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  • martedì 14 luglio 2015

La prima salita al Cervino, 150 anni fa

La storia appassionante e terribile delle prime sette persone che raggiunsero insieme la vetta di una delle montagne più alte delle Alpi, di cui quattro morirono poco dopo

di Stefano Vizio – @stefanovizio
Un'incisione di Gustave Doré della prima salita del Cervino.

All’una e quaranta del pomeriggio del 14 luglio 1865, esattamente 150 anni fa, l’alpinista inglese Edward Whymper e la guida alpina francese Michel Croz raggiunsero la vetta del Cervino, una delle montagne più alte delle Alpi, e tra le più famose e belle del mondo. Whymper e Croz avevano guidato una spedizione composta da altri tre alpinisti: Douglas Hadow, Lord Francis Douglas e il reverendo Charles Hudson, più due guide svizzere, Peter Taugwalder padre e Peter Taugwalder figlio. Erano partiti il giorno prima dalla cittadina svizzera di Zermatt e avevano raggiunto la vetta scalando la Cresta dell’Hörnli. Nel giro di poche ore quattro dei sette membri della spedizione sarebbero morti, precipitando per oltre mille metri dopo una caduta fortuita di Hadow, il più giovane e inesperto del gruppo. Quella che era stata l’ultima grande impresa dell’epoca della conquista delle Alpi fu anche la prima grande tragedia dell’alpinismo.

La Grande Becca
Il Cervino – Matterhorn, in tedesco – è una montagna di 4478 metri al confine tra Valle d’Aosta e Svizzera: è la sesta vetta più alta delle Alpi, se non si contano i satelliti del massiccio del Monte Bianco e del Monte Rosa, ed è tra le montagne più riconoscibili e famose del mondo (esteticamente è praticamente perfetta: l’hanno ricostruita anche a Disneyland). Per molto tempo fu considerata impossibile da scalare, e gli abitanti dei paesi che la circondavano avevano inventato un gran numero di leggende spaventose sul suo conto. Nella cosiddetta “fase di conquista” dell’alpinismo, quella in cui l’obiettivo era raggiungere per primi una cima mai salita da nessuno, il Cervino fu lasciato per ultimo per via della sua difficoltà. Tra il 1786, data della prima ascensione al Monte Bianco, e il 1865, quando Whymper salì il Cervino, erano state raggiunte le vette di tutti i più importanti quattromila delle Alpi, dal Monte Rosa alle Grandes Jorasses. Ma in quei quasi ottant’anni era cambiata la natura della disciplina: se le prime spedizioni avevano soprattutto obiettivi scientifici, con la conquista del Cervino si affermò definitivamente l’alpinismo fine a se stesso, inteso come atto sportivo.

La Cresta dell'Hörnli, sul versante svizzero del Cervino. (Chris Wallberg/picture-alliance/dpa/AP Images)
La Cresta dell’Hörnli, sul versante svizzero del Cervino. (Chris Wallberg/picture-alliance/dpa/AP Images)

I primi tentativi di salita del Cervino di cui si ha conferma risalgono al 1857 ed ebbero come protagonista Jean-Antoine Carrel, un cacciatore italiano di Avouil, un paese vicino al comune di Valtournenche, proprio sotto il Cervino, che era chiamato dagli abitanti “Grande Becca”. Carrel era soprannominato Bersagliere perché aveva combattuto nelle Guerre d’Indipendenza, e tra gli anni Cinquanta e Sessanta dell’Ottocento, in quanto grande conoscitore delle valli attorno al Cervino, accompagnò i primi avventurieri presi dall’idea di scalare la montagna, tra la diffidenza e l’incredulità degli altri abitanti del luogo.

Fra il 1857 e il 1865 la salita al Cervino dal versante italiano, scalando la cosiddetta Cresta del Leone, fu tentata quindici volte, tutte senza successo. In quel periodo la maggioranza degli alpinisti era composta da ricchi borghesi europei, che si appassionavano alle Alpi e reclutavano guide locali – solitamente cacciatori e pastori del luogo – per farsi accompagnare in cima alle montagne. Tra questi c’era il londinese Edward Whymper, un incisore che si innamorò delle Alpi durante un viaggio in Savoia, e che a partire dal 1861 tentò diverse volte di raggiungere la vetta del Cervino. Nel 1862, durante una di queste spedizioni in cui era partito completamente solo, era caduto in un canalone ed era ritornato all’albergo coperto di sangue. Carrel e Whymper si conoscevano e si rispettavano, e avevano tentato più volte di scalare il Cervino insieme, sempre dal versante italiano – quello sud-ovest – e sempre senza successo.

Est
Nell’estate del 1865 Whymper era sulle Alpi: aveva solo 25 anni ma nei cinque anni precedenti aveva già collezionato una serie di ascensioni notevoli, e si era guadagnato la fama di bravissimo alpinista. Il suo compagno di scalate preferito era Michel Croz, la più brava e richiesta guida alpina di Chamonix: quell’anno iniziarono la stagione presto, perché Croz doveva lavorare con altri clienti a luglio. Il 24 giugno Whymper e Croz, insieme alle guide Christian Almer e Franz Biener, salirono per primi le Grandes Jorasses; il 29 giugno, un paio di giorni dopo che Croz aveva abbandonato il gruppo, conquistarono la cima dell’Aguille Verte: i due quattromila del massicio del Monte Bianco erano tra le ultime grandi montagne inviolate delle Alpi. Whymper però voleva assolutamente salire il Cervino e sempre a piedi, attraversando colli e ghiacciai, arrivò in Valtournenche, dove dovette congedare Almer e Biener, perché nonostante fossero guide esperte e coraggiose non credevano fosse possibile salire il Cervino. Whymper fu allora costretto a chiedere di salire con lui a Carrell, che però gli disse di essere impegnato nei giorni seguenti ad accompagnare dei clienti.

Il 10 luglio, mentre si trovava in albergo, Whymper scoprì che Carrell era in realtà partito con una spedizione italiana per cercare di scalare il Cervino: il tentativo era stato organizzato da Quintino Sella, allora ministro delle Finanze del Regno d’Italia e cofondatore del Club Alpino Italiano, che voleva che l’ultima vetta delle Alpi fosse conquistata dagli italiani, dopo che la montagna piemontese più famosa, il Monviso, era stata salita dall’inglese William Mathews nel 1861 (accompagnato, tra gli altri, da Michel Croz).

Whymper si arrabbiò moltissimo quando scoprì di essere stato raggirato, ma guardando con il cannocchiale il gruppo di Carrell e considerando il meteo non ottimale, capì che poteva ancora riuscire a conquistare per primo il Cervino: doveva però tentare la salita dal versante Est, quello svizzero, che aveva percorso solo una volta, qualche settimana prima, in uno dei tanti tentativi falliti. Partì quindi subito per andare a Zermatt e arrivato all’albergo Mont Rose, dove stava cercando una guida locale, incontrò Croz, che era stato abbandonato dal suo cliente che non si era sentito bene. Croz stava a sua volta per partire per una spedizione al Cervino, e Whymper si unì al gruppo: gli altri clienti erano tutti britannici e tra loro c’erano Lord Francis Douglas e il reverendo Charles Hudson, entrambi esperti alpinisti. Ad accompagnarli c’era poi anche la guida svizzera Peter Taugwalder con i suoi due figli. L’unico membro della spedizione di cui Whymper non si fidava era il diciannovenne Douglas Hadow, ma fu rassicurato dal reverendo Hudson, che garantì per lui.

Il 13 luglio gli otto partirono per salire la cresta dell’Hörnli, e nel pomeriggio raggiunsero quota 3350 metri, dove piantarono la tenda. Il giorno dopo uno dei figli di Taugwalder, che servivano da semplici portatori, lasciò il bivacco e tornò a valle, mentre gli altri sette partirono per il tratto finale della salita, quello più impegnativo. L’attrezzatura dell’epoca era composta da scarponi chiodati (i ramponi da ghiaccio non erano stati ancora inventati), corde di canapa, piccozze simili a delle accette e “alpenstock”, dei lunghi bastoni con una punta ferrata. Dopo qualche ora di salita poco difficile, gli alpinisti guidati da Croz arrivarono sotto una sporgenza rocciosa verticale, allora invalicabile. Deviarono sulla destra, spostandosi dalla cresta alla parete nord, e dopo un breve tratto impegnativo, tra roccia e ghiaccio, si riportarono sulla cresta, pochi metri sotto la vetta. Whymper e i suoi compagni temevano che la spedizione italiana, che ormai era partita da quattro giorni, fosse già arrivata in cima: Croz e Whymper si slegarono e corsero fino alla vetta, senza trovare né orme sulla neve né altre tracce: toccarono la punta del Cervino contemporaneamente. «Alle tredici e quaranta il mondo era ai nostri piedi. Hurrà!», scrisse Whymper nel suo resoconto della salita. Si affacciarono sul versante italiano e videro poche centinaia di metri più in basso gli alpinisti italiani: si misero a gridare e provocarono una piccola frana, per avvertire Carrell che li avevano battuti. Rimasero lassù circa un’ora – la spedizione di Carrell invece, delusa e amareggiata, tornò indietro a Valtournenche – durante la quale piantarono il bastone della tenda a cui appesero la giacca di Croz, e si prepararono a tornare a valle.

Delle luci lungo la via dei primi salitori del Cervino, illuminate il 9 luglio 2015. (Jean-Christophe Bott/Keystone via AP)
Delle luci lungo la via dei primi salitori del Cervino, accese il 9 luglio 2015. (Jean-Christophe Bott/Keystone via AP)

Scendere
In uno dei più bei film di montagna degli ultimi anni, La morte sospesa, che racconta di un incidente alpinistico accaduto nel 1985 sul Siula Grande, una vetta delle Ande, il protagonista Joe Simpson dice che «l’ottanta per cento degli incidenti avviene durante la discesa». Il gruppo di Whymper decise che il primo a scendere sarebbe stato l’esperto Croz, seguito da Hadow – quello che aveva incontrato più difficoltà in salita, e il più stanco – e poi da Hudson, da Douglas e da Taugwalder padre: a quei tempi ci si legava l’uno con l’altro – alla vita, non esistevano gli imbraghi – e si procedeva “in conserva”, tutti allo stesso passo.

Per il primo tratto della discesa Whymper e Taugwalder figlio si legarono tra di loro, staccati dagli altri, ma dopo poco tempo Douglas chiese che Whymper si legasse al vecchio Taugwlader, preoccupato che in caso di caduta non sarebbe riuscito a tenere gli altri. Il gruppo procedeva lentamente e Croz doveva continuamente sistemare i piedi a Hadow, esausto e insicuro, cercando di aiutarlo. Mancavano pochi metri all’uscita dal tratto più difficile, quando Croz si fermò, si girò ad aiutare Hadow a posizionarsi e si voltò nuovamente per riprendere la discesa. All’improvviso, senza avvisaglie, Hadow scivolò da fermo all’indietro, colpendo con i piedi Croz nella schiena. I due caddero in avanti, senza riuscire ad aggrapparsi alla roccia o alla piccozza, tirandosi dietro Hudson e Douglas. La visuale di Whymper e dei due Taugwalder era coperta da un roccione, ma quando sentirono le urla dei loro compagni si aggrapparono alle rocce: la corda tra Taugwalder padre e Douglas si tese fino a spezzarsi e i quattro precipitarono nel vuoto per oltre mille metri, schiantandosi contro le rocce e fermandosi solo nel ghiacciaio alla base della montagna.

Un'incisione di Gustave Doré del momento della caduta.Un’incisione di Gustave Doré del momento della caduta.

Dopo
Whymper e i due Taugwalder rimasero traumatizzati: ci volle loro mezz’ora per riprendere lucidità e ricominciare la discesa. I corpi di Croz, Hadow e Hudson furono recuperati nei giorni seguenti, mentre quello di Lord Douglas non fu mai ritrovato. La tragedia del Cervino attirò moltissime attenzioni in Europa e della storia si parlò sui giornali inglesi per molto tempo: la regina Vittoria considerò l’ipotesi di proibire l’alpinismo, mentre lo scrittore Charles Dickens disse che l’alpinismo era un’attività «più folle del gioco d’azzardo». Fu aperta un’inchiesta sull’incidente: Whymper e i due Taugwalder furono accusati di negligenza, e addirittura di aver tagliato la corda. Con il tempo si appurò che questa si spezzò perché era vecchia e logora, ed era stata portata come corda di riserva. Dopo l’incidente Whymper continuò con l’alpinismo, ma lasciò le Alpi per esplorare la Groenlandia e le Ande, dove fece salite notevoli, alcune delle quali con Carrell, con cui era rimasto amico nonostante la rivalità.

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