(Sven Hoppe/picture-alliance/dpa/AP Images)
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  • venerdì 11 settembre 2015

Il tweet che ha fatto cominciare la marcia dei migranti

Una comunicazione "tecnica" di un profilo con solo 4mila follower ha dato il via a "un atto collettivo a metà tra protesta politica ed esodo di massa"

(Sven Hoppe/picture-alliance/dpa/AP Images)

Il 10 settembre il Wall Street Journal ha raccontato cosa è stata e perché è iniziata la marcia dei migranti che alcuni giorni fa sono partiti dall’Ungheria per andare a piedi in Austria, e da lì in Germania. È iniziato tutto da un tweet, scritto alle 13.30 di martedì 25 agosto da un profilo Twitter tedesco seguito da poco più di quattromila utenti. Il profilo è quello della BAMF (Bundesamt für Migration und Flüchtlinge), un’agenzia governativa tedesca che si occupa di assistere i migranti e i rifugiati che arrivano in Germania. Il tweet della BAMF ha rappresentato la prima conferma ufficiale di qualcosa di cui già si era parlato nei giorni precedenti: la Germania aveva deciso di sospendere gli accordi di Dublino (che regolano e limitano le richieste d’asilo) per i migranti siriani, accettando quindi di farli entrare nei suoi confini.

Gli accordi di Dublino esistono dal 1990 e prevedono che – a meno di alcune eccezioni – un richiedente asilo debba restare nel primo stato dell’Unione Europea in cui è entrato: è questo il motivo per cui per esempio molti migranti scelgono di transitare dall’Italia senza però farsi registrare, con la speranza di riuscire a ottenere asilo in paesi più ricchi. Ed è questo il motivo per cui il tweet della BAMF ha avuto un’enorme rilevanza per tutti quei migranti siriani che si trovavano nell’Europa dell’est, con la speranza di arrivare in Germania. Quel tweet – ritwittato più di 100 volte e poi tradotto e condiviso da altre centinaia di persone – faceva capire ai migranti siriani che la Germania aveva davvero “aperto le sue porte“. Il Wall Street Journal spiega così le prime conseguenze del tweet:

Sui social network arabi iniziarono a diffondersi tributi nei confronti della cancelliera Angela Merkel: arrivarono le prime immagini in cui la sua faccia era accompagnata dalle parole “la madre caritatevole” e “Mamma Merkel”). Un utente di Facebook la definì un “leone” dal “cuore puro”. I riferimenti a Merkel in arabo salirono da 500 al giorno il 22 agosto a oltre duemila al giorno il 3 settembre.

Il luogo in cui quel tweet ha avuto le più importanti e immediate conseguenze è stato però Keleti, la principale stazione ferroviaria di Budapest, la capitale dell’Ungheria. A Keleti e nelle strade circostanti si erano accampate da alcune settimane diverse migliaia di migranti, molti dei quali siriani. Molti di loro erano lì perché volevano andare in Germania, non lo potevano però fare perché il governo ungherese impediva loro di salire sui treni. Per i migranti siriani fermi a Keleti il tweet della BAMF ha rappresentato un determinante punto di svolta, ma non una completa soluzione dei loro problemi: potevano infatti entrare in Germania, ma non potevano “lasciare” l’Ungheria. Questo succedeva a causa della poca chiarezza di alcune decisioni del governo ungherese, che a sua volta si giustificava incolpando la poca chiarezza della nuova posizione della Germania. Quel tweet – che per primo ha espresso la “nuova” posizione della Germania – è stato in effetti poco chiaro. Il Wall Street Journal lo definisce un “invito involontario”, un messaggio “tecnico” che ha avuto nella pratica conseguenze molto più grandi di quelle immaginate.

Il messaggio contenuto nel tweet arrivava dopo che la BAMF aveva deciso in maniera autonoma di aggiornare alcune sue linee guida sull’accoglienza dei migranti. Nei giorni successivi al tweet una nota del ministero degli Interni tedesco ha spiegato che la BAMF aveva la piena autorità necessaria per prendere quella decisione e che lo aveva fatto per motivi sia umanitari che pratici: era diventato troppo complicato rimandare i rifugiati nel primo stato in cui erano entrati. La BAMF aveva inizialmente diffuso la sua nuova interpretazione tramite un memorandum interno all’agenzia chiamato “Le regole per la sospensione della convenzione di Dublino per i cittadini siriani”, che non si sa come era finito però alla stampa. Da quel momento, avvocati e giornalisti avevano cominciato a chiedere insistentemente spiegazioni all’agenzia sul significato preciso della nuova direttiva, spingendo la BAMF a fare un tweet chiarificatore. Quel tweet.

Negli ultimi giorni di agosto, Merkel disse che le nuove linee guida della BAMF avevano causato un “fraintendimento”. Secondo Merkel quelle linee guida significavano solamente che i siriani avevano da quel momento maggiori possibilità di ottenere asilo in Germania, non che la Germania li avrebbe accolti tutti in modo incondizionato. Il primo settembre Robert Repassy, segretario di stato del ministero della Giustizia ungherese diceva invece: «Le autorità tedesche hanno fornito al pubblico informazioni inconsistenti, e altrettanto inconsistenti sono le informazioni che hanno dato a noi. Sembra che la Germania voglia accettare tutti i siriani, senza porre nessuna condizione».

Incoraggiati dal tweet e scoraggiati dal blocco ungherese i migranti fermi a Keleti il 4 settembre decidevano intanto di dirigersi a piedi verso l’Austria e da lì prendere dei treni per la Germania. A quella prima e principale marcia – cui hanno partecipato l’80 per cento circa dei migranti allora fermi a Keleti – ne sono seguite altre, più piccole da altre località dell’Ungheria. I primi migranti partiti il 4 settembre dall’Ungheria hanno ricevuto aiuti di vario tipo da alcuni cittadini ungheresi, hanno raggiunto il confine austriaco e sono di conseguenza riusciti ad arrivare in Germania. Parlando di loro il Wall Street Journal scrive: «Si sono battuti e hanno camminato, aprendosi la strada verso l’Europa in un atto collettivo che sta a metà tra una protesta politica e un esodo di massa».

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