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  • venerdì 1 Maggio 2015

Milan-Liverpool, dieci anni dopo

Davide Coppo ha riguardato una delle finali più incredibili e indimenticabili della storia della Champions League, la più traumatica per i tifosi del Milan

Davide Coppo, giornalista di Studio e tifoso del Milan, ha scritto per Undici un articolo per i dieci anni della finale dell’edizione 2004-2005 di Champions League, giocata il 25 maggio 2005 fra Milan e Liverpool. La partita è ricordata ancora oggi perché il Milan si fece rimontare tre gol di vantaggio nel giro di pochi minuti e poi perse la partita ai rigori; il Milan era considerata la squadra più forte in Europa dell’epoca e la favorita per la vittoria finale. Coppo ha riguardato la partita a quasi dieci anni di distanza: nonostante abbia ammesso di essersi recentemente allontanato «dal tifo e e dal concetto di tifo», ha detto di aver provato nostalgia «per quando eravamo là. Perdevamo, ma c’eravamo». Il Milan al momento è nono in classifica e quest’anno non ha giocato né la Champions League né l’Europa League (e probabilmente non lo farà nemmeno l’anno prossimo).

La partita del 2005 la guardai in piazza Duomo a Milano, con degli amici e delle amiche più grandi di me che conoscevo da pochi mesi. Alcuni li frequento ancora, molti sono spariti, so cosa facciano a causa di Facebook, spesso sono lavori che non mi affascinano e non farei mai. Quel giorno eravamo in piazza Duomo e in molti avevamo una maglietta gialla, era la maglietta di un piccolo gruppo della Curva Sud del Milan che i miei nuovi amici avevano creato. Avevamo panini e birre e vent’anni quasi tutti. Non ricordo molto altro di quella sera se non che dopo l’ultimo rigore decisivo ero seduto su un marciapiede e la piazza era sporca di bottiglie di vetro e di plastica, carte, rifiuti vari, uno scenario desolante tipico delle grandi manifestazioni che finiscono, uno scenario triste anche nelle occasioni più felici, con i piccoli mezzi della nettezza urbana che sgommavano e bagnavano la piazza per raccogliere i rifiuti. Stavo piangendo un po’, e qualcuno mi ha detto «dai, andiamo». Non ricordo dove siamo andati. Un’altra cosa che ricordo è l’inizio del secondo tempo. Ci eravamo divisi: qualcuno era andato a comprare delle birre dal venditore napoletano con un carrello pieno di ghiaccio e un ombrellone della Coca Cola, altri erano andati a pisciare e ora non riesco a immaginarmi dove, forse nelle vie tra via Orefici e via Mercato, forse dietro piazza della Scala, in ogni caso era una bella camminata. Quando siamo tornati tutti insieme e l’arbitro spagnolo stava per fischiare l’inizio del secondo tempo qualcuno ha detto: «Rimettiamoci come prima, sennò porta sfiga», e abbiamo riordinato i nostri posti come nei primi quarantacinque minuti. Il Milan era in vantaggio 3-0.

Riguardare Liverpool-Milan del 25 maggio 2005 a dieci anni di distanza, nell’open space di una redazione silenziosa, con le cuffie sulle orecchie e lo schermo di un iMac da 27 pollici, è un’esperienza completamente diversa da quella originale. Ho deciso di riguardare la partita per tre motivi: perché sono passati dieci anni, e volevo riprovare quelle emozioni o capire in che modo le avrei riprovate; perché non l’avevo più rivista, e di quello che è accaduto su quel campo, calcisticamente parlando, ricordavo ormai poco; perché, parlando di Milan, ero curioso di rivedere quella squadra, cioè la più forte rosa rossonera degli ultimi quindici anni.

All’inizio, le telecamere inquadrano i giocatori che escono dal tunnel degli spogliatoi. Lo stadio Atatürk è pieno, i cognomi che si leggono sulle maglie bianche del Milan sono quelli di Seedorf, Kaká, Nesta, Stam, Pirlo. Il telecronista inglese della partita che ho trovato online dice: «This is where every player of the world wants to be tonight». I giocatori in fila ascoltano l’inno della Champions League. Nelson Dida ha gli occhi chiusi. I capitani Gerrard e Maldini si scambiano i gagliardetti e stringono le mani dell’arbitro e dei guardalinee. Quando devono stringersela a vicenda non si guardano nemmeno negli occhi, immagino sia una specie di reazione psicologica per non far credere all’avversario di essere emozionati. Shevchenko va da Gattuso e lo abbraccia, sembra dirgli «dai, coraggio». L’ultima immagine prima del fischio d’inizio è quella dei giocatori del Liverpool che si abbracciano in cerchio ad ascoltare il discorso di Gerrard, il capitano.

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foto: FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images