Matthew Dellavedova e Klay Thompson, nelle finali NBA. (AP Photo/Paul Sancya)
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  • giovedì 11 Giugno 2015

Chi è Matthew Dellavedova

La sorpresa delle prime tre partite delle finali playoff NBA tra Cleveland e Golden State è un giocatore australiano sgraziato e semi-sconosciuto, che sta facendo delle cose incredibili

di Adam Kilgore – Washington Post
Matthew Dellavedova e Klay Thompson, nelle finali NBA. (AP Photo/Paul Sancya)

C’è stato un momento in gara-2 della serie finale dei playoff NBA tra Cleveland Cavaliers e Golden State Warriors che ha mostrato come mai Matthew Dellavedova, playmaker di Cleveland, sia diventato uno dei giocatori più importanti e citati nelle tre partite di finale finora giocate. Lebron James, il giocatore più forte dei Cleveland Cavaliers e probabilmente di tutto il mondo, aveva la palla in mano: la partita era sull’87 pari e alla fine del quarto quarto mancavano pochi secondi. James, che solitamente si prende tutti i tiri finali della sua squadra – sia perché li segna, sia perché ne è il leader indiscusso – ha fatto una penetrazione in area andando verso canestro. Dellavedova, non certo uno dei giocatori più conosciuti o forti della NBA, si è portato fuori dall’area all’altezza del tiro libero, creandosi uno spazio per ricevere un eventuale passaggio da James e provare un tiro all’ultimo secondo. Le immagini di quell’azione mostrano Dellavedova, un australiano quasi trasandato, da solo fuori dall’area da tre che batte e agita le mani per ricevere la palla da LeBron James e provare il tiro più importante della partita. L’azione inizia al minuto 1.02: LeBron alla fine sbaglia il tiro, le due squadre sono andate ai supplementari e Cleveland ha poi vinto 95-93, pareggiando la serie con Golden State 1-1 (la prima partita era stata vinta da Golden State).

Matthew Dellavedova è australiano, è nato l’8 settembre 1990 e dal 2013 gioca nel ruolo di playmaker per i Cleveland Cavaliers. Durante la sua prima stagione da professionista ha giocato solo quattro partite come titolare. Quest’anno qualcuna di più – 13 – comunque molto poche rispetto alle 82 totali della stagione regolare. Con l’infortunio di Kyrie Irving, il playmaker titolare di Cleveland, Matthew Dellavedova è diventato uno dei punti di riferimento della squadra. Randy Bennett, l’allenatore della squadra del college St. Mary (California) dove giocava Dellavedova, lo ha descritto così: «Se quella è la giocata necessaria per vincere la partita, lui tirerà. Non ha paura. Ma allo stesso tempo non è uno che sta in campo per essere l’eroe della partita. Cerca solo di fare le giocate che servono alla sua squadra per vincere». Alcuni suoi atteggiamenti in campo dimostrano quello che ha raccontato di lui Bennet: per esempio Dellavedova ha l’abitudine di indicare con il braccio teso il compagno di squadra che gli ha permesso di segnare un canestro. La cosa inusuale è che lo fa praticamente sempre, anche quando il tiro se l’è costruito quasi da solo, senza meriti di altri.

Dellavedova ha dovuto attendere un po’ ma alla fine è riuscito a fare la giocata che ha permesso a Cleveland di vincere. A 10 secondi dalla fine del primo supplementare di gara-2 tra Cleveland e Golden State, Dellavedova ha preso un rimbalzo in attacco su tiro sbagliato di un suo compagno di squadra (azione non frequente per un playmaker). Ha subìto un fallo e ha tirato e segnato due tiri liberi, portando Cleveland da -1 a +1. Sull’azione successiva ha difeso su Stephen Curry, playmaker di Golden State e MVP della stagione regolare NBA, mettendogli pressione e facendogli sbagliare il canestro della possibile vittoria. In quella partita Dellavedova ha fatto giocate importantissime, marcando molto forte Curry e recuperando molti palloni.

Il fatto è che nessuno si aspettava che Dellavedova potesse diventare così protagonista in una serie finale della NBA. Prima dei playoff era un giocatore praticamente sconosciuto, una riserva non particolarmente importante con una media di 4,8 punti a partita. Dopo l’infortunio di Kyrie Irving, Dellavedova è diventato il centro dei dibattiti sportivi sulla NBA, sia per il suo stile di gioco sia per i risultati in campo. Solo la differenza di stile e di gioco tra Kyrie Irving e Matthew Dellavedova è notevole e significativa del “valore iniziale” dei due giocatori: se uno li prendesse singolarmente penserebbe che non giochino nello stesso ruolo, ma forse nemmeno lo stesso sport. Irving si muove con l’eleganza di un ballerino e tira a canestro con una freddezza assassina. È chiaro che si sforza anche lui: ma non si vede, e nemmeno si percepisce.

Dellavedova emana sforzo fisico come se fosse un cartone animato. Non è abbastanza bravo da dare il massimo senza che lo spettatore percepisca ogni muscolo. Per Kyrie Irving si può dire che è il basket che arriva da lui. Dellavedova invece è uno che bussa alla porta del basket per essere ammesso, e se non lo fanno entrare lancia un sasso contro una finestra: sembra il ragazzo che gioca a basket con gli amici di suo fratello maggiore. Fa delle cose che raramente vengono associate allo stile di un buon giocatore di basket: mentre è in palleggio porta il suo avversario molto lontano da canestro, per evitare che gli possa intercettare il passaggio a un compagno di squadra; a volte fa dei disperati passaggi a palombella verso un compagno che però non si trova in quella posizione. Solitamente entra nel palazzetto prima della partita con uno zainetto in spalla e una camicia di flanella noncurante di poter essere scambiato per un ragazzo al suo primo giorno di college, o per un giornalista sportivo.

Poi allo stesso tempo fa delle cose che contribuiscono a una vittoria della sua squadra in una finale dei playoff NBA: prende un rimbalzo dalle mani di Draymond Green, l’ala piccola di Golden State, recupera una palla persa lanciandosi letteralmente sul campo e fa canestro con uno dei suoi tiri/passaggi a palombella (in molte foto scattate dalle agenzie Dellavedova è per terra mentre cerca di recuperare la palla dal possesso dell’avversario).

Lo stile di gioco sgraziato e fisico di Dellavedova è per alcuni la dimostrazione di quanto lui tenga alla vittoria. Altri lo considerano un giocatore molto falloso e che gioca al limite delle regole. Durante le finali della Eastern Conference – ovvero le semifinali dei playoff che Cleveland ha giocato contro gli Atlanta Hawks – il suo buttarsi a terra per recuperare una palla persa ha causato l’infortunio di Kyle Korver e ha portato all’espulsione di Al Horford, che si era molto innervosito per il suo gioco fisico e gli aveva dato una gomitata.

Bennet, il suo allenatore del college, ha detto di non credere che Dellavedova sia un giocatore falloso: «è molto forte ed è un giocatore fisico, ma non l’ho mai visto usare i gomiti. Mai. Gioca con grande correttezza». La prima volta che Bennet ha visto giocare Dellavedova ne è rimasto molto colpito dall’intelligenza e dalla forza fisica e di volontà. Comunque non pensava che sarebbe riuscito ad arrivare in NBA, a causa delle sue carenze soprattutto in fase difensiva: in particolare, ha detto Bennet, era troppo lento sulla marcatura dei playmaker avversari. Nel corso degli anni di college Dellavedova ha imparato piano piano a difendere senza commettere falli ed è migliorato molto, trasformando la difesa nel suo punto di forza.

Nelle prime tre partite della serie finale dei playoff contro Golden State, la difesa di Dellavedova è stata eccezionale. Con Dellavedova in campo, Golden State è riuscita a segnare solo 92,8 punti per ogni 100 possessi. Con Dellavedova in panchina, Golden State ha segnato 109,7 punti ogni 100 possessi. La differenza si vede ancora di più su Stephen Curry, il fortissimo playmaker di Golden State che è stato marcato molto spesso da Dellavedova.

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Anche nella fase offensiva di gara 3 Dellavedova ha giocato molto bene. Ha segnato 20 punti e ha finito come terzo miglior realizzatore della partita, con anche 5 assist e 4 rimbalzi. Questa ottima prestazione sia in attacco che in difesa gli è costata un breve ricovero di una notte in ospedale per crampi e disidratazione.