Un carroarmato giapponese AAV7 (Kyodo)
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  • sabato 1 agosto 2015

I titoli “clickbait” dei giornali cinesi

Per attirare lettori e commenti alcuni giornali online legati al governo cinese sfruttano i timori su una presunta imminente guerra col Giappone

Un carroarmato giapponese AAV7 (Kyodo)

Il magazine online Foreign Policy ha analizzato alcuni articoli pubblicati da popolari giornali online cinesi – alcuni dei quali legati al governo – che utilizzano e fomentano la remota possibilità di una guerra col Giappone per incrementare le loro visite. Un meccanismo familiare a chiunque abbia qualche dimestichezza con la stampa online, insomma, adattato a quello che per il pubblico cinese sarebbe evidentemente una “notizia choc”: la guerra col Giappone.

I rapporti fra Cina e Giappone sono storicamente molto complicati, tra guerre e rivendicazioni territoriali: sono tornati a essere nuovamente tesi – dopo un estemporaneo miglioramento alla fine del 2014 – per via di nuove accuse reciproche su alcune isole del mar Cinese Orientale. Le isole in questione sono chiamate Diaoyu dai cinesi e Senkaku dai giapponesi: sono controllate formalmente dal Giappone ma la Cina ne rivendica la sovranità. Inoltre molti cinesi, secondo Foreign Policy, sono rimasti turbati dalla recente approvazione della camera bassa del parlamento giapponese di una norma che permette l’impiego limitato di membri dell’esercito giapponese in conflitti in un paese straniero (cosa peraltro vietata dall’articolo 9 della Costituzione giapponese).

Secondo Foreign Policy i siti online cinesi sfruttano i timori legati a un possibile conflitto – e in generale la scarsa simpatia di cui gode il Giappone – per attirare traffico, grazie anche a un lavoro giornalistico piuttosto disonesto. Una delle strategie utilizzate dai giornalisti cinesi, per esempio, è enfatizzare notevolmente i titoli degli articoli. Il 27 giugno un piccolo sito statunitense chiamato National Interest ha pubblicato un articolo intitolato «Tre modi in cui può scoppiare una guerra fra Cina e Giappone». L’articolo – poi ripreso da diversi giornali cinesi – conteneva una chiosa che spiegava che l’intento del pezzo non era totalmente “serio”, e che in generale immaginare scenari e contesti può essere utile per prevenire una guerra futura. Il paragrafo finale è stato tagliato nella traduzione pubblicata dal Global Times – un giornale controllato dal governo – e l’articolo è stato semplicemente intitolato «Cina e Giappone potrebbero essere costretti a farsi la guerra». L’articolo ha prodotto più di 2.200 commenti, molti dei quali dal tono aggressivo nei confronti del Giappone.

Un’altra tattica utilizzata dai giornali cinesi è nascondere l’accuratezza e la qualità delle proprie fonti. Spiega Foreign Policy:

Il 29 giugno è apparso sui siti cinesi di news – grazie a un articolo originario del Global Times – un articolo intitolato: «Abe ammette di aver preparato una guerra: la nuova legge giapponese sulla sicurezza ha come obiettivo le isole del Mar Cinese orientale». L’articolo citava articoli pubblicati in Giappone secondo cui, durante un incontro informale assieme ad alcuni giornalisti, il primo ministro giapponese Shinzo Abe aveva «fatto dichiarazioni una più scioccante dell’altra, dopo aver finito di bere del vino rosso». Fra queste “dichiarazioni” ce n’era una secondo la quale il Giappone «intendeva sconfiggere la Cina nel Mare Cinese meridionale» con l’aiuto degli Stati Uniti.

Fra i 9.700 commenti generati dalla notizia sul sito di news Sohu, il più popolare – che aveva ottenuto 14mila “mi piace” – diceva: «La guerra fra Cina e Giappone è inevitabile. Siamo pronti?». Eppure nessun media giapponese ha ripreso quella notizia. L’articolo del Global Times che ha dato origine alla storia, inoltre, cita come uniche fonti il magazine Shukan Gendai e un sito chiamato LITERA. Il primo è un sito di gossip molto noto in Giappone, mentre il secondo è un sito semisconosciuto con una tendenza al pettegolezzo.

I media che pubblicano notizie negative sul Giappone sono gli stessi che ne diffondono alcune positive, come per esempio un’iniziativa pacifica fra studenti cinesi che studiano in Giappone. Il guaio, spiega Foreign Policy, è che «dato che la comunità online cinese è quello che è, notizie del genere attirano comunque commenti negativi: uno di questi, per esempio, dice che “più siamo amici dei giapponesi, e più diventiamo intimi con dei traditori”».

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