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  • domenica 20 marzo 2016

La convention più incasinata della storia americana

Non quella dei Repubblicani che verrà, ma quella dei Democratici del 1924, che durò due settimane tra risse e parate del Ku Klux Klan

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«Un candidato presidente che gode dell’appoggio del Ku Klux Klan. Richieste poco chiare di rendere marginali alcune religioni ed etnie nel dibattito politico nazionale. Violenze e scontri durante i comizi. E un partito politico che si divide aspramente non solo sul candidato presidente, ma anche sulla questione se rendere visibile nella propria struttura la religione e il bigottismo razziale»

Il New York Times non sta descrivendo la prossima convention Repubblicana per scegliere il candidato alle presidenziali americane; anche se sembrerebbe, visti la menzione del Ku Klux Klan (un famoso capo del gruppo ha detto che voterà per Donald Trump), la frase sui comizi violenti (che potrebbe riferirsi ad alcuni raduni organizzati da Trump), e il fatto che potrebbe uscirne fuori un candidato diverso da quello che vincerà le primarie.

Il New York Times in realtà sta parlando di quello che successe attorno alla convention dei Democratici del 1924, descritta dai giornali americani come una delle più disastrose nella storia del partito e la più lunga mai avvenuta nella storia della politica americana. Andò avanti per due settimane, durante le quali si tennero 103 votazioni per decidere il candidato presidente. Tra le altre cose, venne votata una discussa risoluzione per condannare il Ku Klux Klan, che però non passò (allora le cose erano molto diverse da oggi: il Partito Democratico aveva grandissimi consensi al sud ed era stato a lungo contrario all’abolizione della schiavitù). I due candidati più forti all’inizio della convention vennero messi da parte e si trovò l’accordo su un candidato “di compromesso”, che perse sonoramente le elezioni e che anni dopo passò coi Repubblicani. Lo storico Robert K. Murray ha scritto che durante la convention il Partito Democratico «si suicidò virtualmente».

La convention si tenne al Madison Square Garden di New York in un contesto politico molto particolare: il presidente in carica era Calvin Coolidge, subentrato da meno di un anno al presidente eletto Warren G. Harding, morto in seguito a una polmonite. Alla convention Democratica arrivò da vincitore delle primarie William G. McAdoo, un avvocato californiano che in precedenza era stato segretario al Tesoro e che era il figliastro dell’ex popolare presidente Democratico Woodrow Wilson. Ma William G. McAdoo era soprattutto un alleato del Ku Klux Klan, l’organizzazione terroristica di suprematisti bianchi più famosa nella storia degli Stati Uniti e in quegli anni ancora molto forte (il New York Times la definì «il blocco più potente» della convention di New York).

All’inizio della convention c’erano 15 candidati presidenti e 1098 delegati, cioè rappresentanti del partito che erano stati assegnati sia in base ai risultati delle primarie sia a quelli di varie convention locali interne ai Democratici. Questo sistema complicò le cose a McAdoo, che nonostante avesse vinto nettamente le primarie non riuscì ad ottenere altrettanto facilmente la nomination. I delegati contrari all’ingerenza del Ku Klux Klan – e quindi a McAdoo – si radunarono attorno a un candidato che non aveva partecipato alle primarie, dato che nessuno era davvero arrivato secondo (partecipò perfino il leggendario imprenditore Henry Ford, il fondatore della Ford: arrivò terzo). Il blocco anti-Klan si radunò attorno ad Al Smith, l’allora governatore di New York. Come ha scritto il Washington Post, Smith e McAdoo «rappresentavano le due fazioni culturali in cui era divisa l’America: i sostenitori di Smith tendevano a vivere nelle città degli stati settentrionali, ad essere cattolici e contro il Proibizionismo. Quelli di McAdoo, per contro, venivano da zone agricole del sud, erano protestanti e a favore del Proibizionismo».

Il senatore Oscar Underwood, che veniva dall’Alabama e faceva parte del blocco anti-Klan, provò a far passare una risoluzione che condannasse il Ku Klux Klan. La discussione sulla risoluzione finì in una rissa che rese necessario l’intervento della polizia. Alla fine si votò il 3 luglio e la risoluzione non passò per pochissimi voti: 546.15 contro, 542.85 a favore, ha scritto il blog Armored Column, anche se sulle cifre esatte non tutti sono d’accordo (i voti di alcuni delegati contavano meno di 1). Il giorno dopo, quando negli Stati Uniti solitamente si festeggia il Giorno dell’Indipendenza, circa 20mila membri del Ku Klux Klan si riunirono nel New Jersey, a pochi chilometri da New York: il Christian Science Monitor ricorda che «costruirono un pupazzo di Smith che si poteva colpire con mazze e palline da baseball, per cinque centesimi ogni tre tiri».

Il dibattito per la scelta del candidato presidente fu altrettanto divisivo: dato che su Smith e McAdoo non si riusciva a trovare un compromesso, entrambi uscirono dai giochi. Alla fine ottenne la nomination l’avvocato John W. Davis, che si era occupato di diversi casi davanti alla Corte Suprema ed era stato l’ambasciatore degli Stati Uniti nel Regno Unito durante la presidenza Wilson. Arthur C. Krock, un noto giornalista del New York Times dell’epoca, scrisse che «quando i pezzi iniziarono a crollare, qualcuno guardò sotto alle macerie e tirò fuori John W. Davis». Davis era un candidato così scarso che alle elezioni presidenziali di quell’anno perse sonoramente contro Calvin Coolidge, che ottenne il 54 per cento dei voti: e avrebbe potuto ottenerne ancora di più se alle elezioni generali non avesse partecipato anche una fazione “populista” dei Repubblicani che si era staccata dal partito principale, e il cui candidato Robert M. La Follette prese il 16,6 per cento.

Davis alla fine si unì al Partito Repubblicano e nella sua vita non ottenne più cariche pubbliche. I Repubblicani rimasero alla Casa Bianca fino al 1933, anno in cui fu eletto presidente Franklin Delano Roosevelt.

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