Un sostenitore della coalizione MUD, attualmente all'opposizione, Caracas, 3 dicembre 2015 (LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)
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Oggi si vota in Venezuela

Si rinnova il Parlamento e i sondaggi pronosticano un risultato storico: per la prima volta in 16 anni il partito di Chávez e Maduro dovrebbe perdere

Un sostenitore della coalizione MUD, attualmente all'opposizione, Caracas, 3 dicembre 2015 (LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)

Il 6 dicembre si tengono le elezioni legislative in Venezuela per il rinnovo dell’Assemblea nazionale: attualmente la maggioranza al parlamento è del Partito socialista unificato di Venezuela, PSVUP, quello del presidente Nicolas Maduro. Maduro, erede politico del carismatico presidente socialista Hugo Chávez morto nel 2013, aveva vinto le elezioni presidenziali nell’aprile del 2013. La situazione, secondo quanto mostrano i sondaggi, potrebbe però cambiare radicalmente: da mesi Maduro è sempre più impopolare e la situazione economica del paese sempre più precaria.

Il sistema elettorale e come sono andate le cose fino a qui
L’Assemblea nazionale del Venezuela – che è un’assemblea unica, dopo l’abolizione del bicameralismo – è formata da 167 seggi: 113 deputati sono eletti in 87 distretti elettorali con un sistema uninominale secco in cui la maggioranza relativa dei voti è sufficiente a ottenere il seggio, 51 deputati sono eletti attraverso liste chiuse di partito con un sistema proporzionale. I restanti tre posti sono riservati alla minoranza indigena.

Dal 1999 il Parlamento venezuelano è controllato da alleanze e partiti vicini al suo ex presidente, Hugo Chávez. Alle elezioni parlamentari del 2005 l’opposizione non si era presentata nel tentativo estremo di delegittimare i risultati, lamentando irregolarità e pressioni da parte del governo. La strategia non funzionò e consegnò di fatto a Hugo Chávez il controllo totale sul potere legislativo. Alle elezioni del 2010 gli avversari di Chávez si coalizzarono in un’alleanza trasversale composta da una trentina di organizzazioni, partiti e associazioni per i diritti civili, la Mesa de la Unidad Democrática (MUD), ottenendo 65 seggi. Il PSUV aveva comunque mantenuto la maggioranza.

Cosa dicono i sondaggi
I sondaggi più recenti mostrano qualche differenza l’uno dall’altro ma tutti dicono che i socialisti al potere potrebbero perdere per la prima volta in 16 anni. Il vantaggio del MUD è comunque superiore ai 15 punti percentuali rispetto alle intenzioni di voto dichiarate per il PSVUP. La questione, secondo diversi analisti, non è tanto se l’opposizione vincerà ma di quanto: in base alla maggioranza conquistata potrà infatti avere un minore o un maggiore margine di intervento, per esempio sulle leggi di amnistia per liberare dal carcere gli oppositori politici, sull’approvazione del bilancio, sul voto di censura contro i ministri e altri provvedimenti.

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Se i dati venissero confermati dal voto del 6 dicembre, si creerebbe comunque una situazione nuova: la convivenza tra un governo chavista e un parlamento con una maggioranza di opposizione. Questo significherebbe che Nicolas Maduro, per esempio, non potrebbe più governare per decreto. Dopo aver vinto le elezioni presidenziali nell’aprile del 2013, infatti, Maduro ha sempre governato per decreto grazie alle cosiddette “leggi abilitanti”, legiferando senza aver bisogno dell’approvazione del Parlamento.

Un’indagine pubblicata dal Pew Research Center fornisce altri dati sulle opinioni dei venezuelani: dice che solo il 43 per cento dei cittadini crede che il paese dovrebbe seguire le politiche di Chávez, che meno del 30 per cento ha un’opinione favorevole nei confronti dell’attuale presidente e che la maggioranza disapprova la sua gestione su diverse questioni nazionali, compresa la criminalità, la corruzione e le relazioni con gli Stati Uniti.

Il 46 per cento degli intervistati ritiene che le politiche del governo siano responsabili dell’attuale e complicata situazione economica del paese; il 43 per cento attribuisce la colpa al calo dei prezzi del petrolio mentre solo il 6 per cento imputa qualche responsabilità agli Stati Uniti, nonostante gli insistenti tentativi del governo di spiegare i problemi del Venezuela con la tesi della “guerra economica”, uno scontro sotterraneo in cui gli Stati Uniti si sarebbero alleati alle élite economiche del paese per distruggerlo. Anche nel suo comizio di chiusura della campagna elettorale a Caracas, il presidente venezuelano Maduro ha ribadito: «La scelta di domenica è tra due modelli, uno è quello ribelle, di amore puro per la patria, quello chavista e bolivariano, l’altro è contro la patria, è quello dei traditori, degli yankee e della destra corrotta».

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Tuttavia, la ricerca dice anche che i venezuelani non hanno una buona opinione dei leader dell’opposizione: il 56 per cento ha una visione negativa di Henrique Capriles, lo sfidante di Maduro alle ultime presidenziali. Infine risulta che l’85 per cento dei venezuelani sia insoddisfatto della situazione generale del loro paese. Nel 2013, poco dopo la morte di Chávez, l’insoddisfazione era al 57 per cento.

La situazione, in generale
Di fatto, e da diverso tempo, il governo di Maduro è in grande difficoltà e le conquiste della cosiddetta “rivoluzione bolivariana” – istruzione e salute gratuite per tutti, riforma agraria, esproprio delle terre e assegnazione ai contadini più poveri, costruzione di case popolari, aumento di pensioni e salari – sembrano essere passate in secondo piano.

(In Venezuela va sempre peggio)

Il Venezuela è infatti da tempo in crisi economica, tanto che ciclicamente si verificano carenze di alcuni prodotti di prima necessità, con immagini ormai familiari di lunghe code fuori dai supermercati. La crisi si è aggravata negli ultimi tempi anche a causa del notevole calo del prezzo del petrolio, da cui il Venezuela dipende per circa il 95 per cento delle proprie esportazioni. In molti giudicano poco incisive le reazioni e i provvedimenti di Maduro di fronte alla crisi, dato che sono basati principalmente su una serie di accuse e poche azioni concrete. Alla fine di gennaio era circolata molto una frase di Maduro che, parlando della difficile situazione economica e del calo del prezzo del petrolio, aveva detto: «Dio provvederà». Maduro accusa in generale gli Stati Uniti, gli oppositori politici del governo (che nel 2014 avevano anche organizzato diverse proteste represse dalla polizia, durante le quali erano morte 43 persone) e gli imprenditori del paese di lavorare contro il suo governo.

La situazione di Maduro è complicata anche per altre questioni: a novembre due suoi familiari sono stati arrestati con l’accusa di essere coinvolti nel contrabbando di 800 chilogrammi di cocaina negli Stati Uniti. Sempre a novembre il principale partito di opposizione ha denunciato Maduro per crimini contro l’umanità davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia, per la dura repressione delle proteste antichaviste del febbraio 2014. Il documento fa riferimento ad attacchi “sistematici” per indebolire “il dissenso o la semplice critica al governo”; si parla di “omicidi, torture, detenzioni illegali, persecuzioni” e di “trattamenti inumani”. Il mese prima un importante leader dell’opposizione venezuelana, Leopoldo Lopez, era stato condannato a quasi 14 anni di carcere per aver guidato le proteste del 2014.