(LISE ASERUD/AFP/Getty Images)
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  • giovedì 21 aprile 2016

La democrazia ha vinto su Anders Breivik

La sentenza che ha dato ragione allo stragista norvegese in realtà non riguarda lui ma noi, scrive Giancarlo De Cataldo su Repubblica

(LISE ASERUD/AFP/Getty Images)

A marzo 2015 Anders Behring Breivik – il colpevole della strage del 2011 a Oslo e sull’isola di Utøya, nella quale sono morte 77 persone – ha fatto causa alla Norvegia per “detenzione disumana” per via dello stato di isolamento in cui è tenuto e alle violazioni del suo diritto di privacy. A settembre Breivik scrisse invece una lettera ai media norvegesi lamentandosi perché il caffè della mensa era servito freddo, perché la sua cella non aveva vista e perché non c’era abbastanza burro per il pane. Il 20 aprile Breivik ha vinto la sua causa contro il governo norvegese: sarà risarcito con 331mila corone norvegesi, circa 35mila euro.

Leggi anche: Cosa pensa uno dei sopravvissuti di Utøya della sentenza a favore di Breivik

Il 21 aprile Giancarlo De Cataldo – magistrato, scrittore e sceneggiatore, famoso soprattutto per aver scritto Romanzo Criminale – ha scritto su Repubblica che la vicenda “rinfocola l’attualissimo dibattito sul rapporto che avvince sicurezza e pena, repressione e diritti dei condannati”. De Cataldo ha scritto che è giusto che le democrazie europee perseguano “la rieducazione del condannato e il suo reinserimento sociale” e anche nell’estremo caso di Breivik – “un indifendibile nemico della democrazia” – la Norvegia ha fatto bene a considerarlo “un individuo che, qualunque fosse stato il suo passato, lamentava una condizione del suo presente”.

Anders Breivik è ufficialmente una vittima. I cinque anni di isolamento ai quali è sottoposto il massacratore nazista di 77 civili inermi ledono il suo diritto a un’equa detenzione. I giudici di Oslo hanno applicato l’articolo 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, che vieta la tortura e ogni trattamento inumano o degradante. Eppure, Breivik dispone di un appartamento di trentuno metri quadrati con palestra, servizi, televisore e computer. Egli versa in una condizione detentiva che, in molti altri Paesi, sarebbe persino considerata invidiabile. Si potrebbe, dunque, sostenere che si tratta solo di una questione di misura. I giudici norvegesi sono di manica più larga, considerano illecito ciò che altrove è la norma. Così ragionando, il principio fissato dalla Cedu sarebbe salvo, e l’errore andrebbe cercato nella sua applicazione.

Ma la sensazione, nello scorrere i commenti che in queste ore si infittiscono, è che sia proprio il principio a risultare indigesto. Il fatto è che questa vicenda rinfocola l’attualissimo dibattito sul rapporto che avvince sicurezza e pena, repressione e diritti dei condannati. Con l’ulteriore precisazione che si tratta di questioni proprie degli stati democratici, e in particolare di quelli europei: dove regnano dittatori e cacicchi – e anche in qualche grande nazione fuori d’Europa – le questioni criminali si regolano con metodi assai più sbrigativi. È tipico, invece, dell’Europa democratica, il tentativo di uniformarsi a uno standard comune che interpreta in modo multiforme il rapporto fra sicurezza e pena.

(Continua a leggere l’articolo di Repubblica su Cinquantamila giorni)

 

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