(Bryn Lennon/Getty Images)
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  • domenica 26 luglio 2015

Ma il “motorino” nel ciclismo esiste?

Se ne parla da anni, ci sono stati controlli anche in questo Tour de France ma nessuno è mai stato beccato col famigerato "doping meccanico" all'interno della bici

(Bryn Lennon/Getty Images)

Quando si parla di ciclismo su strada si parla spesso di doping, a causa di casi molto discussi di corridori famosi e vincenti che sono stati squalificati per avere assunto sostanze dopanti. Negli ultimi anni i controlli antidoping nel ciclismo professionistico sono diventati più frequenti e precisi e i casi di doping sono diminuiti. Da circa cinque anni siD parla però di un nuovo e diverso doping: il doping meccanico. Si pensa che alcuni ciclisti usino delle biciclette a motore le cui ruote in certi momenti possono girare da sole, senza che il corridore debba fare fatica. Si è tornati a parlare con insistenza del doping meccanico dopo che al termine della 18esima tappa del Tour de France – corsa il 23 luglio – sono state ispezionale le biciclette di sei corridori, tra cui Chris Froome, l’attuale maglia gialla.

In nessuna delle sei biciclette ispezionate è stato trovato un motore o qualche altro dispositivo che potesse portare un illecito aiuto al corridore. In realtà non è mai successo che venisse scoperto un corridore professionista usare una bicicletta con all’interno un motore. Il Guardian ha scritto che “i motori elettrici stanno al ciclismo così come il mostro di Loch Ness sta al mondo naturale“. Nonostante l’opinione del Guardian e l’assenza di prove certe sull’uso delle biciclette “truccate”, il mondo del ciclismo ha però preso molto seriamente il problema del doping meccanico.

Già da alcuni anni l’UCI – l’Unione Ciclistica Internazionale – effettua prima e dopo alcune corse dei controlli a campione sulle biciclette usate dei corridori. Anche i corridori sembrano convinti che biciclette del genere esistano e possano essere usate. Dopo i controlli del 23 luglio il Washington Post ha detto: «Sono felice che stiano facendo tutto questo. Probabilmente servono, considerando le voci che girano. Penso che la maggior parte dei sospetti siano sollevati sui social media, ma non sono sospetti infondati: la tecnologia esiste».

La tecnologia che si sospetta sia usata è l’evoluzione di quello che si chiama Vivax Assist, che è a sua volta l’evoluzione del Gruber Asssist, un prodotto che il sito Bike Radar descriveva già nel 2010 e che era anche in vendita per poco più di 2mila euro. Il Vivax Assist funziona più o meno come il motore di una bicicletta elettrica, solo che lo fa in maniera invisibile, occupando molto meno spazio: il piccolo motore a batteria può essere nascosto nella canna della bicicletta. Il motore pesa circa 2 chili e può essere azionato da un pulsante collocato sul manubrio, vicino alla leva dei freni. Il Vivax Assist può generare una potenza di quasi 200 watt: più che sufficiente a un corridore professionista per staccare, senza il minimo sforzo, tutti i suoi rivali. Il Washington Post scrive che un motore di quel tipo può permettere di raggiungere senza sforzo i 50 chilometri orari (e superarli, pedalando anche).

Uno dei primi esperti a mostrare e spiegare il funzionamento di un motore di quel tipo è stato Davide Cassani, ex ciclista, ex commentatore Rai e attuale commissario tecnico della nazionale italiana di ciclismo. In un video del 2011 – vista da quasi 300mila utenti – Cassani ha detto che quella bicicletta esiste dal 2004 e che l’ha ricevuta da un meccanico, che gli ha detto di sapere che alcuni ciclisti professionisti l’hanno usata in gara. «Vi potrei dire che se io corressi con questa bicicletta potrei vincere delle tappe al Giro d’Italia, nonostante abbia cinquant’anni», diceva Cassani in quel video.

Su YouTube esistono altri due video che, secondo alcuni, provano l’uso di biciclette truccate: uno riguarda il canadese Ryder Hesjedal, l’altro lo svizzero Fabian Cancellara. Nel primo video si vede Hesjedal cadere durante gli ultimi chilometri di una tappa della Vuelta di Spagna del 2014: secondo alcuni il fatto che dopo la sua caduta la ruota continui a girare è la prova dell’esistenza di un motore al suo interno. Le immagini non sono abbastanza chiare, ma è comunque probabile che la spiegazione sia molto più semplice: nei secondi dopo la caduta la ruota ha girato per inerzia. Il video che riguarda Cancellara è invece del 2010 e mostra delle improvvise accelerazioni del corridore: anche in questo caso non ci sono abbastanza elementi per dire con certezza se era Cancellara a essere particolarmente forte o se era la sua bicicletta a essere “dopata”.

È indubbio che esistano dei motori in miniatura che si possono nascondere nella canna di una bicicletta. È probabile che esistano motori modificati, ancora più piccoli di quelli conosciuti e in commercio. Ed è ipoteticamente possibile che un corridore li possa usare, senza essere scoperto. È però vero che, nonostante le molte voci,  gli indizi dell’uso in gara di biciclette truccate sono pochi, e mai completamente convincenti, e non esistono casi certi del loro utilizzo.

Se si scoprisse che un corridore ha usato una bicicletta modificata, quel corridore rischierebbe una sanzione da 20mila a 200mila euro e una sospensione di almeno 6 mesi, spiega VeloNews. Un altro motivo per cui il doping meccanico è poco probabile è che il rischio di essere scoperti è ormai diventato molto alto, soprattutto per i corridori più forti e più in vista. Se un corridore di basso o medio livello iniziasse a usare una bicicletta con un motore elettrico rischierebbe di diventare troppo forte troppo in fretta, attirando molte attenzioni su di sé. Sarebbe infatti difficile – e inutilmente rischioso – usare una bicicletta truccata senza usarla per vincere.

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