Il pezzo della riforma della scuola di cui non si parla

È quello sugli insegnanti di sostegno, che invece rischia di complicare le cose e il futuro di un sacco di ragazzi e famiglie

(Lapresse)

Adriano Sofri ha raccontato su Repubblica un pezzo poco conosciuto della riforma scolastica del governo di Matteo Renzi, soprannominata “La Buona Scuola” e approvata ieri dalla Camera (ora passerà al Senato). Sofri scrive che all’articolo 21 la riforma prevede che il governo assuma una “delega” per riformare l’istituto degli insegnanti di sostegno, quelli che cioè si occupano specificamente di alunni con difficoltà di varia natura. Secondo Sofri, il governo proverà a separare più nettamente le carriere degli insegnanti “di ruolo” da quelli di sostengo, e fare specializzare questi ultimi a trattare con studenti affetti da particolari malattie o condizioni. In questo modo, secondo alcuni, l’insegnante di sostegno diventerebbe però una specie di balia dai compiti para-sanitari: cosa che creerebbe maggiori difficoltà nell’inserimento degli alunni interessati dal sostegno nelle attività regolari della classe e della scuola, contribuendo alla loro esclusione.

Nell’espressione “insegnante di sostegno”, c’è un’involontaria minorità, come di qualcuno che stia di rincalzo, aspettando di esser chiamato all’occorrenza al fianco di ragazzi a loro volta certificati da una minorità.

Al contrario — sorpresa — l’insegnante di sostegno è un insegnante che ha una specializzazione in più, grazie alla quale può scegliere se insegnare la propria materia o fare l’insegnante di sostegno. L’altra sorpresa è che la normativa italiana sull’integrazione scolastica dei ragazzi con disabilità è ammirata e studiata da esperti di tutto il mondo. Le sorprese finiscono qui. Ora, la “Buona Scuola” prevede per il sostegno una delega (art.21) per una riforma che si vuole epocale affidata a decreti governativi entro i prossimi 18 mesi. Nel questionario preliminare alla BS della riforma del sostegno non si faceva parola. C’è però una proposta di legge firmata con altri dal sottosegretario Faraone e sostenuta da alcune associazioni.

Essa vuole offrire agli insegnanti delle materie, oberati da classi sovraffollate e burocrazia, più formazione sulle disabilità, com’è giusto, perché non deleghino troppo al sostegno. Tuttavia la loro riforma preoccupa molti genitori, insegnanti e pedagogisti, perché mira a separare gli insegnanti di sostegno da quelli delle materie. Faraone ritiene che il sostegno venga spesso usato come una scorciatoia per entrare in ruolo e poi passare alla propria materia: dunque andrebbero forzati fin dall’inizio a una scelta irreversibile. Viene da obiettare che un insegnante che abbia lavorato sul sostegno e passi alla sua materia, si rivelerà comunque un insegnante migliore. E se l’insegnante di sostegno scopre di non farcela, di mancare di idee e stimoli, è meglio che possa cambiare, passando alla sua materia, piuttosto che restare nel sostegno per obbligo normativo.

In realtà già oggi il passaggio si può fare solo dopo 5 anni di ruolo nel sostegno. Piuttosto, le ragioni per cui i ragazzi cambiano spesso l’insegnante di sostegno sono i ritardi burocratici, la precarietà e i tagli: l’organico di sostegno è inadeguato, e quando, a stagione avanzata, arrivano dei precari (che non vuol dire affatto meno capaci) estratti dal fondo della graduatoria, l’anno dopo non riusciranno a tornare.

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