Non scrivere di me

La giornalista Livia Manera Sambuy racconta in un libro i suoi incontri con scrittori americani: in questo estratto, quello con David Foster Wallace in un McDonald's

Feltrinelli ha pubblicato il libro Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy, giornalista che scrive di letteratura anglo-americana per il Corriere della Sera ed è autrice di due documentari su Philip Roth. Nel libro l’autrice racconta i suoi incontri con scrittori nord americani, fra i quali Philip Roth, Richard Ford, Paula Fox e James Purdy, e il suo rapporto con alcuni dei libri scritti da loro.

Il libro verrà presentato a Milano alla Galleria Antonia Jannone il 6 maggio.

In questo estratto, la prima parte del capitolo sull’incontro fra Livia Manera e David Foster Wallace.

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Ho incontrato scrittori in tanti posti: luoghi accoglienti come casa loro o casa mia, freddi come gli uffici dei loro agenti, banali come caffè e ristoranti, e bizzarri come – per un’intervista a un autore indiano particolarmente impegnato – un treno che lo stava portando da Salisburgo a Monaco. Ma nessuno mi aveva mai chiesto di trovarci in un McDonald’s. E non un fast food qualunque in una città qualunque: un desolatissimo McDonald’s nella stazione di servizio di un’autostrada, due ore a sud-ovest di Chicago.

Ci voleva uno scrittore torturato come David Foster Wallace per scegliere un luogo tanto ostile. Credo che fosse il suo modo di dirmi: va bene, visto che insiste tanto accetto di incontrarla, ma guardi che lo faccio a malincuore, e non si aspetti niente di piacevole, dovrà accontentarsi di un cartoccio di patatine unte e di una generosa boccata di gas di scarico. Era il luglio del 1999, Foster Wallace aveva trentasette anni e aveva appena pubblicato negli Stati Uniti la raccolta di racconti Brevi interviste con uomini schifosi: quindi, sei anni dopo la clamorosa uscita del suo romanzo fiume Infinite Jest, e nove anni prima che Wallace si suicidasse nella sua casa di Claremont, in California.
A due giorni dall’incontro non avevo ancora trovato un mezzo per raggiungere l’area di servizio nella sterminata pianura dell’Illinois dove Wallace mi aveva dato appuntamento alle sette di sera. Mi trovavo a Chicago grazie a una fellowship dello United States Information Service che mi aveva permesso di viaggiare per un mese e mezzo incontrando persone e organizzazioni che avrebbero completato la mia conoscenza della società americana: un regalo generoso e inatteso che mi aveva portato a Seattle, Atlanta, Anchorage, Washington e ora Chicago, ad affrontare una media di cinque appuntamenti al giorno tra uffici governativi, associazioni di volontariato, organizzazioni non governative e riserve indiane, dove mi aspettavano sindaci, funzionari, attivisti di vario genere, bianchi, neri, inuit e indiani di diverse tribù. Partivo la mattina con la mappa della città davanti agli occhi e arrivavo a sera stremata. Ma mai abbastanza stanca da rinunciare a infilarmi in qualche ristorante affollato a mangiare un boccone, guardandomi intorno per cercare di capire che aria tirasse in quel momento. Ricordo che a Washington avevo scoperto davanti al mio albergo un ristorante frequentato dai lobbisti, dove lo scandalo Lewinsky era ancora l’argomento del giorno. Il ristorante si chiamava The Palm e aveva una forte personalità, con dozzine di coloratissime caricature di politici e uomini e donne d’affari alle pareti, e mobili di noce scuro con tovaglie bianche. Mi piaceva sedermi al banco del bar e fare due chiacchiere con i miei vicini, come la bionda quarantenne in tailleur nero che una sera aveva attaccato bottone cercando di convincermi di quanto spregevole fosse Hillary Clinton, che non aveva chiesto la testa di quel bastardo di Bill su un piatto d’argento. Guardavo il barman in giacca bianca agitare il suo shaker luccicante e servire decine di Martini a signori vestiti di grigio con le guance rubizze, ascoltavo opinioni che non condividevo e mi divertivo.

Tra gli appuntamenti che l’Usis mi aveva organizzato a Chicago ce n’era uno con un’organizzazione non profit che impiegava giovani sotto copertura per investigare casi di corruzione e inefficienza nel governo. L’organizzazione si chiamava Better Government Association e occupava un ufficio relativamente modesto, dove a ricevermi avevo trovato un signore di mezza età in jeans e scarpe da ginnastica su una sedia a rotelle, e accanto a lui un assistente, un ragazzo in giacca e cravatta con l’aria timida del neolaureato che cerca di darsi un aspetto professionale. Il più vecchio si chiamava Bob e il più giovane Dan.

Facevano un lavoro straordinario, quei due. Indagini lunghe e complesse, spesso anche pericolose, che una volta terminate consegnavano gratuitamente alla stampa perché le pubblicasse additando alla giustizia corruttori e malversatori. Per un paio d’ore mi avevano raccontato gli ultimi casi che avevano seguito, poi, visto che si era fatta l’ora di colazione, si erano offerti di ordinare un sandwich da fuori anche per me. A quel punto ci eravamo messi a parlare d’altro e la conversazione era diventata più informale. “Per caso sapete dirmi come potrei arrivare al chilometro 225 della statale N.55, dopodomani, senza spendere una fortuna?” avevo chiesto. Affittare un’automobile era fuori questione, all’epoca non guidavo. Mi avevano guardato un po’ sorpresi. Perché mai dovevo andare in un posto simile? “Devo incontrare uno scrittore che vuole vedermi lì, pare ci sia un’area di servizio,” avevo spiegato. E quando mi avevano chiesto chi fosse questo bizzarro scrittore, avevo risposto che si chiamava David Foster Wallace, e forse lo conoscevano come l’autore di La scopa del sistema, La ragazza con i capelli strani e Infinite Jest, tre libri di narrativa che sembravano molto lontani dal loro universo, ma di cui negli ultimi anni si era parlato parecchio. Bob era rimasto indifferente. Dan invece aveva reagito come a una scossa elettrica. “Ce la porto io con la mia macchina!” aveva detto, e quasi quasi si era messo a implorarmi di dirgli di sì. “Ma sono due ore di viaggio all’andata e due al ritorno,” gli avevo fatto notare. “Posso prendere il pomeriggio libero,” aveva insistito. Per carità: non chiedevo di meglio. E tuttavia non capivo se questo bravo ragazzo con l’aria da secchione fosse vittima di un fenomeno da celebrity culture, o se a spingerlo a offrirsi volontario fosse proprio l’amore per la letteratura. “Foster Wallace è il mio scrittore preferito, è il mio idolo,” aveva aggiunto con lo sguardo emozionato, senza sciogliere il mio dubbio.

Non era stato facile far accettare a Foster Wallace la presenza di un terzo estraneo all’intervista. Sembrava che questo scrittore timidissimo vedesse secondi fini e minacce ovunque. Ogni minimo cambiamento di programma aveva il potere di renderlo inquieto e metterlo in fuga. Ma, alla fine, con la mediazione della sua agente ero riuscita a convincerlo che senza un autista non sarei mai potuta arrivare a quell’area di servizio, e che quell’autista era un suo lettore appassionato, e non potevamo certo lasciarlo ad aspettare nel parcheggio. Così, il pomeriggio dell’appuntamento Dan era venuto a prendermi al mio albergo – stavolta in jeans e maglietta – e ci eravamo messi in viaggio.

Lungo il rettilineo piatto e triste dell’autostrada, tra centinaia di Tir e in una scia di gas che riusciva a scolorire anche il rosso del sole al tramonto, Dan mi aveva raccontato di avere scoperto Foster Wallace all’epoca di Infinite Jest, quel romanzo debordante di energia che malgrado la sua aggressiva prolissità – 1079 pagine – era diventato un cult tra i giovani americani e si stava diffondendo nel resto del mondo. Da come Dan me ne parlava, era chiaro che l’esuberanza visionaria di quel libro su un’America ossessionata dall’intrattenimento, un’America in cui un film ipnotico diventava una potenziale arma terroristica capace di uccidere la gente di piacere, lo aveva entusiasmato tanto da mettere in moto un meccanismo di identificazione culturale che era quasi una febbre. Sapevo già che quel giovane scrittore che sembrava destinato a un ristretto pubblico di intellettuali era diventato un fenomeno popolare, uno per cui la gente si metteva in coda davanti alle librerie. Ma questo non mi impediva di stupirmi di fronte al fatto che le acrobazie postmoderne di Infinite Jest avevano avuto il potere di azzerare la distanza culturale tra un nerd come Dan e un tipo straripante di disordine, intelligenza e autodistruttività come Foster Wallace – uno che diceva di portare una bandana intorno alla testa per paura che gli esplodesse.

Mentre Dan guidava concentrato tra automobili e camion che procedevano alla stessa velocità come giocattoli telecomandati, avevamo parlato dei racconti di La ragazza con i capelli strani. Il primo era talmente disturbante e perverso da avere messo a disagio sia lui che me con la storia di un ragazzo privilegiato che si associa a un gruppo di punk e si diverte a fare giochetti sadici come bruciare le persone o gli animali. Io avevo detto a Dan che tra i racconti di quella raccolta avevo preferito Lyndon, forse per l’intensità con cui Wallace era riuscito a descrivere un Lyndon Johnson volgare e pieno di energia che si trova a gestire il ciclone della morte di Kennedy governando l’America sotto shock con l’aiuto di un ragazzo gay cacciato da Yale in seguito a uno scandalo. Che questo ragazzo e il suo amante nero, alla fine del racconto, si ammalassero di Aids vent’anni prima che la piaga dell’Aids esplodesse tra gli omosessuali a New York, era uno dei modi di Foster Wallace di dire: sono uno scrittore d’avanguardia, e il mio compito è abbattere le convenzioni e le barriere della narrativa per ricostruirla alla mia maniera. Questa maniera rompeva la membrana della sintassi convenzionale per utilizzare acronimi, abbreviazioni, sms, allusioni alla televisione, ai film, ai fumetti, e una prosa discontinua fatta di continue aggiunte, sottrazioni, digressioni e note a margine, che invece di scoraggiare i lettori aveva fatto breccia in centinaia di migliaia di giovani come Dan, che si riconoscevano in quel linguaggio.

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