(AP Photo/Courtesy Walte Rathker via Emporia Gazette)

Enola Gay

La storia di una madre, di un figlio e di un aereo dal nome curioso che esattamente 70 anni fa sganciò la bomba atomica su Hiroshima

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca
(AP Photo/Courtesy Walte Rathker via Emporia Gazette)

Quando suo figlio le disse che si sarebbe arruolato nell’esercito, la signora Enola Gay Tibbets gli diede tre consigli: vestiti bene, non promettere più di quello che puoi mantenere e dì sempre la verità. Il 6 agosto del 1945, nove anni dopo quella conversazione ed esattamente 70 anni fa, suo figlio, il colonnello Paul Warfield Tibbets, sorvolò la città di Hiroshima a bordo di un aereo che aveva battezzato “Enola Gay”. Per uno strano caso del destino, quei consigli avevano fatto sì che il nome della signora Tibbets venisse per sempre associato al primo bombardamento nucleare della storia e alla cancellazione di più di 70mila persone in una frazione di secondo.

Enola Gay Haggard era nata il 10 dicembre del 1893 a Davenport, una città dell’Iowa sulle rive del Mississippi. I suoi genitori la chiamarono “Enola” prendendo a prestito il nome della protagonista di un romanzaccio romantico pubblicato sei anni prima della sua nascita: “Enola, o del suo errore fatale”, della scrittrice Mary Young Ridenbaugh. A differenza della sua irrequieta eponima, Enola era una donna seria e modesta che, come ricordò suo figlio, «non cambiava mai espressione, che si parlasse di cose serie oppure scherzose». Enola si sposò con un agente immobiliare dell’Illinois, Paul Warfield Tibbets, e nel 1915 nacque il loro primo figlio che chiamarono, senza molta fantasia, Paul Warfield Tibbets Junior. Quando aveva dodici anni i suoi genitori gli pagarono un biglietto per salire su un biplano e lanciare caramelle sul pubblico durante una fiera locale. Da quel giorno Paul decise che sarebbe divenuto un pilota.

Il colonnello Paul Tibbets descrive la missione su Hiroshima in un filmato dell’epoca

Nel 1936 Paul disse ai suoi genitori che si sarebbe arruolato nell’esercito. Fu un momento drammatico per i Tibbets: negli anni della Grande Depressione le forze armate erano una specie di rifugio per vagabondi e disoccupati, e per una famiglia della classe media avere un figlio nell’esercito era una cosa di cui vergognarsi. All’epoca le reclute erano più basse e pesavano meno della media nazionale ed erano così malnutrite che dopo qualche mese di addestramento ingrassavano di tre chili; oggi, dopo l’addestramento di base, le reclute dell’esercito americano dimagriscono in media di dieci chili. Paul Tibbets Senior prese molto male la decisione del figlio e gli disse: «Bene: fino a oggi ti ho mandato a scuola, ti ho comprato automobili, ti ho dato soldi per portare in giro le ragazze. Da qui in avanti sei per conto tuo: se vuoi andare a farti ammazzare, fai pure. A me non importa niente». Sua madre fu più comprensiva: «Paul, se vuoi volare sugli aerei, va bene. Un giorno mi renderei fiera di te».

Molti anni dopo Paul si ricordò dei consigli che gli aveva dato sua madre durante quella conversazione. Era il primo settembre del 1944 e Paul, a 29 anni, era diventato uno dei più decorati piloti di bombardieri dell’aviazione americana. Quel giorno si trovava a Colorado Springs, una delle principali basi dell’aviazione americana. Gli era stato detto di presentarsi alle nove in punto per un colloquio della massima importanza e di portarsi una borsa di vestiti: dopo quell’incontro sarebbe dovuto partire. Nessuno gli aveva spiegato per dove. Ad attenderlo aveva trovato un colonnello dell’intelligence militare, un generale dell’aviazione e un uomo in abiti civili. Il colonnello dell’intelligence gli domandò se fosse mai stato arrestato e Tibbets sobbalzò nel suo orgoglio di ufficiale pluridecorato.

Tibbets raccontò l’episodio nel libro “Enola Gay“, pubblicato nel 1977 e mai edito in Italia, il primo a raccontare la storia della missione di Hiroshima attraverso le interviste a decine dei partecipanti. Tibbets, spiegò, avrebbe avuto ogni diritto di non rispondere a una domanda così personale, ma in quel momento gli tornarono alla memoria le parole di sua madre. Così decise di rispondere sinceramente e confessare un episodio del suo passato piuttosto imbarazzante per un ufficiale. A 18 anni era stato trovato da un poliziotto sul sedile posteriore di una macchina con una ragazza. Aveva passato una notte in carcere, ma un giudice amico aveva lasciato cadere l’accusa. L’ammissione del suo peccato di gioventù sembrò in qualche modo essere la risposta giusta, perché il colonnello dell’intelligence si mise a ridere e gli disse che non voleva sapere altro. A quel punto il civile si presentò come Norman Ramsey, un fisico abbastanza famoso all’epoca, e gli spiegò perché era stato invitato a quella riunione: «Gli Stati Uniti sono riusciti a dividere l’atomo. Stiamo costruendo una bomba basata su questo principio. Sarà tanto potente che quando esploderà avrà la forza di ventimila tonnellate di alto esplosivo. Lei, colonnello, è stato scelto per lanciare questa bomba».

Tibbets raccontò che Ramsey e gli altri in realtà sapevano già tutto del suo passato e quella domanda era stata una specie di ultima “prova di fiducia”. Gli agenti del Progetto Manhattan, l’enorme macchina dietro la produzione della bomba atomica, avevano esaminato in ogni dettaglio la sua vita e quella dei centinaia di altri piloti prima di decidere a chi affidare il comando degli aerei che avrebbero dovuto sganciare la bomba. La segretezza era la loro ossessione. Tibbets venne subito trasferito in una base nel mezzo del deserto dello Utah, centinaia di chilometri dalla città più vicina. Circa 1.700 persone formavano il personale dello “Squadrone 509”, ma si contavano sulle dite di una mano quelle a conoscenza della missione che avrebbero dovuto intraprendere. Tibbets fu uno dei pochissimi membri dello squadrone a visitare Los Alamos, l’enorme laboratorio al centro del progetto Manhattan dove Enrico Fermi e Robert Oppenheimer stavano mettendo a punto la bomba atomica. Fu proprio Oppenheimer, il 16 settembre del 1944, a spiegare per la prima volta quali sarebbero stati gli effetti concreti della bomba: «Il suo più grande problema potrebbe cominciare non appena la bomba lascerà l’aeroplano: l’onda d’urto generata dall’esplosione potrebbe distruggerlo e io temo di non poterle dare garanzia che chi trasporterà la bomba sopravviverà alla missione».

Tibbets trascorse i sei mesi successivi ad addestrare i suoi uomini a sganciare la bomba e a restare interi dopo la sua esplosione. Il primo non era un compito facile, in un’epoca in cui non esistevano i missili teleguidati: l’unico modo di sapere dove sarebbe caduta una bomba era calcolarlo a mente tenendo conto di altitudine, vento e velocità dell’aereo. Il secondo però era la vera sfida. Una volta sganciata la bomba, l’aereo avrebbe avuto meno di un minuto per allontanarsi prima dell’esplosione. In quel breve lasso di tempo la bomba avrebbe continuato a viaggiare per inerzia lungo la stessa direzione dell’aereo. Per allontanarsi il più possibile, quindi, era necessario compiere una difficile e brusca virata di quasi 180 gradi in modo che bomba e aereo si allontanassero in due direzioni opposte. Per mesi gli equipaggi del 509 si addestrarono alla manovra sul deserto dello Utah. Poi, nell’estate del 1945, Tibbets e dodici equipaggi di bombardieri B-29 raggiunsero Tinian, l’isola dell’Oceano Pacifico dalla quale sarebbe partita la loro missione. A quel punto Tibbets aveva già deciso che sarebbe stato lui stesso a pilotare l’aereo che avrebbe trasportato la bomba.

Il 25 luglio lo stato maggiore dell’esercito diede l’ordine di procedere all’attacco e una settimana dopo il servizio meteorologico dichiarò che l’attacco poteva procedere. Il 5 agosto Tibbets rivelò ai suoi uomini che avrebbero sganciato una bomba nucleare e spiegò come si sarebbe svolta la missione. In tutto avrebbero partecipato sette aerei: tre su Hiroshima, uno con la bomba e gli altri con strumenti scientifici e fotografici, tre in missioni meteorologiche e un settimo sarebbe stato tenuto di scorta sull’isola di Iwo Jima, a metà strada tra Tinian e il Giappone. I bombardieri avrebbero viaggiato in pieno giorno, in modo da poter identificare il loro bersaglio senza possibilità di errore, e avrebbero viaggiato abbastanza in alto da essere praticamente invulnerabili all’artiglieria contraerea giapponese. Ma viaggiare di giorno significava che i giapponesi avrebbero potuto individuare gli aerei e attaccarli con i caccia: per questo venne deciso di inviare gli aerei senza scorta, in modo che i giapponesi pensassero ad una semplice missione di ricognizione.

Dopo aver spiegato ai suoi uomini la missione, Tibbets raggiunse il suo aereo. Lo aveva scelto personalmente alcuni mesi prima, mentre si trovava ancora sulla catena di montaggio. Si trattava di un bombardiere B-29, numero di serie 44-86292, lungo trenta metri e con un’apertura alare di più di quaranta. Durante la visita alla fabbrica Tibbets ne aveva scelto un altro, ma il tecnico che lo accompagnava aveva scosso il capo spiegandogli che quello che aveva scelto era stato montato dagli operai a fine turno, quindi non si poteva essere certi che avessero fatto il lavoro a dovere. Il tecnico gliene indicò un altro vicino dicendogli che era stato montato all’inizio del turno e quindi poteva star certo che le viti erano state tutte controllate due volte. La mattina del 5 agosto, Tibbets fece chiamare uno dei suoi uomini e gli disse di dipingere un nome sull’aereo. In quel momento, raccontò agli autori di “Enola Gay”, si ricordò di sua madre: «Quando mio padre pensava che avessi perso la testa, lei prese le mie difese e mi disse che tutto sarebbe andato bene». Sulla punta argentata del suo enorme aereo da bombardamento Tibbets fece dipingere con la vernice rossa: “Enola Gay”.

Nella notte tra il 5 e il 6 agosto quasi nessun membro del 509 dormì. Alle 2.44 Tibbets decollò con il suo equipaggio di 11 persone per il viaggio di sei ore e mezza verso il Giappone. Alle 8.05 arrivarono in vista della città e pochi minuti dopo l’aereo sorvolò il bersaglio: il ponte Aioi sul fiume Ota. Diciassette secondi dopo le 8.15, l’Enola Gay sganciò la bomba e Tibbets fece virare bruscamente l’aereo. Quarantatré secondi dopo la bomba raggiunse l’altezza prevista per l’esplosione: 580 metri sopra il livello del mare. Alle ore 8.16 minuti esatti il meccanismo di sparo si attivò e all’interno della bomba il proiettile di uranio sub-critico venne sparato contro l’altra massa di uranio in fondo alla bomba, innescando la reazione a catena. In circa un milionesimo di secondo la bomba raggiunse una temperatura di diversi milioni di gradi, superiore a quella che si trova all’interno del nucleo del sole. Dopo circa un decimo di secondo la bomba non c’era più e al suo posto nel cielo di Hiroshima si era formata una palla di fuoco con un diametro di quindici metri e una temperatura superficiale di circa 300 mila gradi.

Il video originale dell’esplosione della bomba

Il primo effetto della bomba fu una pioggia di radiazioni che cadde in un raggio di un paio di chilometri dal punto dell’esplosione. Essere colti all’aperto e a poche centinaia di metri dal punto dell’esplosione significava morire quasi istantaneamente, mentre fino a un paio di chilometri la dose di radiazioni era sufficiente a uccidere dopo qualche settimana di terribili sofferenze. Non furono in molti ad avere il tempo di essere uccisi in questo modo: dopo due decimi di secondo dall’esplosione la bomba emise un enorme ammontare di onde elettromagnetiche infrarosse. Era il famoso “flash”, che venne visto a decine di chilometri di distanza e consumò il 35 per cento di tutta l’energia dell’esplosione. A seicento metri il flash era tanto forte da incendiare qualunque cosa fosse combustibile. A un paio di chilometri di distanza era ancora abbastanza intenso da accecare e infliggere ustioni di terzo grado. Le superfici chiare riflettevano più luce di quelle scure e molti cittadini di Hiroshima subirono ustioni che seguivano le fantasie e i disegni dei loro vestiti. L’equipaggio dell’Enola Gay era stato dotato di speciali occhiali per evitare di rimanere accecato, ma Tibbets ricordò di essere stato sopraffatto dall’intensità del flash anche se ormai dava la schiena all’esplosione. La luce era così forte che la percepì persino nella bocca: «Sapeva di piombo», raccontò.

Nonostante l’effetto del flash, le fiamme libere non ebbero il tempo di svilupparsi perché circa un secondo dopo l’esplosione la palla di fuoco raggiunse la sua massima estensione: 300 metri di diametro. A quel punto la bomba generò una potentissima onda d’urto che assorbì il 50 per cento di tutta l’energia liberata dall’esplosione. In un raggio di seicento metri la pressione fu così intensa da sbriciolare gli edifici di acciaio e cemento. L’onda d’urto tanto temuta da Oppennheimer raggiunse l’Enola Gay circa due minuti dopo il lancio. Un membro dell’equipaggio che si trovava nella coda dell’aereo disse agli autori di “Enola Gay” che era come se «l’anello di un pianeta distante si fosse staccato e ora venisse verso di noi». Quando l’anello colpì l’aereo tutti sobbalzarono violentemente, ma l’Enola Gay resse il colpo e sei ore e mezza dopo atterrò di nuovo a Tinian.

Circa 70 mila persone vennero uccise all’istante o morirono nell’incendio che coinvolse la città per le 24 ore successive al bombardamento: questa almeno è la stima dei morti fatta dai primi soccorritori giapponesi ed è quella che è poi rimasta nei libri di storia. Il numero reale dei morti, probabilmente, non si conoscerà mai. Migliaia di persone continuarono a morire nelle settimane successive a causa delle ustioni o per le ferite riportate nello scoppio. Molte persone furono portate negli ospedali di tutto il Giappone e di loro, nelle statistiche, si perse traccia; lo stesso accadde a molti di coloro che nei giorni successivi morirono a causa dell’avvelenamento da radiazioni. Tibbets non ebbe mai sensi di colpa per essere stato l’autore materiale del bombardamento. In una delle sue ultime interviste, data al Guardian nel 2002, spiegò che il bombardamento aveva accorciato la guerra e quindi l’aveva resa meno cruenta: «Sapevo che stavamo facendo la cosa giusta perché è vero, avremmo ucciso un sacco di persone, ma per Dio, ne avremmo salvate molte di più».

È facile oggi giudicare il colonnello Tibbets come un uomo superficiale e insensibile, ma gli americani della sua generazione avevano una sensibilità morale molto diversa da quella che abbiamo oggi. Nell’agosto del 1945 gli aerei inglesi e americani avevano già ucciso centinaia di migliaia di civili bombardando con armi convenzionali le città di Germania e Giappone. Per chi non aveva ancora vissuto l’incubo della Guerra Fredda e della “mutua distruzione assicurata”, la bomba atomica era soltanto un ulteriore passo nella scala di distruzione che era già stata inflitta nel corso dei sei anni di precedenti di guerra. Un modo come un altro per accorciare la guerra e risparmiare al mondo ulteriori e forse peggiori sofferenze. La seriosa signora Enola Gay non ebbe mai occasione di raccontare cosa pensasse di Hiroshima, della bomba e di suo figlio. Ma quando sentì per la prima volta alla radio il nome dell’aereo che aveva volato su Hiroshima, raccontò il padre a Paul: «Avresti dovuto vedere come ridacchiava».

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