Un paese, due economie

L'ultima impietosa analisi dell'Economist sull'Italia racconta le differenze tra Nord e Sud, che sono ancora tutte da risolvere e si stanno allargando

L'Italia fotografata dall'orbita terrestre, di notte (NASA.gov)

Nei primi tre mesi del 2015 il prodotto interno lordo (PIL) dell’Italia è cresciuto dello 0,3 per cento rispetto al trimestre precedente, e secondo le previsioni più ottimistiche dovrebbe crescere dello 0,7 per cento entro la fine dell’anno. È una notizia positiva per l’Italia, che negli ultimi 12 anni ha attraversato una lunghissima crisi che ha richiesto sacrifici, tagli e riforme incisive e controverse.

In un articolo pubblicato la settimana scorsa la rivista britannica Economist dice che le cause della crescita italiana sono tante: innanzitutto l’immissione di denaro nell’economia da parte della Banca Centrale Europea (“quantitative easing”), il prezzo del petrolio molto basso, l’euro debole che favorisce le esportazioni e l’inizio degli effetti delle riforme del governo Renzi. L’Economist ricorda che però i problemi per l’Italia dal punto di vista economico sono ancora molti e che molto dipende dalle differenze tra Nord e Sud, che di fatto costituiscono “due economie” in un solo paese.

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Durante la crisi l’economia del Sud si è ridotta a una velocità doppia rispetto a quella del Nord: tra il 2008 e il 2013, si è ridotta del 13 per cento contro il 7 per cento. Il Mezzogiorno ha subìto una marcata contrazione negli ultimi sette anni. Unicredit, la più grande banca italiana, prevede che le cose continueranno a essere così anche quest’anno. L’economia italiana è più debole e al tempo stesso più forte di quanto non appaia, ma a seconda della parte di paese che si prende in considerazione.

L’Economist ricorda che tra il 2007 e il 2014 il 70 per cento dei 943mila disoccupati si trovava nelle regioni del Sud. Il livello di occupazione nelle regioni meridionali italiane è il più basso rispetto a qualsiasi altro paese dell’Unione Europea: 40 per cento; al Nord il livello è del 64 per cento. A livello nazionale l’occupazione femminile è al 50 per cento, nel Sud è al 33 per cento. E parlando di tasso di disoccupazione: lo scorso anno era al 21,7 per cento al Sud, mentre a livello nazionale era al 13,6 per cento. Addirittura tra il 2001 e il 2013 l’economia del Nord è cresciuta del 2 per cento; ma nel frattempo quella del Sud si è contratta del 7 per cento.

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In cerca di maggiori opportunità e soprattutto di un lavoro, centinaia di migliaia di persone negli ultimi anni si sono spostate dal Sud verso il Nord. Si stima che tra il 2001 e il 2013 più di 700mila persone si siano trasferite nelle regioni italiane settentrionali: il 70 per cento aveva un’età tra i 15 e i 34 anni, circa un quarto aveva una laurea. Secondo l’ISTAT nei prossimi 50 anni il flusso migratorio dal Sud verso il Nord e l’estero potrebbe interessare in tutto 4,2 milioni di persone.

Nell’articolo si ricorda che oltre ai problemi economici rilevati dalla statistica ce ne sono altri che riguardano il nostro paese, altrettanto gravi e tra le cause della mancata crescita:

Buona parte dell’Italia ha un problema in termini di mancanza di infrastrutture digitali, ma in questo il Sud è particolarmente arretrato. E lo stesso vale per i processi civili e la burocrazia, che sono di solito molto più lenti al Sud. La corruzione è diffusa al Nord, ma è molto più presente al Sud, anche se per somme di denaro più basse. E proprio questa caratteristica la rende ancora più difficile da sconfiggere.

Le esportazioni annuali dell’Italia ammontano a 400 miliardi di euro, ma questa quota interessa solo per il 10 per cento il Sud, dove tra l’altro l’export si è ridotto del 4,7 per cento rispetto all’anno scorso, a fronte di una crescita del 2,9 per cento delle esportazioni al Nord. Ottenere credito al Sud è inoltre più difficile e di conseguenza ci sono meno investimenti, con ricadute negative sulle economie locali.

Fino a quando le differenze tra Nord e Sud – di cui in Italia si parla praticamente dai tempi dell’unificazione nella seconda metà dell’Ottocento – continueranno a essere marcate il nostro paese avrà molte più difficoltà a tornare a crescere a ritmi comparabili a quelli delle altri grandi economie europee, spiega l’Economist. Ma ridurre il divario non è semplice e non sembrano esserci piani concreti e la giusta attenzione da parte degli ambienti politici e imprenditoriali per ripensare il problema, prima di provare a risolverlo.

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