L’arte migliore non esce dal dolore

O almeno, viene prodotta quando l'artista è più felice o sereno: ci ragiona lo scrittore Alberto Manguel, su Repubblica

(Kenneth Rittener/Rittener/Getty Images)

Repubblica ha pubblicato domenica un articolo dello scrittore argentino Alberto Manguel intorno a una ricerca scientifica che era circolata su molti siti internazionali alla fine dell’anno scorso: la ricerca sembrava smentire “il mito secondo il quale l’artista ha bisogno di soffrire per creare”. Manguel mette in fila una serie di riflessioni intorno al tema e alle sue implicazioni.

L’idea che il tormento sia alla radice della mente creativa ha le sue origini in un frammento attribuito ad Aristotele, o meglio, alla scuola aristotelica. Oggi sarebbe smentita dalla ricerca di Kathryn Graddy della Brandeis University del Massachusetts. Prendendo in considerazione le opere di 48 artisti europei e americani – da Degas a Monet; da Pollock a Rothko – la studiosa ha scoperto che nei periodi più sereni della loro vita – non in quelli tormentati – questi maestri hanno realizzato i dipinti che oggi valgono di più. Ma da Aristotele in poi, filosofi, artisti, psicologi e teologi hanno tentato di trovare nello stato quasi indefinibile della malinconia la fonte dell’impulso creativo e perfino, forse, del pensiero stesso.

L’essere malinconico, triste, depresso, infelice (secondo la credenza popolare) è una cosa buona per l’artista. Il tormento, si dice, produce la buona arte. Questa convinzione ne implica altre due, più pericolose. La prima è che esista una condizione esistenziale in cui non siamo tormentati. Non soddisfatti dalla storia che una volta nell’Eden eravamo felici e ora ci guadagniamo il pane con il sudore della fronte, siamo circondati da pubblicità che ci dicono che possiamo raggiungere l’Eden con l’aiuto dell’American Express e assomigliare alla prima Eva con l’aiuto di Gucci. La seconda convinzione implicita è che l’arte sia in qualche modo da biasimare perché ci rende infelici. Il Controllore, nel romanzo distopico di Aldous Huxley.

Il mondo nuovo (1932), giustifica sinteticamente la decisione di eliminare l’arte dalla società umana: «Questo è il prezzo che dobbiamo pagare per la stabilità. Bisognava scegliere tra la felicità e ciò che la gente chiamava arte. Abbiamo sacrificato l’arte». Naturalmente, a parte il fatto che le nostre emozioni sono meravigliosamente caleidoscopiche, sarebbe più giusto dire che è in una condizione di felicità che gli artisti lavorano meglio. Kafka trovava sollievo alla disperazione esistenziale e alla sofferenza fisica solo quando scriveva, ma se improvvisamente si sentiva felice e scriveva, o se cominciando a scrivere si sentiva improvvisamente felice, non lo sapremo mai.

Possiamo dire che Dante, nel suo triste esilio, ebbe dei momenti di felicità, quando nel corso del poema incontra Casella sulla spiaggia del Purgatorio o Brunetto Latini sulla sabbia infuocata dell’Inferno, e possiamo supporre che dalla memoria del beato passato sorse il poema, nonostante quanto dice Francesca sul ricordo del tempo felice. Non furono gli attacchi di pazzia a portare Virginia Woolf a scrivere La signora Dalloway: fu piuttosto grazie ai momenti in cui ragionava con intelligenza e al suo orecchio attento alla musica del linguaggio.

(continua a leggere sul blog di Ettore Marini)

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