• Moda
  • mercoledì 30 marzo 2016

La propaganda dell’ISIS con le magliette

Sono prodotte in Siria per i combattenti jihadisti e in altri paesi per i simpatizzanti dello Stato islamico

Magliette e altri capi di abbigliamento con i simboli del gruppo Stato islamico sequestrati dalla polizia spagnola ad agosto 2015 (Ministero dell'interno spagnolo)

Lo Stato Islamico (o ISIS) è diventato il più importante gruppo jihadista del mondo sfruttando molto la propaganda online: con la diffusione di messaggi audio e video, ha spinto centinaia di cittadini europei ad andare in Siria per ricevere addestramento militare, utile sia a combattere la guerra siriana e irachena sia a compiere attentati in Europa. La macchina di propaganda dello Stato Islamico viene considerata molto efficace da molti analisti ed esperti e si basa sull’utilizzo di diversi canali che contribuiscono a diffondere i messaggi del gruppo. Per esempio, uno degli strumenti di propaganda di cui si è parlato di meno in questi ultimi mesi è la diffusione di magliette e altri capi di abbigliamento dello Stato Islamico.

La rivista di moda Business of Fashion (BoF) ha spiegato in che modo vengono vendute le magliette su cui compaiono i simboli dello Stato Islamico e i benefici che ne trae il gruppo. Secondo BoF, lo sviluppo di un’identità dello Stato Islamico simile a quella dei marchi di moda fa parte della strategia del gruppo per attrarre nuovi seguaci. Fiona de Londras, esperta di antiterrorismo della Birmingham Law School, ha detto a BoF che i vestiti con i simboli dello Stato Islamico sono un modo per comunicare ai giovani che il jihad è “cool“, cioè “fico”. Dal 2013 felpe e magliette con i simboli dello Stato Islamico si trovano in vendita sia in Turchia che in Libano, oltre che su alcuni negozi online, tra cui uno registrato in Indonesia e ora chiuso. Ad agosto 2015 un uomo è stato arrestato in Spagna con l’accusa di terrorismo perché vendeva vestiti per bambini e adulti con il logo dello Stato Islamico e delle magliette che mostravano la decapitazione di Alan Henning, il cittadino britannico rapito in Siria e ucciso nell’ottobre 2014.

Le bandane e le magliette in vendita nel sud della Turchia sono destinate a chi attraversa il paese per raggiungere la Siria e unirsi allo Stato Islamico. Non è chiaro se sia un mercato spontaneo e in che modo la vendita di questi prodotti (a un prezzo tra i 5 e i 10 euro le magliette, tra i 20 e i 25 euro le felpe, secondo quanto scoperto da BoF) finanzi lo Stato islamico. Aymenn Jawad Al-Tamimi, uno dei maggiori esperti dello Stato Islamico, ha spiegato a BoF che invece l’abbigliamento usato dai miliziani dello Stato Islamico in Siria è probabilmente prodotto in fabbriche locali gestite dal gruppo o con cui i jihadisti hanno un accordo. La stessa industria tessile siriana, secondo uno studio realizzato da Anne-Laure Linget Riau – un’esperta francese in approvvigionamenti internazionali nel settore del tessile e dell’abbigliamento – è attiva ed esporta cotone all’estero. Lo studio, pubblicato nel settembre del 2015, sostiene che il 6 per cento delle importazioni di cotone in Turchia arrivi da campi controllati dallo Stato islamico e che questo commercio abbia fruttato almeno 135 milioni di euro al gruppo. Lo stesso studio mostra che Italia, Grecia e Francia sono i principali importatori di cotone siriano dall’inizio della guerra; prima la Siria era il decimo esportatore mondiale di cotone.

Business of Fashion ha intervistato anche un ragazzo di 21 anni, Abdullah, che nel 2013 creò insieme ad altri tre giovani affascinati dalla ribellione dei siriani sotto la bandiera dello Stato Islamico (uno dei quali attualmente in carcere per terrorismo) un sito per vendere magliette con i loghi dello Stato islamico: Islamica Online. Ne esiste ancora una pagina su Facebook e un profilo su Twitter, che aveva 11mila follower prima che il sito fosse chiuso. Abdullah ha ammesso che l’abbigliamento venduto da Islamica Online era frutto di un atteggiamento piuttosto che una vera e propria propaganda jihadista.

È legale vendere magliette dello Stato Islamico?

Dipende dalle leggi anti-terrorismo dei diversi paesi. Facebook ha chiuso le pagine legate a rivenditori online di materiali di propaganda, come quello che vendeva le magliette con i simboli dello Stato Islamico dall’Indonesia, dove non è illegale fare propaganda ai gruppi jihadisti. Nel Regno Unito una legge sul terrorismo varata nel 2000 e scritta in relazione alla situazione in Irlanda del Nord, proibisce di indossare vestiti che possano suggerire l’appartenenza o il sostegno a un’organizzazione illegale. L’esperta legale di anti-terrorismo Helen Fenwick ha detto a Business of Fashion che il governo del Regno Unito sta lavorando a una legge sull’estremismo che riguardi anche i comportamenti all’apparenza più innocui.

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