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  • venerdì 19 febbraio 2016

Storia di Stile libero, che ha 20 anni

La collana di Einaudi che ha lanciato i cannibali, Ammaniti, Lucarelli e De Cataldo nacque nel 1996, e il mondo era abbastanza diverso

di Giacomo Papi – @giacomopapi

Stile libero – la collana di Einaudi con la costa gialla – ha vent’anni. Dal 1996 il modo di fare libri, venderli, leggerli e parlarne è cambiato. Pagine culturali dei giornali e critici avevano ancora il potere di decretare l’appartenenza di uno scrittore alla comunità letteraria e i libri occupavano, forse per l’ultima volta, il centro della cultura italiana. Era un secolo fa: Internet era agli inizi, i costi di stampa alti e i libri elettronici nemmeno immaginabili. La distinzione classica tra cultura alta, media e bassa formulata da Dwight MacDonald nel 1962 e ribadita due anni dopo da Umberto Eco in Apocalittici e integrati era ancora un muro invalicabile, per quanto scricchiolante. La narrativa di genere era considerata una forma di intrattenimento leggero, non letteratura, ed era raro che un editore chiedesse un libro a un comico, un calciatore, un attore o un cantante. Ma tutto ribolliva.

Le categorie editoriali facevano sempre più fatica a contenere un cambiamento di cui, ovunque si vedevano i segni. La raccolta di battute Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano di Matteo Molinari, Gino&Michele, stampato da Einaudi nel 1991 in piccola tiratura, era stato un successo strabiliante, ma le polemiche erano state tali che l’anno successivo il libro uscì per Baldini&Castoldi, una vecchia casa editrice che non pubblicava dal 1940 e che fu resuscitata per l’occasione. A Quelli della notte di Arbore Roberto D’Agostino aveva straparlato dell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera trasformandolo in un bestseller, il primo di Adelphi. Nel 1987 Mondadori aveva pubblicato il libro gonfiabile di D’Agostino, non a caso un non-libro. La distinzione tra libri di qualità e libri televisivi, cioè di massa, la barriera tra letteratura e intrattenimento reggeva ancora. Nessun editore era ancora riuscito a capire come scardinare i confini tra alto e basso senza mettersi a fare libri di plastica. Stile libero appare in questo contesto.

storiaccia Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo si sarebbe dovuto intitolare Storiaccia. Il titolo definitivo venne in mente a Paolo Repetti qualche giorno prima che fosse mandato in stampa. A oggi ha venduto 400 mila copie.

Severino Cesari e Paolo Repetti, i fondatori e direttori editoriali di Stile libero, venivano da storie diverse e complementari, e complementari sono sempre stati. Cesari si occupa dell’editing e del rapporto con gli autori, Repetti soprattutto del marketing e del lancio, insieme all’ufficio stampa di Torino e in particolare a Paola Novarese. Alla fine degli anni Ottanta, Cesari – da redattore del Manifesto – aveva fondato e diretto il supplemento culturale del quotidiano comunista dove aveva dato spazio ad autori nuovi, come al gruppo di Valvoline, cioè Igort, Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori, Jerry Kramsky e Lorenzo Mattotti. Paolo Repetti veniva da Theoria, una piccola casa editrice romana che aveva lanciato scrittori esordienti come Sandro Veronesi, Marco Lodoli, Sandra Petrignani e Sandro Onofri. Per Theoria Cesari curava la collana Ritmi, che faceva piccoli libri di provocazione. Le crisi di Theoria e del domenicale del Manifesto coincisero. La casa editrice andava male e al giornale non andava meglio. «Ritornò l’ortodossia. La politica era ritornata regina e la libertà si era ristretta», dice Cesari. Repetti gli propone di mettersi insieme per proporsi a qualche editore.

Dice Paolo Repetti: «Immaginavamo una piccola collana che tenesse conto del clima “antagonista” che si respirava allora, ma che avesse anche attenzione per il noir italiano, il fumetto, la comicità, tutte cose che erano fuori dall’orbita dell’Einaudi di quegli anni». Aggiunge Cesari: «La domanda da cui partimmo era che cosa sta accadendo di nuovo che le macchine editoriali non registrano? Avevamo la consapevolezza che ci fossero un sacco di libri che non erano ancora stati fatti. Era uno spazio enorme che noi conoscevano benissimo perché era il frutto di anni di lavoro durante i quali avevamo incontrato molti dei nostri futuri autori e lettori». Repetti continua: «Si respirava un clima di effervescenza. I generi venivano rimescolati, non esisteva più l’alto e il basso. Erano comparsi autori nuovi come Aldo Nove e Isabella Santacroce». «Eravamo una piccola capsula spaziale spersa nel cosmo, in attesa di atterraggio, ma non sapevamo dove», dice Cesari. L’attenzione per il nuovo e per i materiali ai margini dell’editoria ufficiale si accompagnava a un forte tratto anti intellettualistico – almeno nell’accezione elitaria e distaccata con cui la figura dell’intellettuale italiano si è consolidata – che sarebbe stata un’altra caratteristica fondamentale di Stile libero.

repetti-cesari Paolo Repetti e Severino Cesari. I due editori di Stile libero appaiono anche nel film di Paolo Sorrentino La grande bellezzaSeverino Cesari nella parte di Sebastiano Paf, «forse il più grande poeta vivente», Repetti arriva verso la fine, vestito da pope ortodosso.

Il nome del progetto fu da subito Stile libero. «Erano foglietti sparsi, niente di più», dice Repetti, «e a ripensarci vent’anni dopo, l’elemento più creativo fu immaginare una collana con categorie merceologiche diverse da quelle con cui ancora oggi si immaginano e vendono i libri, e che vengono rispecchiati dalle classifiche. È raro che una collana tenga dentro tutto: era Stile libero che teneva insieme tutto». «Non si trattava di essere antagonisti: controcultura era esattamente ciò che non volevamo fare perché la controcultura è da sempre il rovescio della cultura», dice Cesari, «e poi di piccoli editori antagonisti come Castelvecchi ne esistevano. Per noi l’unica politica possibile era attivare energie culturali, ma per farlo bisognava essere dentro le leve reali della cultura e nei suoi meccanismi di funzionamento a tutti i livelli». Si trattava, insomma, di farsi spazio nell’editoria ufficiale. Un tempo si sarebbe parlato di “entrismo trozkista”. «Trozkista, proprio no. Entrismo, forse sì», ammette Cesari.

«Percorremmo tutte le stazioni della via crucis», continua. «Il primo da cui ci presentammo fu Giulio Einaudi, che stimava Theoria e con cui avevo rapporti quotidiani al domenicale attraverso Rossanda e che segretamente, ma neanche troppo, appoggiavamo». Nel 1991 Cesari aveva anche pubblicato, proprio per Theoria, il libro intervista sull’editoria Colloquio con Giulio Einaudi. «Einaudi approvò, ma non ci poteva prendere perché in quel momento non aveva potere. In casa editrice c’era il commissario. Era un consulente». Poi Repetti e Cesari andarono da Alessandro Dalai, cioè da Baldini&Castoldi. «L’idea gli piacque, ma capimmo che saremmo andati sotto padrone». Alla fine presero un appuntamento con Gian Arturo Ferrari, direttore generale della Divisione libri della Mondadori. «Ci ascoltò e si dimostrò interessato», dice ancora Cesari. «Vide subito che lo spazio di cui parlavamo esisteva». Poi Ferrari si mise a raccontare una parabola, che più o meno diceva così:

«Nell’editoria italiana esiste una cosa chiamata Mondadori, è un palazzo a tre piani che non sa di essere un palazzo a tre piani. Al piano più basso ci sono tutte le case editrici minori che fanno il loro lavoro, al secondo piano c’è la Mondadori e al terzo piano c’è una signora che si chiama Einaudi, che non lo sa di essere lì. Se volete, vi trovo nel magazzino della Mondadori una vecchia sigla abbandonata e la usate. Ne abbiamo tante. Oppure fate una mossa diversa, che io vi consiglio. Diventate la congiunzione tra il secondo e il terzo piano del palazzo. Occuperete lo spazio intermedio che Einaudi e Mondadori, per ragioni diverse, non possono coprire».

Quando Repetti e Cesari tornarono da Einaudi – allora diretta da Vittorio Bo e, poi, già dal 1998, da Ernesto Franco con Enrico Selva come amministratore delegato – scoprirono che la casa editrice aveva appena commissionato una ricerca di mercato da cui si capiva che il marchio era ancora molto forte, ma non tra i lettori giovani. Era come un illustre casato decaduto che per rinnovarsi aveva bisogno di inventarsi un figlio scavezzacollo. Il patto fu chiarissimo, benché non esplicitato: Einaudi attraverso Stile libero si sarebbe ringiovanita, Stile libero, in cambio, ne avrebbe ricevuto forza e centralità culturale.

Stile libero entrò così nella casa editrice che custodiva l’ortodossia dell’alto e basso e che aveva più di ogni altra contribuito a definire la figura dell’intellettuale italiano. Fu il rischio con cui Giulio Einaudi rimescolò le carte. Qualcuno ebbe timore che il prestigio della casa potesse esserne danneggiato, ma il marchio di Einaudi è lo struzzo e tutti a Torino conoscono le sue miracolose capacità digestive, confermate dal motto: «Spiritus durissima coquit», «lo spirito digerisce le cose più dure». Repetti racconta: «Giulio Einaudi, che odiava la parola mercato, ma non la parola lettori, ci disse subito di non fare la collanina tipo riserva indiana, la foglia di fico del vecchio editore. E così ci mise direttamente nei tascabili, quindi insieme a Primo Levi. Fu un’intuizione geniale perché ci costrinse a fare da subito i conti con il mercato e con la grande editoria, con tirature e prezzi più alti, mettendoci di fronte a un numero di lettori a cui, forse, non avremmo guardato».

A maggio Stile libero incominciò. Nei primi anni faceva 13-14 titoli, oggi ne fa 64 e fattura più del 25 per cento della casa editrice, il cui fatturato complessivo è intorno ai 40 milioni di euro. La grafica originaria fu scelta dall’Einaudi – «ma noi eravamo abbastanza d’accordo», dice Repetti – e rappresentò una sorta di compromesso. Le copertine erano bianche, come imponeva il casato, con i disegni di Tullio Pericoli che davano un tratto di leggerezza ed eleganza spesso in contrasto con i titoli. Cesari e Repetti lavoravano a Roma, mentre a Torino c’era Angela Tranfo, che ancora oggi è l’editor di narrativa straniera. Tra i primi consulenti c’erano Marco Lodoli, Carlo Antonelli, Mario Fortunato, Emanuele Bevilacqua, Vincenzo Cerami. Oggi a Stile libero lavorano Rosella Postorino e Francesco Colombo, bravissimi editor di narrativa italiana, Daniela De Rosa che si occupa della macchina, e Luca Briasco, consulente per la narrativa straniera e curatore dei libri di David Foster Wallace. Poi c’è Giuliana Laurenti che organizza tutto quello che non è editoria. In una stanza all’ingresso sta anche Maria Ida Cartoni, che si occupa di promozione radio tv e di premi letterari per tutta la casa editrice, ma che soprattutto è la custode della memoria storica di Einaudi.

Nel maggio 1996 uscì il primo libro, Fuori tutti, un librino di foto di adolescenti in camera loro con piccoli testi dei ragazzi. Vincenzo Cerami, che era uno scrittore affermato, regalò Consigli a un giovane scrittore. Fu il primo libro a entrare in classifica. Uscì Norman e Monique, lettere d’amore dal cyberspazio – Internet allora era una cosa vaga e trendy – e a Torino ci furono le prime alzate di sopracciglia. Qualcuno commentò: «Passiamo dalle lettere di Jacopo Ortis a quelle di Norman e Monique». Arrivò E l’alluce fu di Roberto Benigni, che non aveva mai pubblicato prima. Ricorda Repetti: «Benigni era ed è il numero 1, ma furbescamente chiedemmo l’introduzione al critico più raffinato in circolazione, cioè Cesare Garboli». Vendette 400 mila copie.

Ma il momento in cui l’identità di Stile libero apparve, coincise con Gioventù cannibale, una raccolta di racconti di giovani scrittori tra cui Ammaniti, Nove, Daniele Luttazzi e Andrea Pinketts. Ancora Repetti: «Facemmo venire alla luce con tutta la forza dell’Einaudi una generazione di scrittori molto diversi tra loro, ma che allora erano uniti da una strana forza tellurica che consisteva nel condividere una cultura non strettamente letteraria, ma anche cinematografica, musicale, merceologica. In questo erano diversi da De Carlo, Lodoli e Veronesi. Questi qui erano già post Novecento».

Il titolo doveva essere Spaghetti splatter, poi Daniele Brolli intitolò Gioventù cannibale una delle sezioni interne e nessuno ebbe più dubbi. Dice Cesari: «Era un titolo che veniva da Pazienza («Siamo una generazione cannibale”). Veniva da tanti rami. Ma è lì che siamo diventati editori: abbiamo capito che fare editoria significava anche trovare il titolo giusto». «Secondo me», dice Repetti, «senza quel titolo non avrebbe avuto tanto successo. Nella piccola società letteraria italiana fu un evento». Vendette 50 mila copie, molte meno di quanto se ne parlò. Giulio volle conoscere gli autori, e ci fu una presentazione in Campo de’ fiori, sempre con Cesare Garboli. «Ma cominciarono a uscire articoli che dicevano che stavamo rovinando l’Einaudi, rincorrendo tendenze effimere. Noi la sfida dell’effimero l’abbiamo fatta e anche voluta, ma l’attacco di quel mondo paludato faceva sì che i nostri libri avessero una visibilità molto forte».

La parola cannibale entrò nel linguaggio. Furono considerati cannibali autori che non erano nella raccolta come Tiziano Scarpa o Isabella Santacroce. Loredana Lipperini e Marino Sinibaldi intervennero se non a favore, comunque con apertura. Una parte della critica accademica, tra cui Giulio Ferroni, liquidò Gioventù cannibale come un’antologia splatter piena di violenza. «In realtà», sostiene Repetti, «dai racconti emergeva che il “personaggio uomo” teorizzato da Giacomo De Benedetti sembrava regredito a un grado infantile. I ragazzi di Ammaniti vanno allo zoo ad ammazzare il canguro».

Nel primi anni, infanzia e adolescenza sono temi forti della collana. Nel 1997 esce un altro libro inquietante e scandaloso: Dei bambini non si sa niente di Simona Vinci, un bel romanzo su un gruppo di bambini di periferia che scoprono il sesso e la pornografia. È un altro successo. Dello stesso anno è anche Almost blue di Carlo Lucarelli, scrittore che avrebbe venduto moltissimo e con cui la collana si sarebbe identificata. È l’inizio del filone del noir italiano, il genere che forse più avrebbe caratterizzato Stile libero. «La questione era sempre tenere insieme la qualità letteraria con il genere», dice Repetti. «Per decidere se pubblicare», dice Cesari, «ci chiedevamo è una prima volta? è una narrazione mai vista o una voce mai sentita? Sentivamo che la società italiana non era ancora stata narrata. Per questo la nostra vocazione è stata narrativa».

Si imbatterono in un breve saggio satirico di un collettivo bolognese, Luther Blisset. «Andammo a Bologna per chiedergli un pamphlet su Internet», dice Repetti, «ci risposero con un proposal di 40 cartelle per un romanzo storico di 600 pagine ambientato nel 1500. Severino percepì subito la qualità della scommessa, io ero leggermente più impaurito. Decidere di pubblicarlo fu possibile grazie alla libertà iniziale con cui eravamo nati». Il libro si sarebbe intitolato Q e avrebbe venduto 450 mila copie. Nello stesso periodo Niccolò Ammaniti manda le prime 50 cartelle di un nuovo romanzo. «Mi aspettavo qualcosa sul genere di Fango e Branchie, e rimasi spiazzato», dice Repetti, «fu Severino a dire subito qui c’è una cosa straordinaria». Io non ho paura uscì nel 2001 e – con un milione e 300 mila copie vendute – è il maggior bestseller della collana e uno dei maggiori italiani di sempre.

Il conto economico non reggeva più. Stile libero usciva ancora nei Tascabili che hanno royalties più basse e, quindi, era difficile convincere o trattenere gli autori. Per questo, nel 2001 nasce BIG – grafica di Riccardo Falcinelli – con la copertina fotografica al vivo, cioè senza bordi o cornici. «Potemmo pagare anticipi più alti e prendere autori con più libertà, anche stranieri». Prima c’erano stati solo i primi tre libri di Joseph O’Connor, La ragazza dai capelli strani di David Foster Wallace e Per alleviare insopportabili impulsi di Nathan Englander. Anche nella narrativa straniera, l’attenzione è sul crime – Elmore Leonard, Joe R. Landsdale, Fred Vargas, Jo Nesbø, Don Winslow, in qualche modo Edward Bunker – a cui si aggiungono autori letterari – Thomas Pynchon, John Fante e i libri maggiori di David Foster Wallace. Poi ci sono i casi: grazie al marketing, Firmino di Sam Savage, un romanzino su un topo tra i libri che all’estero era andato così così, in Italia vende 400 mila copie.

All’identità cannibale si sovrappone via via quella crime. Dice Repetti: «Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo univa l’elemento dell’epica di strada con il noir. È stato importante anche perché ha dato l’idea che esistesse una tradizione italiana noir non ancillare rispetto a quella americana, che dominava il mercato. Dimostrava che c’era una strada al noir inscritta nella storia italiana. Però, fino a qualche giorno prima di andare in stampa, si chiamava Storiaccia». Come già per i cannibali, il compito dell’editore è trovare il titolo giusto. L’identità noir si sarebbe rafforzata anche con l’arrivo di Gianrico Carofiglio (La regola dell’equilibrio, 2014) che era già uno scrittore molto venduto e con i libri napoletani di Maurizio De Giovanni. «Uno dei nostri metodi», dice Repetti «è cercare nelle parti basse della classifica, per vedere se ci sono libri, magari anche al 4millesimo posto, che vendono con costanza e hanno lettori affezionati. De Giovanni, che aveva iniziato con Graus editore e poi con Fandango, l’abbiamo trovato così». Oggi i suoi romanzi si aggirano intorno alle 70 mila copie.

La narrativa è il cuore di Stile libero, ma la collana si è spinta non solo fuori dai generi, anche fuori dai “libri”, pubblicando anche quelli che Gian Arturo Ferrari ha definito “libroidi”. «Poco dopo la morte di Troisi», racconta ancora Repetti, «Lello Arena ci disse che molti studenti chiedevano tesi sulla Smorfia. Pensammo di sbobinare i testi e pubblicarli, chiamando un filologo napoletano. Venne fuori un librino di 25 pagine da cui si capiva che la grandezza era altrove. Quindi ci venne in mente di fare la cassetta della Smorfia. Fu un momento di frizione con la casa editrice, perché sembrava una provocazione eccessiva. Provammo a convincerli che bisognava considerare culturale anche l’aspetto visivo. Però come oggetto, non per il contenuto, era una cagata pazzesca».

Era una specie di grande pezzo di cartone con dentro la videocassetta e il libro. In libreria le pile oscillavano e crollavano. Ma le prime 40 mila copie furono vendute in un giorno. «Eravamo disperati perché rifare il VHS allora era molto complicato». Alla fine le copie furono 350 mila. «Anche quelli che avevano storto il naso ci chiedevano che cos’avremmo fatto l’anno dopo, costringendoci a immaginare una linea di videocassette». In Italia, nel 1997, c’erano 26 milioni di videoregistratori, la diffusione più alta di sempre, e senza Internet non c’era concorrenza. Per placare la casa madre, si proseguì con cose più einaudiane, cercando nel teatro – Dario Fo, Moni Ovadia, Ascanio Celestini e Vajont di Marco Paolini – e creando la collana Parole&Canzoni curata da Vincenzo Mollica, quindi le monografie su De Andrè Jannacci, Guccini, che peraltro fu uno dei primi cantautori a pubblicare un romanzo, già nel 1989 con Feltrinelli: Cròniche epafàniche. Anni dopo anche Stile libero avrebbe pubblicato Tretrecinque, il romanzo di Ivano Fossati, e Lo spacciatore di carne di Giuliano Sangiorgi.

Il confine tra libro, televisione, teatro e canzone crollava perché i lettori non ne riconoscevano più l’esistenza. L’editoria diventa il punto in cui tutto confluisce. Per scrivere un libro, e soprattutto per venderlo, essere uno scrittore non aiuta, anzi. La cosa più importante è avere un pubblico. Per molti anni vendono sfracelli i libri di Paolo Crepet, ospite assiduo di Bruno Vespa. Il cannibalismo finisce e insieme arriva alle sue logiche conclusioni. Ma nella storia di Stile libero fare libri veri, o almeno provarci, mettendoci l’attenzione e il tempo che i libri pretendono, ha spesso pagato. Non solo nella narrativa, anche tra i saggi. È il caso di Ave Mary di Michela Murgia, di Acab di Carlo Bonini e dei tre libri di Concita De Gregorio, che sono stati altri bestseller. Come sempre, la questione è trovare un equilibrio tra notorietà e qualità. Open di André Agassi, forse il celebrity book meglio scritto di sempre, stampato in 16 mila copie è arrivato a 500 mila grazie al passa parola. Il dialogo tra Luciana Littizzetto e Franca Valeri L’educazione delle fanciulle ne ha vendute 300mila. «Ma a volte abbiamo fatto troppo gli sbarazzini», dice Repetti, «ci siamo illusi di poter essere una collana di mass market, confondendo underground e mercato. E ogni volta siamo stati puniti. Come con il diario di Mr. Bean, un libro di rara inutilità». «Oppure», aggiunge Cesari, «quando aggiungemmo il VHS di Striscia la notizia al piccolo libro sulla televisione di Antonio Ricci: fu un tonfo clamoroso». «Mi ricordo che provai a lanciare sul Corriere il libro di Albertino di Radio Deejay», parla Repetti, «Sembravano interessati. Dieci giorni dopo uscì un articolo di Paolo Di Stefano intitolato “Cinque domande su Albertino a Giulio Einaudi”. La mattina molto presto telefonai a Einaudi, ero spaventato, mi aspettavo un cazziatone. Giulio chiese se era la copertina di cultura, gli risposi che era un taglio basso in cronaca e lui disse, con la sua voce nasale: “Allora, chiamami dopo colazione”. So che poi chiese divertito a Maria Ida: “Si sono spaventati i ragazzi?”».

Il modello Stile libero si era imposto e veniva copiato, insieme alle coste gialle che proliferarono. Nel 1998 Mondadori lanciò Strade blu, con l’esplicita intenzione di cercare lo stesso pubblico. Nel 2006, bruciando sul tempo Repetti e Cesari, avrebbe pubblicato Gomorra di Roberto Saviano. Poi sarebbe arrivato 24/7 di Rizzoli. Negli anni di Berlusconi e dell’antiberlusconismo, né Mondadori né Stile libero ebbero troppi problemi né con Berlusconi né con gli autori antiberlusconiani. Non risultano censure dell’editore o rifiuti degli autori. «Il problema», dice Repetti, «era come rispondere alle polemiche sui giornali. Con gli autori mai. Per i Wu Ming, per esempio, la proprietà è capitalistica e quindi avrebbero fatto un casino per una virgola, ma per loro da un punto di vista politico Rizzoli e Mondadori si equivalevano».

Con il successo e gli anni, l’immagine della collana si è normalizzata e ha dovuto sempre più fare i conti con le vendite, senza più potersi permettere di puntare metodologicamente sul nuovo. «Nel momento in cui hai costruito una nuova macchina, rischi di non vedere più l’innovazione. Ma è un rischio connaturato se decidi di stare nel mercato», dice Cesari. Ancora Paolo Repetti: «All’inizio giocammo sul marketing negativo anche in modo cinico, andando a provocare reazioni. La società letteraria esisteva ancora e la risonanza di un libro era molto forte, anche se non necessariamente si traduceva in copie vendute. L’eco di quello che pubblicavi si sentiva. Oggi è legato alla quantità, al mercato che però non sono solo le vendite, ma anche il modo in cui i libri vengono giudicati. Il mercato per me è un’entità acefala la cui unica legge è guadagnare spazio. Quindi, la domanda è: come guadagniamo spazio? Per noi l’editoria corsara non doveva restare minoritaria».

La vera domanda è se oggi, in editoria, ci sarebbe lo stesso spazio per la novità. Qualcosa di simile a Stile libero potrebbe nascere, per esempio, dentro Stile libero? Nel 1996 Severino Cesari e Paolo Repetti – che qualcuno in editoria chiama, non si sa se rispettivamente, il gatto e la volpe – intuirono che per mantenersi alti – quindi vivi e contemporanei – i nuovi libri dovessero necessariamente essere nutriti di cultura contemporanea, quindi anche di cultura cosiddetta bassa, di film, video, musica, fumetti e pubblicità, altrimenti l’editoria si sarebbe progressivamente condannata all’emarginazione culturale. La separazione che regge ancora oggi in editoria tra narrativa letteraria o di genere – rosa, young/adult, thriller, noir, saggistica, varia – riproduce le stesse categorie merceologiche delle classifiche, si uniforma cioè al mercato. Soprattutto, condanna la letteratura a essere pensata come un genere tra i generi, per quanto più nobile. In realtà i generi sono etichette che possono essere usate, ma che non dicono niente del valore di un libro. Oggi la Divina Commedia sarebbe classificata nel genere fantasy. Stile libero ha usato i generi sapendo che la narrativa e le storie non ne hanno. E ha tenuto fermo, quasi immobile, nel concreto della pratica quotidiana, un punto: che fare i libri è ancora un lavoro che si fa limando ogni parola fino a renderli belli. O che almeno ci si prova.

Giacomo Papi ha pubblicato tre libri con Stile libero Einaudi ed è stato consulente della collana.

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