Una modella durante la sfilata di Vivienne Westwood, 3 ottobre 2015 (AP Photo/Francois Mori)
  • Moda
  • venerdì 23 Ottobre 2015

La moda sta fuori dalla Cultura?

Rivista Studio ha chiesto ad alcuni esperti come mai Letteratura e Arte non riescono ad averci una relazione

Una modella durante la sfilata di Vivienne Westwood, 3 ottobre 2015 (AP Photo/Francois Mori)

In seguito all’ennesima polemica sulla “modella anoressica” pubblicata dalla rivista Marie Claire, Rivista Studio ha chiesto a giornalisti e scrittori perché in Italia il mondo della cultura e quello della moda fanno fatica a capirsi: gli intellettuali italiani infatti considerano la moda il “fanalino di coda” delle arti e demonizzano l’estetica in opposizione al contenuto. Alcuni hanno parlato di snobismo intellettuale; altri della superficialità con cui giornali e tv trattano l’argomento senza cercare di spiegarlo alle persone; secondo altri invece il problema è che la moda viene ancora vista come l’espressione di uno status sociale e non come un’espressione artistica.

Perché in Italia, per la gran parte del mondo della cultura o della letteratura la moda è un linguaggio così lontano? E perché viene trattata con sufficienza se non con ostilità? Forse, in parte, la polemica sulla copertina di Marie Claire denota la mancata comprensione di un linguaggio o di un codice? Eppure nel mondo gli esempi di sincretismo tra moda e cultura “ufficiale” o “tradizionale” non mancano: da pochi giorni è uscito l’ultimo numero di The Happy Reader, il supplemento letterario, curato da Penguin, del fashion magazine Fantastic Man. Una partnership del genere sarebbe possibile nel nostro Paese? E perché, tra le arti, la moda è considerata il fanalino di coda? Perché l’estetica viene demonizzata, e vista in opposizione al contenuto? Abbiamo girato le domande a cinque voci vicine a Studio, giornalisti, scrittori, direttori, che hanno quotidianamente o quasi a che fare con la moda e il suo mondo.

Gianluigi Ricuperati, scrittore, direttore artistico di Domus Academy

I rapporti tra moda e cultura, ovvero tra i protagonisti professionali dei due ambienti, sono una partita di ping-pong tra giocatori assenti: con un tavolo così lungo che i due contendenti nemmeno si vedono – peccando di quella forma di violenza sociale che consiste nel non vedere. Per tre motivi fondamentali: 1) Per snobismo reciproco – uno snobismo di tipo superficiale e su base economica da una parte, uno snobismo di tipo consapevole e su base intellettuale dall’altra. 2) Per oggettivo sospetto di classe: una fascia sociale di “creativi” molto ben pagati e al centro del proprio universo (l’Italia è uno dei centri globali del circo della moda, come noto), contro un gruppo diviso e marginale, con redditi precari e soddisfazioni sociali molto scarse (i letterati italiani). 3) Per alcuni deficit strutturali: non esiste in Italia, o ha comunque dimensioni non rilevanti, un apparato di media di moda “alternativi”: non esiste il Dazed Group, tanto per dire, fondato da Jefferson Hack, che ha sempre coniugato, con coraggio e visione lunga, il dialogo tra cervelli e corpi (sociali) apparentemente distanti. Sono peraltro pochissime le eccezioni al modello imperante del “sarto” persino tra gli stilisti – anche se si tratta di eccezioni note e straordinarie. Va anche aggiunto che gli stilisti sono imprenditori, e in generale nella classe imprenditoriale italiana non c’è una diffusa ambizione intellettuale.

Ciò detto, il problema degli intellettuali italiani, anche giovani, anche di talento, è che generalmente viaggiano troppo poco, e hanno spesso la mente obnubilata da modelli paesaggistici di trenta o quarant’anni fa. Ovvio che rimangano ancorati a pregiudizi che troverebbero bizzarri e datati se qualcuno li applicasse ai loro libri. Quanto pesa, ancora, la mitologia dell’intellettuale che eroicamente svela le imposture del mondo, cantori di una pars destruens infinita, talvolta orfani di un mondo che va semplicemente più veloce di loro? Io credo invece che sia cruciale proporre piattaforme di comprensione reciproca. E non è facile, lo dico per esperienza: perché chi fa cultura, anche con grande qualità, non considera importante l’arte vestimentaria, e chi fa moda non considera importante la cultura, a meno che non sia scintillante e di facilissima comprensione, cullandosi in una meravigliosa ignoranza che non sarebbe una colpa ma lo diventa se si ostina a rimanere tale.

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