Dopo la vittoria

Un libro racconta storie e pensieri di grandi atleti dopo la-vittoria-della-vita: per esempio quelli di Andrea Lucchetta dopo i Mondiali vinti 25 anni fa dalla Nazionale di pallavolo

Vuoto a vincere” è un libro che ha dentro le storie di dieci famosi atleti e sportivi italiani, e soprattutto quello che gli è successo e hanno pensato dopo aver raggiunto la loro più grande vittoria, raccontate da loro. Lo hanno scritto i giornalisti sportivi Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini, insieme con lo psicologo Fabio Cola: gli atleti di cui hanno raccontato le storie sono Gabriella Dorio, Antonio Rossi, Jury Chechi, Andrea Lucchetta, Antonio Cabrini, Nino Benvenuti, Alessandra Sensini, Giovanna Trillini, Domenico Fioravanti e Adriano Panatta. Il libro è uscito il primo ottobre per la casa editrice Absolutely Free.

Quello che segue è un estratto dal primo capitolo del libro, che racconta la storia di Andrea Lucchetta, uno dei più grandi giocatori di pallavolo italiani di sempre. Lucchetta negli anni Novanta è stato il capitano della Nazionale italiana nominata “la squadra del secolo” dalla Federazione Internazionale di Pallavolo: quella della “generazione di fenomeni“. La più memorabile vittoria di quella squadra fu la vittoria dei Mondiali dell’ottobre 1990 in Brasile, 25 anni fa. Nel libro Lucchetta racconta che dopo quella vittoria capì che «tutto quello che avevi creato, per cui hai lottato e ti sei sacrificato, di colpo non c’è più. È una tristezza infinita».

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Quello che chiamano piccolo Maracanã è invece enorme, soffocato di brasiliani che aspettano l’ultima palla per intona re la festa. In ventisettemila hanno pagato il biglietto, gli altri sono entrati senza. L’Italia non gioca soltanto contro una delle nazionali più forti del mondo, ma contro tutto un Paese. Sembra impossibile rompere l’equilibrio, in mezz’ora il Brasile ha vinto il quarto set, siamo due a due, ci vorrà la bella. Anche l’ultima partita balla su un filo sottile. Sul 14-13 per l’Italia vanno a battere i padroni di casa, Cantagalli riceve e passa a Tofoli, veloce per Lucchetta, Lucchetta schiaccia, la palla è a terra, il Brasile non c’è più. Mentre gli azzurri saltano e urlano e si ammucchiano in mezzo al parquet, il Maracanã piccolo annega in un silenzio irreale. L’Italia è in finale al Mondiale, a un passo dal più grande risultato della sua storia. Negli ultimi dodici mesi la squadra di Julio Velasco ha vinto il campionato europeo, la prima edizione della World League e i Goodwill Games. Più avanti negli anni sarà eletta squadra del secolo, e i suoi campioni passeranno alla storia del loro sport sotto la definizione di “generazione di fenomeni”. Ma adesso, in quel pomeriggio di ottobre a Rio de Janeiro, fra il Mondiale e il paradiso c’è ancora una finale contro i cubani, i più forti pallavolisti del mondo.

«Nella vittoria ho riconosciuto gli stessi segnali di quando da giovane le prendevo dai russi, dai polacchi, da tutti. Partivo per la Nazionale e tutti mi dicevano: “Cosa ci vai a fare? Tanto perdete sempre”. Ma i sacrifici erano gli stessi, la fatica la stessa». I sacrifici. È da quando aveva diciotto anni che Andrea Lucchetta non ha mai un’estate libera. Non è più andato in vacanza con i suoi amici, quelli di Treviso vanno a Jesolo, qualche volta magari a Rimini, e gli mandano cartoline per sfotterlo. Ha perso piano piano tutti i contatti, i primi tempi scriveva qualche lettera, qualcuna la riceveva, poi sono diventate sempre più rare. Anche i genitori e il fratello li vede di rado, nei pochi momenti lasciati liberi dalla pallavolo. L’estate è la stagione dei ritiri azzurri, dei tornei in giro per il mondo, dove il risultato in genere è tre a zero per loro, gli altri. «È il prezzo che abbiamo pagato tutti. Non sempre gli amici arrivano a capire, spesso lo devi spiegare anche alla tua fidanzata che dopo trentacinque giorni di collegiale hai bisogno di tre giorni in cui staccare completamente la spina, rilassarti un po’». È una vita difficile da capire, ancora più difficile è condividerla. «Io me ne rendevo conto, è la ragione per cui ho sempre cercato di aprire delle finestre per lasciare che la mia mente, il mio estro, la mia creatività corressero veloci, fino a trovare nuovi ostacoli, nuovi stimoli. Non volevo rinchiudermi dentro uno spogliatoio». Lucchetta va oltre, sfida il suo club. A Modena va a fare volley di strada, gioca con i ragazzi, ci passa le ore, e tutto contro il parere del suo allenatore, «guarda che così ti stanchi, poi non rendi». Riempie la sua giornata di mille impegni, interessi, curiosità. E in campo non rispetta la liturgia tradizionale. «I miei compagni erano talmente bravi da lasciarmi andare avanti quando sentivo il bisogno di uscire dagli schemi. Però mi sono trovato in rottura totale con il sistema degli anni Ottanta, che vedeva il trionfo dell’atleta di tipo sovietico: più eri serio e imbronciato, più eri concentrato. Non poteva esistere uno che girava per il campo facendo scherzi ai raccattapalle, parlando con la gente del pubblico, provocandola. Ma come, guarda che così perdi la concentrazione. Invece no, invece essere sovversivo mi ha salvato».

Nella prima fase del torneo Cuba e l’Italia si sono già incontrate, ed è stato un massacro. Tre a zero per loro, ci hanno presi a pallate, una battaglia piena di nervosismo, di insulti, di liti sottorete. Con i cubani gioca Joel Despaigne, fino a quel momento il pallavolista più forte del mondo. Ha già detto che la sua squadra sarà imbattibile ancora per quattro anni. È come sfidare il diavolo. Ma l’Italia ha le mani di Paolo Tofoli, gli attacchi di Andrea Zorzi e Luca Cantagalli, un opposto come Lollo Bernardi, al centro Andrea Gardini e il capitano Lucchetta. Dietro ai titolari poi nessuno è forte come noi. In panchina abbiamo Giani, Bracci, De Giorgi e Anastasi. E ovviamente Julio Velasco. Gli azzurri non hanno scelta: sanno che devono uscire vincitori da quella batosta nel girone. Hanno la grande occasione di rovesciare la storia e il pronostico, di cambiarsi la vita e la carriera.

Un’occasione che magari non tornerà mai più. La vigilia passa così, ci si carica a vicenda e intanto si prova ad allentare la tensione. Cerchi di convincerti che sarà una partita come le altre, e intanto ti passano davanti tutti gli anni trascorsi a fare tornei per vincere un set o due in tutto. Non dormi, non dormi mai prima di una partita importante, che problema c’è? Domani dovrai essere il migliore del mondo, tutto qui. Il 28 ottobre 1990 Italia e Cuba sono un’altra volta di fronte. Il primo set va come la partita nel girone, i cubani schiacciano gli azzurri, Joel Despaigne fa paura, quando chiama la palla tutti sentono la sua voce urlare anche nell’inferno del piccolo Maracanã. Se va avanti così, la fine è nota, è una partita già vista, tutte le ultime sfide dirette contro i cubani si sono chiuse con una sconfitta per noi.

«Quello che ancora non sapevo è che vincere e perdere sono due momenti di depressione che hanno lo stesso filo logico. In tutti e due i casi il confine è abbastanza labile, e puoi continuare a precipitare nella tristezza. Molti che hanno sovrastimato se stessi o utilizzato artifizi chimici si sono ritrovati a fare un salto nel buio e non ne sono più usciti. Più perdi, più perdi fiducia in te stesso, autostima, non riesci a venirne fuori». Quel gruppo invece ce la fa. Dalle sconfitte, dalle batoste degli anni Ottanta si creano gli anticorpi che renderanno quella Nazionale più forte, praticamente invincibile. «Quando sei sulla cima del mondo hai due possibilità. Puoi guardarti attorno e cercare di capire se ci sono altre vette più difficili da scalare. Oppure puoi buttarti giù e sprofondare nell’oblio. Molti atleti vivono la vittoria come la possibilità di andare in caduta libera finché non esisterà più qualche altra cosa a cui aggrapparsi». La squadra è spesso qualcosa a cui potersi aggrappare. Quella Nazionale in particolare è un riuscito insieme di caratteri e di talenti diversi, assemblato grazie a un duro confronto tecnico in campo ma anche fuori. È come quando metti nel tegame tutto quello che hai nel frigorifero e miracolosamente il gusto che ne esce è delizioso. E dopo proverai ancora e ancora a rifarlo, ma non riuscirà mai più buono come quella prima volta. «C’è tanta roba nella vittoria di un campionato del mondo. Nessuno di noi avrebbe pensato di arrivare a vincere l’Europeo nell’89 e il Mondiale nel ’90. È stato un vero disastro. Perché poi cosa puoi fare di più?».
Nel secondo set l’Italia si sveglia, Zorzi finalmente duella alla pari con Despaigne, Bernardi sembra sempre più potente, Lucchetta sempre più veloce, Tofoli sempre più geniale. I cubani cominciano a sbagliare, una volta, due volte, stai a vedere che non sono invincibili. C’è ancora il cambio palla e passano lunghi minuti prima che il punteggio svolti, il destino rimbalza da un campo all’altro senza decidere dove fermarsi.

Despaigne e compagni sembrano avere fretta, gli azzurri al contrario fanno capire di avere tutta la pazienza del mondo. Andiamo due a uno per noi. Ci sono volute quasi due ore, ma l’Italia non è mai stata a tanto così dal vincere un Mondiale. Il quarto set azzurro è molto vicino alla perfezione, dall’altra parte del campo soltanto il diavolo Despaigne insiste a lottare su ogni pallone. Sul 10-9 l’arbitro dà un punto a Cuba e Lucchetta insorge. Va dal guardalinee e gli urla in faccia: «Questo è il tuo lavoro, fallo bene». L’arbitro potrebbe ammonirlo e invece, intimidito, rovescia la decisione: punto all’Italia. Quindici a quattordici adesso, un match-point dopo l’altro, la voglia di vincere fa battere il cuore tanto che lo senti in gola,
o forse è la paura di perdere. Nono match-point, la palla non vuole saperne di finire a terra, come se non volesse decidere chi sarà il migliore, chi passerà alla storia. C’è ancora Despaigne all’attacco, sempre lui, l’ultimo ad arrendersi. Lucchetta difende a terra non si saprà mai come, la palla giunge a Tofoli, tocco, Bernardi arriva in volo, altissimo, e schiaccia. Giù, giù, per terra. Sedici a quattordici. In Italia è la voce di Jacopo Volpi che grida «campioni del mondo, campioni del mondo», arrochita dall’emozione. In Brasile è il momento della gioia manifesta. Gardini si è già arrampicato sul seggiolone dell’arbitro, come ha visto fare agli americani, e mostra al mondo quello che ha sul petto, il numero uno. Cantagalli gira per il campo a occhi fissi, spalancati, come a volersi imprimere tutto nella retina prima che sia troppo tardi. Velasco fa segno ai giocatori di sollevarlo e di portarlo in trionfo, anche adesso è lui a decidere che cosa devono fare. C’è comunque poco tempo, sul parquet stanno già allestendo il podio per la premiazione. Il Mondiale è finito, andate in pace.

«Io ho sempre in mente quella scena dei Predatori dell’arca perduta, con Sean Connery che è andato a cercare l’oggetto più bello per conto del British Museum, per trovarlo mette a rischio la vita, passa attraverso mille peripezie e quando ce l’ha finalmente fra le mani cosa fa? Lo impacchetta ben bene, lo mette in una cassa e alla fine in un magazzino enorme, grandissimo, praticamente infinito, in mezzo a migliaia di altre casse tutte uguali. È un’immagine forte, che ti dice tutto. Qualsiasi tipo di traguardo, di obiettivo, di risultato, una volta che l’hai ottenuto lo prendi, lo guardi, dici “ma che bello”, poi lo imbusti e lo metti in un cassetto e magari non lo riguardi mai più. Io non so neanche dove sono le mie medaglie». Il ricordo cinematografico di Lucchetta non è proprio preciso. Non è Sean Connery che ritrova l’arca nel film, ma è suo figlio Indiana Jones, cioè Harrison Ford. E non è lui alla fine a confondere la cassa con l’arca in mezzo a tante altre casse uguali nel magazzino sconfinato: è l’esercito americano, che preferisce seppellirla lì perché sa quanto può essere pericolosa. Ma non è questo che conta, in fondo è soltanto un vecchio film. Conta che nella memoria di Lucchetta è rimasta impressa una scena leggermente diversa, una scena in cui lui ha visto e continua a rivedere il senso di quello che hai ottenuto vincendo qualcosa di importante. «Lo prendi, lo guardi, dici “ma che bello”, poi lo imbusti e lo metti in un cassetto e magari non lo riguardi mai più».

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In principio voleva diventare John McEnroe. Spaccava le racchette, ma a casa sua non potevano permetterselo e, insomma, era un problema. Era perfettamente chiaro perché al piccolo Lucchetta piacesse Mac: aveva riconosciuto nel suo tennis quel filo sovversivo che ha sempre ricercato nel suo gioco e pure nei suoi comportamenti. «Sono sempre stato attento a due cose: avere dei modelli, e prendere insegnamenti positivi anche dai modelli negativi». Anche da bambino immaginava sfide che non fossero quelle impartite nell’ora di lezione. Perché devo aspettare l’avversario a fondo? Perché non posso fare il serve and volley? E inventava un modo suo di giocare a tennis, sfidando il muro dalla mattina alla sera perché non c’erano abbastanza soldi per prendere un maestro a pagamento. Soltanto quando ha visto in azione Lorenzo e Riccardo, i suoi figli, Lucchetta è tornato indietro con il nastro della memoria fino all’infanzia, a quello che ha fatto passare a sua madre quando era un bambino. «Ero incontenibile, qualsiasi gioco facessi». Tutte le volte che veniva buio tornava a casa con nuove croste in faccia, sui gomiti e sulle ginocchia. Giocare a calcio per strada lascia sempre i segni: Andrea era il portiere, e tutti lo ammiravano molto per il coraggio. Più che altro era incoscienza: si tuffava sull’asfalto senza pensare alle conseguenze. In fondo non è più cambiato, come quando racconta che ha allenato la prontezza di riflessi correndo attorno al tavolo della cucina, per schivare le mani pesantissime di suo padre. A scuola era un’altra sfida continua, «ho smesso col tennis perché alle superiori non mi davano il tempo di allenarmi». Ha cominciato a giocare a pallavolo in classe, a Mogliano Veneto. L’anno della maturità salta l’ultimo compito di elettronica industriale per andare a fare un torneo, e il professore – che odia lo sport – gli mette cinque in pagella, impedendogli di prendere il massimo dei voti. L’idea in principio è quella di fare ingegneria elettronica all’università, ma quell’anno ci sono le finali contro la Panini. A Modena si accorgono di quel ragazzo di Treviso che gioca a pallavolo come potrebbe fare McEnroe e gli chiedono se ha voglia di andare con loro. Suo padre dice di sì: vai a fare il militare, prova per un anno e vediamo come va. «Non sono più tornato». Neanche d’estate, per le vacanze: c’era già la Nazionale.

«Ho preso il numero 12 perché era l’ultimo disponibile. E poi se parti dal fondo puoi sempre pensare che gli ultimi saranno i primi, è molto meglio». Quella generazione di fenomeni cresce assieme, e grazie a quella straordinaria covata di talenti la pallavolo italiana può finalmente cambiare. Da sport dei praticanti e degli adepti, osservato con rigore soltanto in alcune zone del Paese, il volley diventa sport di massa, moda, mania. Lucchetta viene da Treviso, e prima dei diciott’anni è andato a una festa una volta l’anno, non di più, e sempre con la promessa di rientrare a casa a una certa ora. «Quando sono arrivato in Emilia Romagna mi sono detto: cos’è sta roba? Discoteche, musica, libertà totale, non ci potevo credere». Al mondo esterno si contrappone la rigidità quasi monacale dello sport professionale, la legge dello spogliatoio, la disciplina tramandata da un allenatore all’altro. Fino a Julio Velasco, che in quegli anni si costruisce un personaggio a metà fra il tecnico e il filosofo. Velasco toglie gli alibi all’Italia, la conduce fuori da una cultura sportiva che fino a quel momento è stata un limite. In ritiro non si porta il cuoco, non è necessario mangiare la pasta due volte al giorno per vincere. In aereo si va in economy, anche se siamo alti due metri e dobbiamo tenere le ginocchia in bocca fino a Rio. E niente feste, niente palchi, niente tivù prima del tempo: soffrire e concentrarsi sono le priorità, dedizione e sacrificio le parole chiave. Una figura ingombrante che a volte protegge la squadra con le sue spalle larghe, a volte le fa ombra con la sua personalità debordante. «L’allenatore non è parte della squadra, non deve entrare nello spogliatoio, a volte devi addirittura giocargli contro. Per questo non faccio l’allenatore, per non uscire dal grembo materno». Lo spogliatoio come un grembo, la squadra come antidoto alla solitudine, almeno finché non arrivi a vincere tutto. «Me lo sono chiesto tante volte che differenza ci può essere fra vincere in uno sport individuale e vincere con una squadra. La mia risposta è che fai squadra comunque: nel tennis con la racchetta, nell’equitazione col cavallo, nel nuoto con l’acqua. Ma soltanto quando vinci sei davvero solo».

È l’altro Lucchetta, quello che da fuori non abbiamo avuto il tempo di conoscere. Quello che non dormiva quasi mai prima di una partita, quello che durante tutta una cena con i suoi amici era capace di dire sì e no una parola. Quello che il suo allenatore preferito è Doug Beal, che durante il time out ti diceva una cosa soltanto: giocate la palla al meglio. «Che cosa ti dovrà mai dire in quel momento, che non ti abbia già spiegato durante la settimana, o durante tutta la stagione?». Lucchetta, che un giorno è andato dalla sua parrucchiera di Modena e assieme hanno cercato il taglio perfetto, qualcosa di trasversale e di obliquo, buono per attraversare tutti gli ambienti e anche per mettersi in mostra e uscire dall’anonimato. «Ci vuole anche un po’ di culo. Io sono stato un buon surfista, ho avuto la fortuna di trovarmi in certe situazioni e ho capito come risalire l’onda e usarla. Poi, se le onde sono in rapida successione, tanto meglio. Vai a prenderti il tuo destino». Quel taglio ce l’ha ancora adesso, sempre lo stesso, solo con i capelli più grigi.

La vittoria di Rio cambia tutto. Da lì in avanti nei club entrano i grandi capitali, la pallavolo diventa dei Ferruzzi, dei Benetton, di Berlusconi. È l’inizio e insieme la fine di tutto. E quasi nessuno sa gestire quel fenomeno come si deve. Dopo il Mondiale brasiliano Lucchetta lascia Modena e un mondo che ormai non c’è più, e va a Milano. È il momento in cui i giocatori che hanno vinto il Mondiale sono famosi come divi del cinema. «Al PalaTrussardi venivano a vederci novemila persone, dovevamo uscire con la scorta armata. Giravi in metropolitana e gli extracomunitari invece dei soldi ti chiedevano l’autografo. Eravamo i Take That». In pochi capiscono quello che sta succedendo. Anche in Nazionale. Sul campo fatalmente comincia la flessione: all’Europeo del ’91 l’Italia perde in finale, nel ’92 all’Olimpiade di Barcellona va incontro al disastro, «un delirio di onnipotenza». Ma due anni prima, in quel pomeriggio di ottobre, nessuno conosceva il futuro. Al massimo poteva avvertire qualche avvisaglia.

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Chiamate dall’altoparlante, le squadre rientrano nel piccolo Maracanã. È il momento delle medaglie, e poi di quella piccola coppa che voleva dire tutto fino a pochi minuti prima.

«Non voglio dire che in quel momento ti scorre tutta la vita davanti, non è che stai morendo. Però di fatto sei morto. Campione del mondo vuol dire che hai finito di vivere, è morto tutto quello che fino a quel momento ti portava, ti sosteneva. Praticamente è come se fossi morto». Andrea Lucchetta ha sempre scelto un modo anticonvenzionale di comunicare, e anche adesso non si smentisce. Quando racconta che quell’ultima palla di Lorenzo Bernardi, mentre andava a cadere per terra, ha cancellato tutto il percorso che ognuno di loro aveva fatto per arrivare fin lì. Tutti gli anni delle giovanili, le ore passate a schiacciare palloni contro un muro, i lunedì mattina a scuola con i professori che interrogavano proprio te perché sapevano che nel fine settimana eri stato a giocare, di sicuro non a studiare. Tutte le estati senza vacanze, niente Jesolo né Rimini, e neanche l’Interrail fino a Capo Nord, niente moto, niente tramonto sotto le stelle con la tua ragazza. Tutte le cene di gruppo, pasta in bianco e bresaola, contorno di rucola e per carità niente vino, e due sedie più in là il dottore della squadra si faceva portare le cervella dorate e una bottiglia di Lambrusco. «Dopo che quell’ultima palla è finita a terra c’è tutta la costruzione della gioia, le pacche sulle spalle, il divertimento, e Velasco che ti dice “dài, buttatemi in aria”, e poi il silenzio prima dell’inno, schierarsi in mezzo al campo, aspettare, chiudere gli occhi. Ma poi quando parte la musica hai il tempo per rivedere in una frazione di secondo quello che è stato tutto il tuo percorso. Esattamente come capita a un pazzo suicida che si butta giù dall’ultimo piano. È lì che hai il tempo di capire che tutto quello che avevi creato, per cui hai lottato e ti sei sacrificato, di colpo non c’è più. È una tristezza infinita».

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