Donald Trump di spalle, il 21 agosto 2015 (Mark Wallheiser/Getty Images)

Donald Trump, l’idolo dei troll

Il suo recente successo è in parte frutto di un ampio consenso bipartisan ottenuto fra complottisti e commentatori aggressivi, scrive Anne Applebaum sul Washington Post

di Anne Applebaum - Washington Post
Donald Trump di spalle, il 21 agosto 2015 (Mark Wallheiser/Getty Images)

Secondo la maggior parte delle persone, ciò che viene pubblicato su Twitter non corrisponde a quello che circola nel mondo reale. Persino quelli che usano i social media per stare al passo con quanto succede nel mondo di solito pensano che qualsiasi malignità incontrano online non è “reale” e quindi nemmeno importante. Se i social media hanno un impatto politico è solo in certi gruppi marginali o sugli estremisti islamici. Nel suo recente libro So You’ve Been Publicly Shamed – che in italiano sarà pubblicato a ottobre per Codici Edizioni – il giornalista Jon Ronson racconta la follia con cui gli utenti di Twitter distruggono le vite di certe persone, che in certi casi hanno la sola colpa di aver fatto una battuta fuori luogo. Pensavamo però che almeno la politica convenzionale fosse un’altra cosa.

Osservando come Donald Trump fa lo spaccone e scherza mentre porta avanti una campagna presidenziale, però, ho iniziato a pensare che forse abbiamo sottovalutato i modi in cui l’odio su internet ha allargato i confini del dibattito politico. Ci diciamo scioccati dal linguaggio di Trump, ma le parole che lui usa sono le stesse parole che troviamo leggendo la maggior parte dei commenti in qualsiasi discussione online sulla politica. Trump ha detto che il senatore John McCain (che fu prigioniero in Vietnam per sei anni) “non è un eroe di guerra”, e la cosa ha generato moltissime polemiche: ma sono sicura che gli insulti che certa gente scrive sulla pagina Facebook di McCain sono peggiori, e sono peggiori anche molte altre cose che la gente scrive online su di lui. Trump ha detto che “tutti i messicani sono stupratori”, ma ogni mattina su Twitter leggo insulti simili, e anche cose peggiori. Facendo riferimento alla mia religione, un utente mi ha scritto: «Leggendo quello che scrive Anne Applebaum capisco l’antisemitismo. Gli ebrei sono proprio capaci di farti girare i coglioni». Il linguaggio delle discussioni online sulla politica è diventato estremo e spesso così distante dalla realtà che le cose che dice Trump sono perfette per Internet, e meno hanno senso e più funzionano online.

I difensori di Trump – online ce ne sono molti – dicono di ammirarlo perché lui si dichiara “anti-establishment”, fuori dal sistema. Sbagliano: non lo è per niente. Da uomo ricchissimo quale è, Trump vive al centro di un certo tipo di establishment. È però vero che lui è diverso dagli altri politici, almeno in un aspetto: è l’unico che usa in televisione il linguaggio che si trova nei commenti online, sui siti di gossip o nelle più aggressive discussioni di Reddit. Insulti volgari, offese razziste, rabbia esagerata e fatti inventati: tutte cose che sono all’ordine del giorno su una certa parte di Internet. Grazie a Trump tutte queste cose fanno ora parte della politica degli Stati Uniti.

I candidati come Trump non esistono però solo negli Stati Uniti. Silvio Berlusconi ha portato il linguaggio e lo stile della televisione commerciale al centro della politica italiana. Molti ideologi di estrema destra, inoltre, hanno immesso toni esagerati e aggressivi nel dibattito politico europeo: in Gran Bretagna l’estrema sinistra oscurantista sta celebrando Jeremy Corbyn, un convinto marxista che si dice a favore della nazionalizzazione dell’industria e del disarmo nucleare, che potrebbe diventare il futuro leader dei laburisti britannici.

Tutti questi candidati sanno parlare a quegli elettori che passano molto tempo online e non trovano le loro idee rappresentate nella politica tradizionale. Trump ha però la particolarità di non essere né di estrema destra né di estrema sinistra: si propone come il portavoce di quelli che scrivono tweet sarcastici e pieni d’odio, dei nichilisti anti-tutto, dei complottisti che scrivono contorti commenti anonimi sui siti d’informazione. Trump ha semplicemente preso l’indignazione di queste persone, portandola da internet alla vita vera.

Trump dice che Jeb Bush non gli piace perché sta tutto il giorno seduto davanti a una scrivania a parlare noiosamente di politica estera? Loro sono d’accordo con lui. Trump dice che “non gli importerebbe” se l’Ucraina entrasse nella NATO? Non importerebbe nemmeno a loro. Trump dice che negli Stati Uniti il 42 per cento delle persone non ha un lavoro? Loro sono d’accordo. Insomma, eccoci qui: dopo che per anni sono stati esclusi dai noiosi dibattiti sulle leggi, le finanziarie e la politica estera ora hanno modo di esprimersi anche quelli che insultano online, che credono che Obama sia nato in Kenya, e che l’11 settembre sia frutto di un complotto.

© Washington Post 2015