(Jan Kruger/Getty Images)
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  • venerdì 22 Aprile 2016

Come si calcola il prezzo di un calciatore

Si tiene conto di un sacco di parametri, che spiegano anche i trasferimenti apparentemente più insensati

(Jan Kruger/Getty Images)

Negli ultimi anni, da quando nel calciomercato è aumentato notevolmente il giro di soldi, una delle attività preferite dei tifosi è quella di commentare con sprezzo o ammirazione le cifre dei trasferimenti dei calciatori. Si dibatte spesso se il difensore X valga davvero 25 milioni di euro oppure siano un po’ troppi, se il centrocampista Y sia stato di fatto regalato e se l’attaccante Z vada lasciato andare o meno alla fine del contratto. Ma cosa determina davvero il prezzo di un calciatore?

Per semplificare, possiamo dire che il prezzo di un calciatore viene stabilito dai club coinvolti nelle trattative per il trasferimento, che nel farlo possono chiedere le consulenze di alcune società specializzate nella valutazione dei trasferimenti. Quando hanno bisogno di un giocatore per “coprire” un ruolo specifico, i dirigenti incaricati stilano una lista di obiettivi, o consultano i nomi dei giocatori visionati precedentemente, da cui poi verrà scelto quello più adatto. È un metodo che non riguarda i giocatori i più forti in circolazione, che solo poche squadre europee possono permettersi; e non riguarda nemmeno i giocatori che nel contratto hanno inserito una clausola che non permette il trasferimento se l’offerta è inferiore a una cifra stabilita. Riguarda invece una fascia medio-alta, dove ci sono molti giocatori disponibili a trasferirsi ma dove la competizione è di gran lunga maggiore.

I parametri presi in considerazione per la valutazione di un calciatore sono una ventina, e vanno dall’età al livello della squadra per cui è tesserato. Oltre al talento e alle potenzialità stimate da osservatori e direttori sportivi, i parametri più influenti per la valutazione di un giocatore sono tre: la categoria a cui appartiene (giovane promettente, giocatore popolare della nazionale di appartenenza, campione internazionale, per esempio), l’età e la nazionalità. Di media il picco massimo per il valore di un giocatore arriva a 25 anni: da 26 in poi comincia a scendere più o meno lentamente.

Gli altri parametri presi in considerazione sono il paese e il campionato in cui gioca, il ranking internazionale della squadra con cui è tesserato, il livello del campionato del club acquirente, il paese di nascita, la tipologia e la durata del contratto con il club che lo vende, il numero di stagioni da professionista, il numero di partite giocate nell’ultima stagione e in carriera, i gol, il numero di presenze ed eventuali gol in nazionale.

In Europa i giocatori di alcuni paesi sono ritenuti generalmente più costosi del loro valore tecnico. Richard Foster, autore di alcuni libri sul calcio inglese, ha spiegato in un articolo pubblicato dal Guardian perché i calciatori inglesi sono considerati generalmente molto costosi.

I calciatori inglesi sono comunemente ritenuti sopravvalutati. Anche se la Premier League sta aumentando sempre di più la sua fama e i suoi appassionati in tutto il mondo, l’introduzione di una certa regola – quella che impone ai club di avere nella rosa almeno otto giocatori cresciuti per tre stagioni in una squadra inglese o gallese prima di aver compiuto 21 anni – ha alzato le valutazioni. Il trasferimento di Raheem Sterling dal Liverpool al Manchester City, costato 49 milioni di sterline, ne è un esempio, anche se il famoso agente sportivo Phil Smith crede che i giocatori inglesi siano costosi perché “i giocatori inglesi di un certo livello sono pochi”.

Spesso il valore dei giocatori varia in base alla legge della domanda e dell’offerta. Uno dei casi più emblematici riguarda John Stones, ventunenne dell’Everton e probabilmente il più promettente difensore britannico in circolazione. La scorsa estate il Chelsea si interessò a Stones perché era alla ricerca di un giovane difensore inglese che avrebbe dovuto sostituire John Terry, storico capitano giunto ormai a fine carriera. In quel periodo, Stones costava molto per il Chelsea e meno per le altre squadre, come Liverpool e Manchester United: questo perché il Chelsea aveva più bisogno di un giocatore con le caratteristiche di Stones (giovane, difensore, inglese) e perché Liverpool e Manchester United avevano già a disposizione giocatori simili a Stones cresciuti nelle loro giovanili.

Un esempio famoso

Spesso riuscire a gestire bene la politica dei trasferimenti – e quindi comprare e vendere al prezzo giusto – è fondamentale per la gestione di una squadra. L’Udinese è forse la società di calcio italiana che ha realizzato più plusvalenze con i trasferimenti dei propri giocatori: con plusvalenza si intende la differenza fra il valore “contabile” di un giocatore – calcolato in base ai soldi spesi per comprarlo, che però cala di stagione in stagione perché nel frattempo il giocatore viene utilizzato e il debito saldato – e i soldi ricevuti per la successiva vendita di quel giocatore.

Nel 2011 l’Udinese si qualificò alla Champions League con una squadra composta dal portiere Samir Handanovic, dai difensori Medhi Benatia, Cristián Zapata e Dusan Basta, dai centrocampisti Kwadwo Asamoah e Gökhan Inler e dall’attaccante Alexis Sanchez. Tutti erano stati comprati negli anni precedenti per cifre tutto sommato basse: Handanovic costò all’Udinese 40.000 euro, Benatia e Zapata circa 500.000 euro ciascuno, Asamoah 1 milione di euro. Uno degli acquisti più costosi fu quello di Alexis Sanchez, preso per circa 3 milioni di euro da una squadra cilena. Per molti l’Udinese di quell’anno fu la squadra che giocò il miglior calcio del campionato italiano e nel giro di pochi anni quasi tutti i giocatori stranieri di quella rosa furono venduti anche per dieci volte il costo del loro acquisto. Handanovic andò all’Inter per 12 milioni di euro più il cartellino del giovane difensore Marco Davide Faraoni; Benatia andò alla Roma nel 2013 per 13,5 milioni; Alexis Sanchez fu ceduto al Barcellona per una cifra complessiva superiore ai trenta milioni di euro.

L’Udinese non avrebbe incassato quelle cifre se la squadra si fosse piazzata a metà classifica, o se uno di quei giocatori fosse stato a lungo infortunato o avesse superato i 25 anni da qualche tempo. Negli anni successivi ottenne risultati peggiori, ma anche grazie alle operazioni di mercato riuscì a ristrutturare completamente il proprio stadio.

E oggi?

Tornando ai singoli giocatori, anche per l’Italia –  che specialmente negli ultimi anni non ha prodotto una grande quantità di talenti – si può fare un discorso simile a quello valido per la Premier League: i giocatori italiani forti costano troppo, e perciò bisogna guardare altrove. Questo problema è stato citato spesso anche dai dirigenti sportivi delle squadre di Serie A, che non essendo in grado di spendere le grosse cifre richieste per i calciatori italiani vanno a comprare giocatori all’estero, in modo particolare nell’Est Europa e in Sud America: qui i costi sono più contenuti per via del livello più basso dei campionati e delle squadre.