(AP Photo/Jason Patinkin, File)
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  • sabato 12 Marzo 2016

«Una delle peggiori tragedie umanitarie al mondo»

Un rapporto dell'ONU descrive gli atroci dettagli delle violenze commesse dalle truppe governative nella guerra civile in Sud Sudan

(AP Photo/Jason Patinkin, File)

Un rapporto pubblicato venerdì dalle Nazioni Unite ha raccontato le terribili atrocità compiute del governo del Sud Sudan nella guerra civile in corso nel paese da più di due anni. Nel 2015, nel giro di appena cinque mesi, più di 1.300 donne sono state violentate nello stato di Unità, nel nord del Sud Sudan. Secondo il rapporto dell’ONU, il governo ha concesso alle milizie che appoggiano l’esercito regolare la libertà di saccheggiare le città conquistate e stuprare le donne, come forma alternativa di pagamento. Gli autori del rapporto hanno definito la crisi in corso «una delle peggiori tragedie umanitarie al mondo».

Secondo il rapporto, tutte le fazioni coinvolte nella guerra, il governo e ribelli, hanno compiuto crimini di guerra, ma il governo è responsabile per il grosso delle violenze commesse. L’esercito regolare ha adottato una politica di “terra bruciata”, distruggendo sistematicamente città, campi e infrastrutture nelle aree conquistate dai ribelli. La guerra è in corso dal dicembre 2013 ed è iniziata un anno dopo l’indipendenza del Sud Sudan dal Sudan.

Il rapporto dell’ONU si concentra in particolare sullo stato di Unità, una zona ricca di petrolio nel nord del Sud Sudan, negli ultimi due anni al centro degli scontri tra governo e ribelli. Le violenze sono cominciate nel 2014, quando le forze di opposizione sono riuscite ad occupare alcune delle principali città della regione. Chiese, moschee e ospedali – scrivono gli autori del rapporto – si sono trasformati in trappole per i civili quando i ribelli hanno iniziato a sparare contro gli edifici dove si erano rifugiate centinaia di persone. Nel 2015 il governo ha iniziato una controffensiva per riconquistare lo stato di Unità, guidata dall’esercito regolare e appoggiata da una coalizione di milizie a cui il governo stesso aveva detto, secondo il rapporto: «Fate quel che volete, prendete quel che volete». I ribelli non hanno fatto resistenza e le truppe del governo hanno rapidamente occupato la regione. A quel punto è cominciata la caccia ai civili sospettati di aver appoggiato l’opposizione. Centinaia di persone sono state uccise, compresi bambini e disabili. Il rapporto contiene dettagli macabri sulle modalità con cui sono state compiute le uccisioni e i massacri. I civili sono stati impiccati agli alberi, soffocati a decine all’interno di container, bruciati vivi, fucilati e tagliati a pezzi.

I testimoni hanno raccontato che i miliziani e i soldati del governo cercavano in particolare ragazze giovani che venivano violentate da gruppi composti anche da dieci soldati. Altre sono state rapite, rinchiuse nelle caserme e sfruttate come schiave sessuali. Secondo Amnesty International, che pochi giorni fa aveva pubblicato un rapporto sui crimini di guerra commessi in Sud Sudan, il governo sud sudanese non si sta impegnando a sufficienza per punire i responsabili di queste violenze. Anzi, alcuni degli autori si trovano tutt’ora in posizioni di prestigio e responsabilità. Il governo ha negato ogni responsabilità e ha detto che gli autori delle violenze sono miliziani, a volte vestiti con le divise dell’esercito regolare.

La guerra civile nel Sud Sudan è cominciata nel dicembre del 2013, quando il presidente Salva Kiir Mayardit accusò il suo vice, Riek Machar, di progettare un colpo di stato per impadronirsi del potere. Lo scontro tra i due si trasformò in un conflitto etnico, con le milizie affiliate ai ribelli che si scontrarono con i membri dell’etnia Dinka, a cui appartiene il presidente Kiir, mentre le truppe governative concentrarono le loro azioni contro i membri dell’etnia Nuer. Lo scorso agosto le due fazioni hanno firmato una tregua, mentre a febbraio Kiir ha nuovamente nominato Machar vice-presidente. Machar, però, rimane ancora in esilio all’estero e sono in corso trattative per consentire a 1.300 dei suoi miliziani di insediarsi nella capitale Juba e permettergli di rientrare in sicurezza nel paese. Negli ultimi due anni il conflitto è costato 50 mila morti e ha costretto più di due milioni di persone ad abbandonare le loro abitazioni.