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  • sabato 23 Maggio 2015

La beatificazione del cardinale Óscar Romero

È stata celebrata oggi, è stata sbloccata di recente da Papa Francesco: Romero fu ucciso nel 1980 dai paramilitari al servizio del regime di El Salvador

Oggi a San Salvador è stato beatificato Óscar Romero, arcivescovo di San Salvador, 35 anni dopo il suo assassinio da parte dei paramilitari al servizio del regime di El Salvador (qui la versione lunga della storia). La messa di beatificazione è iniziata alle ora 18 a San Salvador, la capitale del piccolo stato centroamericano di El Salvador. Il suo processo di beatificazione è stato lento e complicato e la sua figura in questi anni è rimasta divisiva, anche all’interno della stessa Chiesa. Alcuni lo considerano un difensore della popolazione locale contro l’oppressione di una dittatura militare, mentre secondo altri fu un sacerdote che ha avuto troppo a che fare con la politica, arrivando ad appoggiare ideali marxisti e rivoluzionari. La stessa Chiesa cattolica è stata a lungo divisa su come interpretare il suo messaggio: soltanto nel corso dell’attuale pontificato di Papa Francesco la pratica di beatificazione è stata sbloccata dopo più di vent’anni.

Romero fu un personaggio turbolento fin da quando nel 1977 divenne arcivescovo di San Salvador. Ai tempi la Chiesa cattolica si era schierata quasi ovunque accanto alle élite economiche e ai regimi autoritari del continente sudamericano, come quello che aveva il potere in El Salvador. Romero invece fu un «campione dei poveri», come lo ha descritto il New York Times in un recente articolo. I suoi sermoni e i suoi discorsi venivano registrati ed ascoltati non solo in El Salvador, ma in tutto il Sud America. Romero continuò a criticare il regime e la violenza che aveva colpito il paese nonostante fosse accusato di essere un comunista, e non si fermò nemmeno quando i paramilitari al servizio del regime cominciarono a minacciarlo direttamente. Il 24 marzo del 1980 Romero fu ucciso mentre recitava la messa nella cappella di un ospedale di San Salvador. Fu il primo vescovo ad essere ucciso in una chiesa dai tempi di Thomas Beckett, assassinato a Canterbury nel 1170.

Le accuse che all’epoca vennero usate per giustificare il suo assassinio sono le stesse che ne ha reso così complicato il suo processo di beatificazione. Romero fu accusato di essere un membro della Teologia della Liberazione, un movimento nato in Sud America in seguito al Concilio Vaticano II e apertamente criticato da Giovanni Paolo II. Nella sua versione più estrema, la Teologia della Liberazione predicava la rivoluzione sociale e il rovesciamento delle classi più ricche. Alcuni membri del gruppo dissero che Karl Marx, l’autore del “Capitale” e del “Manifesto del Partito Comunista”, avrebbe dovuto essere per la chiesa moderna quello che Aristotele era stato per la chiesa medioevale, e quindi una specie di “modello”. Molti di questi sacerdoti si impegnarono non soltanto in politica, ma affiancarono i movimenti di guerriglia che combattevano i regimi autoritari e militari in tutto il continente.

Romero non fu mai un vero e proprio esponente della Teologia della Liberazione e anzi, quando divenne Arcivescovo, le sue posizioni erano considerate piuttosto conservatrici (la stessa cosa che si diceva dello stesso Papa Francesco, quando divenne arcivescovo di Buenos Aires). Nel 1977 il regime fece assassinare Rutilio Grande, un sacerdote gesuita e amico personale di Romero. Da allora l’arcivescovo iniziò ad accusare con crescente durezza il regime, ma senza arrivare mai agli eccessi di alcuni teologi della liberazione, criticò comunque le ineguaglianze sociali del suo paese. Almeno metà dei vescovi salvadoregni erano apertamente ostili alle sue predicazioni e favorevoli al regime, oltre che risentiti dal divieto di entrare a far parte del governo che Romero gli aveva imposto. Nel 1979 Giovanni Paolo II lo ricevette a Roma e, seppur indirettamente, criticò il suo operato, dicendogli che il problema più grande che il suo paese doveva affrontare era l’unità del suo episcopato.

Come ha scritto sul New Yorker Carlos Dada, il direttore del giornale online salvadoregno El Faro, Giovanni Paolo II si sbagliava: «Il problema più grande di El Salvador non era l’unità dei suoi vescovi, ma fermare la brutale repressione dei militari e impedire una guerra civile». Nessuno di questi obbiettivi venne raggiunto. Nel 1980 Romero fu ucciso e per i successivi 12 anni il paese fu coinvolto in una sanguinosa guerra civile. Anni dopo, Giovanni Paolo II cercò di rimediare parzialmente al suo errore. Nel 1983 visitò El Salvador e pregò sulla tomba di Romero, nonostante l’opposizione del governo e di gran parte della chiesa locale, e lo proclamò Servo di Dio, primo passo nel processo di beatificazione che cominciò nel 1990.

Per più di vent’anni il processo rimase bloccato, a causa soprattutto dell’azione del clero conservatore di El Salvador e del resto del Sud America. Centinaia di lettere e petizioni contro la sua beatificazione furono inviate a Roma durante la vita e dopo la morte di Romero. L’Arcivescovo venne accusato ancora una volta di essere una figura politica, un marxista e un aderente della Teologia della Liberazione. La sua beatificazione, sostenevano i suoi accusatori, avrebbe rappresentato la riabilitazione di una dottrina che era già stata condannata dalla chiesa.

L’elezione di Papa Francesco ha cambiato la situazione. Nel 2013, Francesco dichiarò di aver “sbloccato” il processo di beatificazione, ammettendo implicitamente che fino a quel momento le pratiche erano state ostacolate. Completando il suo processo di beatificazione, la Chiesa vuole mandare il messaggio che la sua battaglia contro il regime fu fatta in nome dei valori cristiani e non quelli di una teoria politica.