoriamo in un settore in cui la verità è molto importante. Nessuna storia dovrebbe essere un test di intelligenza».

Anche se Bradbury non è un giornalista che lavora “per la verità”, ha comunque delle responsabilità, sostiene Jarvis. Non legali, né professionali, ma etiche e personali. Sono responsabilità che derivano dal fatto che molti frequentatori di Internet non hanno una perfetta conoscenza del mezzo. Bradbury quindi, deve accertarsi che i suoi lettori comprendano che l’account è una parodia.

L’etica, ovviamente, è una materia aperta al dibattito. In un post sul blog Popehat, ad esempio, l’avvocato e attivista Ken White fa appello all’etica per sostenere l’esatto contrario di quanto dice Jarvis. Bradbury, scrive White, ha il dovere, in quanto autore di satira, di indirizzare le sue prese in giro dove meglio ritiene e di non annacquare le sue critiche per renderle comprensibili ai suoi lettori meno preparati. Ma Esquire invece è arrivato alla conclusione opposta, e ha cancellato l’articolo di @ProfJeffJarvis poco dopo la pubblicazione. «Non era chiaro a sufficienza chi ne fosse l’autore e così abbiamo deciso di rimuoverlo», ha spiegato un loro portavoce al Washington Post.

L’articolo ora è stato pubblicato su Gawker e la questione dell’autore è stata chiarita al di là di ogni possibile dubbio. La firma recita: “@ProfJeffJarvis, account parodia”. Il testo originale è introdotto da un paragrafo scritto in corsivo che riassume tutta la questione e spiega come il pezzo sia finito da Esquire Gawker. «Non vedo come qualcuno, anche dopo un’occhiata veloce, potrebbe concludere che l’autore del pezzo è il vero Jeff Jarvis. Credo che questo sia il modo corretto di gestire la satira che si basa sull’impersonazione», ha detto al Washington Post il direttore di Gawker, John Cook.

Se questo standard molto rigido inizierà a diffondersi resta ancora da vedere. I fan di Bradbury di certo non amano questo modo di fare satira e temono che finisca con il rovinare l’umorismo di @ProfJeffJarvis. «L’essenza di una buona parodia è che non abbia appiccicata addosso l’etichetta “parodia”», dice Bradbury, che ha comunque accettato di cambiare il nome del suo account, per evitare a Jarvis ulteriori “palpitazioni”.

© 2016 – The Washington Post