Mario Draghi (DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images)

Draghi rilancia

La Banca Centrale Europea ha azzerato il principale tasso di interesse e aumenterà i suoi acquisti mensili di titoli di stato, per sostenere l'economia in Europa: cosa vuol dire?

Mario Draghi (DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images)

La Banca Centrale Europea (BCE) ha annunciato che aumenterà il suo piano di acquisto mensile di titoli di stato (Quantitative Easing, QE), portandolo dagli attuali 60 miliardi di euro a 80 miliardi, a partire dal mese di aprile. Questa decisione era attesa ed era stata anticipata da molti osservatori, ma il presidente della BCE, Mario Draghi, ha sorpreso molti analisti indicando una cifra molto più alta del previsto e annunciando la revisione di alcuni tassi, per incentivare la ripresa dell’economia in Europa. Il piano prevede il passaggio del tasso di interesse di riferimento (refinancing rate) dallo 0,05 per cento a zero, il passaggio del tasso sui depositi al -0,40 per cento rispetto all’attuale -0,30 per cento, e la marginal lending facility (lo strumento che la BCE usa per dare alle banche liquidità a brevissimo termine, di solito entro un giorno) dallo 0,30 allo 0,25 per cento. Questi provvedimenti saranno in vigore a partire dalla prossima settimana.

REFI
Il refinancing rate (REFI) è il valore che gli istituti di credito devono pagare quando prendono in prestito del denaro dalla BCE, per esempio quando scarseggia la liquidità (cioè ci sono pochi soldi in giro). Questo tasso è importante perché influenza i tassi di interesse interbancari e gli altri tassi del mercato, come i mutui, i tassi di interesse dei conti deposito e i finanziamenti alle aziende: i tassi decisi dalla Banca Centrale Europea influenzano anche il tasso che vi chiede la banca per prestarvi dei soldi: più i tassi decisi dalla BCE sono bassi, meno voi dovrete pagare sul vostro prestito.

I tassi d’interesse sono uno degli strumenti principali che le banche centrali hanno per influenzare l’economia. Se l’economia cresce troppo velocemente e c’è il rischio che l’inflazione superi il limite considerato sano, cioè i prezzi salgano troppo (in Europa e negli Stati Uniti questo limite è del 2 per cento l’anno), la banca centrale alza i tassi d’interesse: prendere soldi in prestito diventa più costoso, allo stesso tempo diventa più conveniente tenere i soldi depositati in banca – perché crescono al tasso d’interesse, appunto – anziché spenderli. Quindi l’economia rallenta, o meglio, cresce in modo più graduale e senza portare a un aumento eccessivo dell’inflazione e una svalutazione della moneta.

Quando l’economia cresce poco, invece, la banca centrale di norma abbassa i tassi d’interesse: le imprese possono prendere soldi in prestito più facilmente per finanziare i loro progetti e crescere, mentre i privati non traggono un gran vantaggio dal tenere i soldi in banca e quindi spendono.

Quantitative Easing
Per quanto riguarda il QE, Draghi ha detto che il piano durerà almeno fino al marzo del prossimo anno, confermando quindi la decisione già assunta a dicembre sulla sua estensione.

Dall’inizio: per avere denaro per sostenere la loro economia, i loro servizi e le loro attività, gli stati emettono titoli che possono essere acquistati dai cittadini e dalle imprese, banche comprese. Semplificando, periodicamente uno stato offre titoli che costano X con una scadenza, e si impegna a restituire i soldi a chi gli ha comprato quei titoli aggiungendo una percentuale di interessi quando questi sono scaduti. Chi acquista i titoli non può riavere il denaro investito più gli interessi fino alla loro scadenza, ma se vuole può venderli sul mercato o per ricavarci qualcosa o per non perderci troppo, nel caso ci siano rischi concreti che i titoli non possano essere ripagati alla loro scadenza da chi li ha emessi.

Tra i principali acquirenti di questi titoli ci sono le banche, che hanno quindi grandi quantità di denaro immobilizzate perché investite nei titoli (non solo di stato). Per creare moneta, e cioè fare in modo che ci sia più denaro in circolazione per ottenere prestiti dalle banche e attivare investimenti più facilmente, una banca centrale può decidere di ricorrere al QE. In pratica propone alle banche di ricomprarsi i titoli, di solito a condizioni vantaggiose, sperando che con il denaro ottenuto dalla vendita i singoli istituti bancari rendano più semplice l’accesso al credito, cioè la possibilità per i loro clienti – cittadini e imprese – di prendere denaro in prestito più facilmente e a tassi di interesse più bassi.

Il Quantitative Easing ha diverse conseguenze, di solito legate al contesto economico in cui viene realizzato. Tra le più comuni c’è l’impatto sull’andamento del costo della vita e del potere di acquisto della moneta. In breve: mettendo più denaro in circolazione con operazioni come il QE si riduce il valore della moneta (si svaluta: ce n’è di più e questo incide sulla domanda) e di conseguenza i prezzi aumentano perché il denaro con cui si fanno gli acquisti vale meno. Per questo motivo sale l’inflazione: una cosa generalmente percepita come negativa, perché fa aumentare i prezzi, ma le banche centrali sanno bene che un minimo di inflazione è positivo per evitare che si finisca in deflazione, cioè a una progressiva diminuzione dei prezzi. Oggi per l’UE e l’eurozona lo scenario più vicino e pericoloso è sicuramente la deflazione, più che l’inflazione.

La deflazione è molto rischiosa perché innesca un circolo vizioso dannoso per l’economia: consumatori e aziende rimandano i loro acquisti non indispensabili perché vedono che i prezzi continuano a scendere e si aspettano quindi altri cali, di conseguenza la domanda si mantiene debole e i produttori di beni e servizi riducono ulteriormente i prezzi, sperando che qualcuno acquisti. Le imprese di conseguenza registrano meno ricavi, avviano tagli e provano a ridurre i costi partendo da quelli che più influiscono sui loro bilanci, che di solito sono i dipendenti. Smettono inoltre di chiedere prestiti alle banche, perché non vogliono fare altri investimenti e avendo meno ricavi non saprebbero come pagare gli interessi.

Secondo diversi economisti, una delle soluzioni più efficaci per uscire dalla deflazione è proprio il ricorso all’alleggerimento quantitativo. Il sistema permette, almeno teoricamente, di incidere rapidamente sull’andamento dell’inflazione, facendo in modo che torni a salire riavviando i meccanismi economici.

La maggior parte degli analisti aveva ipotizzato che la BCE potesse incrementare il QE, ma difficilmente andando oltre i 70 miliardi di euro al mese. La decisione di arrivare a 80 miliardi ha quindi sorpreso e al tempo stesso confermato la determinazione di Draghi per rilanciare l’economia in Europa, ancora convalescente dopo la crisi degli ultimi anni. La BCE proprio oggi ha infatti rivisto la crescita nell’area dell’euro, prevedendo che il PIL nel 2016 si attesterà intorno al +1,4 per cento, rispetto al +1,7 per cento previsto in precedenza. Per il 2017 la previsione è passata dal +1,9 per cento al +1,7 per cento. L’inflazione sarà intorno allo 0,1 per cento nel 2016, soprattutto a causa del basso costo del petrolio, contro l’1 per cento calcolato in precedenza.

A fine primavera, la BCE lancerà inoltre quattro Targeted Long Term Refinancing Operations (TLTRO), i finanziamenti a lungo termine che concede alle banche per dare loro la possibilità di ristrutturarsi e rafforzarsi. Il tasso per questo tipo di finanziamenti potrà raggiungere quello del nuovo tasso sui depositi al -0,40 per cento.

Le decisioni della BCE sono state accolte positivamente dalla maggior parte delle borse europee. Intorno alle 15 Milano ha guadagnato il +3,25 per cento, Madrid il +3,86 per cento e Parigi il +2,86 per cento.