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  • mercoledì 27 maggio 2015

Il terrorismo funziona?

La violenza deliberata sui civili facilita il raggiungimento degli obiettivi politici dei terroristi? No, dice un nuovo studio della Columbia University

Due veicoli danneggiati per l'esplosione di un'autobomba vicino all'aeroporto di Ferihegy, a Budapest, in Ungheria, il 23 dicembre 1991. (AP Photo/MTI/Sandor H. Szabo)

Negli ultimi due anni i principali giornali internazionali si sono occupati quasi tutti i giorni di terrorismo, dei suoi effetti diretti e degli strumenti che i governi hanno per riuscire a sconfiggerlo. Sulla stampa occidentale il “terrorismo” – legato soprattutto alle azioni dell’ISIS, di Boko Haram, di al Shabaab, dei talebani – è identificato per lo più come una minaccia diretta che riguarda gli Stati Uniti e l’Europa: in realtà il terrorismo è soprattutto un fenomeno localizzato, che si sviluppa all’interno di guerre civili e di scontri per il controllo del territorio. È stato così per le FARC in Colombia, per Sendero Luminoso in Perù e anche per i più recenti gruppi terroristici islamisti: Boko Haram combatte in Nigeria, l’ISIS ha come suo primo obiettivo la creazione di un Califfato Islamico, i talebani vogliono imporre le loro regole in Afghanistan e Pakistan e al Shabaab in Somalia e Kenya. Page Fortna, scienziata politica della prestigiosa Columbia University, ha studiato a fondo il terrorismo e ha provato a rispondere a una domanda chiave: al di là del giudizio morale, legale e politico sull’uso della violenza, il terrorismo funziona? Permette o facilita il raggiungimento degli obiettivi dei terroristi?

Per il suo studio – molto ambizioso – Fortna ha considerato 104 gruppi ribelli che hanno combattuto dopo il 1989, anno della caduta del Muro di Berlino: ha considerato “terroristi” quelli che hanno usato la violenza in maniera sistematica e indiscriminata contro i civili e che hanno mostrato di avere un obiettivo politico da raggiungere, e ha classificato come “non terroristi” gli altri. Fortna ha escluso dalla categoria dei terroristi quei gruppi che hanno ottenuto l’indipendenza dai loro paesi nell’era post-coloniale e che nel farlo hanno usato metodi tipici del terrorismo (come è successo con l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia). Fortna ha stabilito una scala di risultati che si possono verificare in una guerra tra uno stato e un gruppo terroristico: i terroristi possono perdere completamente, si può creare una situazione di stallo, si può negoziare una tregua tra le parti oppure a perdere può essere lo stato. Poi ha inserito gli obiettivi raggiunti da questi 104 gruppi ribelli in ciascuna di queste caselle, per valutarne i risultati.

I risultati ottenuti da Fortna sono sorprendenti, ha scritto l’Atlantic: i movimenti non terroristici hanno molte più probabilità di ottenere una vittoria definitiva rispetto a quelli terroristici, che invece tendono col tempo a disgregarsi o esaurirsi. Fortna ha scritto: «Dei gruppi esaminati fin qui, nessuno di quelli che ha deliberatamente ucciso un gran numero di civili tramite attacchi terroristici ha vinto la sua battaglia in maniera definitiva». Secondo Fortna «gli svantaggi che produce il terrorismo solitamente superano i vantaggi»: il terrorismo è infatti il sistema più rapido ed economico per infliggere dei danni all’avversario e un gruppo terroristico è anche molto difficile da eliminare, perché agisce in clandestinità ed è molto mobile. Tuttavia, nel lungo periodo, i gruppi terroristici difficilmente riescono a ottenere e mantenere il controllo di nuovi territori.

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Sull’efficacia del terrorismo si è dibattuto molto in passato. Altri studiosi prima di Fortna hanno mostrato come il terrorismo sia stato efficace nel raggiungere degli obiettivi parziali o tattici, per esempio un aumento della capacità di reclutamento, ma non abbia mai portato al raggiungimento di obiettivi strategici, come il controllo definitivo di un territorio rivendicato.

L’attenzione verso questo tipo di risultati è cresciuta molto nel corso dell’ultimo anno, soprattutto per le conquiste ottenute dall’ISIS in Siria e in Iraq. Da questo punto di vista l’ISIS si può considerare un caso particolare e unico. Come ha ribadito l’esperto di terrorismo Charles Lister in una recente intervista al sito Salon, l’ISIS è diverse cose insieme: è un gruppo terroristico transnazionale, ma si presenta anche come movimento nazionalista per i musulmani sunniti e ha avuto la capacità di creare uno stato, seppur con alcune debolezze mostrate in diverse occasioni dalla stampa occidentale. L’ISIS, tuttavia, non è ancora riuscito a raggiungere il suo obiettivo strategico ultimo, cioè la creazione di un Califfato per tutta la comunità islamica del mondo.

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