Le bufale su Wikipedia

Una pagina su un inesistente dio aborigeno è rimasta online per nove anni, diventando la bufala più longeva dell'enciclopedia: come evitare che succedano cose del genere?

di Caitlin Dewey – Washington Post

Jar’Edo Wens è un’entità divina venerata dagli aborigeni australiani: è il dio della “potenza fisica” e della “conoscenza terrena”. Il suo nome è comparso sui libri ed è stato scolpito sulle rocce. Il guaio è che il mese scorso la sua esistenza è stata infine smentita. Non esiste una divinità che si chiami Jar’Edo Wens, nel pantheon divino aborigeno australiano. Jar’Edo Wens è stato invece il frutto di uno scherzo: una bufala pubblicata su Wikipedia nove anni fa da un anonimo utente australiano. Durante il tempo trascorso fra la pubblicazione della voce e la scoperta della bufala da parte dei redattori di Wikipedia, il nome di Jar’Edo Wens è circolato altrove su Internet. Il fatto notevole è che Jar’Edo Wens ha battuto ogni record di longevità di una bufala su Wikipedia: è rimasto online nove anni, nove mesi e tre giorni.

Chiedete a qualsiasi impallinato di Wikipedia e vi dirà che le bufale e le notizie false sono una conseguenza fisiologica del progetto: fin dal primo giorno in cui andò online nel 2001, vandali e gente interessata a far circolare cose false hanno dato il proprio meglio per fare danni. Ma negli scorsi anni il numero di bufale presenti su Wikipedia è sembrato aumentare: oppure sono le stesse bufale a essere diventate più visibili. Gli autori delle voci di Wikipedia hanno scoperto 33 voci false o parzialmente false a partire da gennaio del 2015, incluse alcune riguardo inesistenti gruppi musicali o partiti politici. Fra le 16 più notevoli bufale mai scoperte su Wikipedia, 15 sono state trovate negli scorsi sei mesi. Non ci sono calcoli adeguati, ovviamente, riguardo quante bufale circolino ancora indisturbate su Wikipedia.

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(Il numero di bufale rimaste online per più di un anno a partire dal 2005)

Per capire come si diffondono questo tipo di voci, bisogna innanzitutto capire come funziona Wikipedia. Chiunque può modificare una delle milioni di voci esistenti: più di 130mila persone, per esempio, lo hanno fatto solamente negli scorsi 30 giorni. Ma poiché questo tipo di situazione comporta ovviamente una naturale tendenza al disastro, il sito è di fatto gestito da un sistema burocratico su base volontaria. Gli autori delle voci e gli amministratori non sono pagati e tecnicamente non sono legati a Wikipedia o Wikimedia, l’associazione no profit che sovrintende il sito. Ma a prescindere dal fatto che credano nel progetto, apprezzino avere un certo potere o siano semplicemente delle persone molto annoiate, gli utenti in questione passano ore a controllare le modifiche apportate alle voci, a controllare link, correggere grammatica e sintassi e a scambiarsi messaggi sulle bacheche di discussione delle singole voci.

Il grado di efficenza è piuttosto alto: in una recente intervista alla trasmissione televisiva 60 Minutes, il cofondatore di Wikipedia Jimmy Wales si è vantato del fatto che non considera più il vandalismo un grosso problema. Eppure le persone che fanno parte di Wikipediocracy – un sito che si occupa di sorvegliare la gestione di Wikipedia – lamentano che ancora oggi esistono errori dei quali gli autori delle voci non riescono a venire a conoscenza.

Lunedì scorso il giornalista Gregory Kohs ha concluso un esperimento nel quale ha provato a inserire errori macroscopici in 31 voci di Wikipedia, per poi tenere d’occhio se e quando venissero rimossi. Dopo due mesi dal loro inserimento, metà delle notizie false non è ancora stata scoperta, e dentro alle voci interessate ce ne sono alcune molto consultate come “clima del Mediterraneo” e “infiammazione” (secondo una stima dello stesso Kohs, più di 100mila persone hanno letto che un’infiammazione è provocata dalla roccia vulcanica prodotta dal corpo umano).

E ci sono bufale che rimangono in giro per anni. Solo recentemente, per esempio, ne è stata scoperta una vecchia di sei anni: è la voce “Pax Romana”, che parla di un presunto e falso programma nazista. Così come non è mai esistita “Elaine di Francia”, presunta figlia illegittima del re di Francia Henry II. Anche la voce su “Don Meme”, un presunto guru messicano che compare alle feste e dispensa consigli agli hispter, è completamente inventata: ed è vecchia di otto anni. E la cosa notevole è che per stessa ammissione di Wikipedia, grazie ai suoi lunghi processi decisionali è probabile che una potenziale bufala rimanga in giro tre anni prima di essere rimossa.

E Jar’Edo Wens?
Nessuno sa esattamente quando questa bufala sia iniziata a circolare, ma io ho un preciso sospetto, per quanto fragile. Il 29 marzo 2005 un autore anonimo ha creato questa pagina da un IP australiano. L’autore non è mai più tornato su Wikipedia ma uno strano utente di Melbourne con uno pseudonimo composto in maniera simile a Jar’Edo Wens – cioè con uno strano pastiche di nome e cognome – ne ha parlato in una conversazione fra autori nel 2009. Sebbene questo utente non abbia postato niente dal 2012, io punto abbastanza su di lui.

Wikipedia tiene conto di tutte le modifiche apportate a una pagina e di conseguenza è facile capire chi abbia modificato cosa. La pagina, comprensibilmente, non ha subito troppe modifiche negli anni. Nel 2006 un utente ha corretto un refuso grammaticale, e nel 2009 un autore ha segnalato che la pagina non disponeva di sufficienti fonti. Nel novembre del 2014 un utente anonimo ha segnalato la pagina come contenente una “potenziale bufala”: [il nome di Jar’Edo Wens] «non è contenuto in diverse fonti sulla religione degli Aborigeni». La pagina non è stata rimossa: è consuetudine di Wikipedia discutere a lungo, prima di fare una cosa del genere. Durante la discussione un utente ha scritto: «da quasi dieci anni non sono riportate le fonti». Un altro ha aggiunto: «le lettere D, J, O e S non sono utilizzate nell’Arrente, la lingua parlata dagli Aborigeni».

Il 3 marzo 2015, in seguito a un post di Wikipediocracy che prendeva in giro il lungo processo di discussione di Wikipedia, l’esperto amministratore di Wikipedia Ira Matetsky ha cancellato la voce di Jar’Edo Wens definendola «senza dubbio un stupida bufala» e spiegando che la sua esistenza l’aveva messo in imbarazzo. Eppure Matetsky considera l’incidente più una vittoria che una sconfitta: il sistema ha funzionato, la bufala è stata rimossa. Il numero maggiore di bufale scoperte può voler dire che gli utenti di Wikipedia stanno diventando più bravi a scovarle. Matetsky ha spiegato che «Wikipedia è incredibilmente esposta a subire danni di questo tipo, ma è anche incredibilmente dotata delle risorse per rimediare alla circolazione di notizie false».

Decine di software setacciano Wikipedia al fine di eliminare vandalismi vari, secondo un algoritmo molto accurato e ancora migliorabile. I programmi sono gestiti dagli autori stessi, molti dei quali tengono d’occhio voci in odore di bufala o scorrono la lista delle “nuove voci” in cerca di cose false.

Al momento ci sono 5.476 voci non revisionate nell’edizione inglese di Wikipedia, la più vecchia delle quali ha circa quattro mesi di vita. Ho intravisto una possibile bufala – un articolo senza fonti su una introvabile “nuova religione mondiale” – pochi minuti dopo avere iniziato a scorrere la pagina. Wikipedia non è perfetta, ovviamente: ma Matetsky obietta che anche giornali, editori e sistemi di GPS compiono errori ogni giorno: «la questione non è se Wikipedia sia più o meno affidabile di un giorno passato alla New York Public Library, ma se Wikipedia è più o meno affidabile dei primi risultati su Google».

Eppure, Jar’Edo Wens è riuscito a evadere i controlli: è persino finito dentro a un libro che parla di ateismo e fallacità della religione – cosa piuttosto ironica, in effetti.

Che fare?
Anche tenendo conto della crescente attenzione verso le bufale, l’edizione Wikipedia in inglese contiene circa 4,8 milioni di pagine e ha “solo” 12mila autori esperti. Significa che ogni volontario, in maniera approssimativa, per tenere d’occhio l’intero sito dovrebbe occuparsi mediamente di 400 pagine. Si tratta del numero più alto nella storia di Wikipedia.

Andreas Kolbe, che collabora al sito Wikipediocracy, ha detto che «Wikipedia al momento contiene centinaia di migliaia di articoli su argomenti marginali che il suo sistema non è semplicemente in grado di gestire».

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I numeri delle voci dell’edizione inglese confrontati con i suoi utenti attivi

Altri, sia dentro che fuori la comunità, insistono che ci sono dei modi per risolvere il problema. In molti citano il metodo usato dall’edizione tedesca di Wikipedia, che permette di pubblicare una modifica prima che sia stata revisionata da un utente esperto. Wikimedia ha promesso di integrarla nel 2010 e ancora nel 2012, ma finora non è ancora attiva. Sull’edizione tedesca sembra funzionare.

Gli utenti hanno anche avanzato altre proposte: la Wikimedia Foundation sta finanziando ricerche per sviluppare software che individuino delle modifiche scadenti. È stata inoltre proposta l’introduzione di un nuovo bot che setacci il sito e individui dei passaggi discutibili di modo che gli autori possano agilmente approvarli o modificarli.

Eppure nessuna di queste modifiche cambierebbe il problema di “numeri” che ha Wikipedia. La comunità base degli autori è più o meno la stessa di quella del 2007, e gli autori di oggi sono in gran parte giovani, bianchi e occidentali. Non è una coincidenza che durante l’esperimento di Kohs un errore su un oscuro canale di New York sia stato scoperto e corretto mentre notizie false nelle voci sulle tradizioni dell’Ecuador, sulle leggende indiane e sulla storia giapponese non siano state trovate. Allo stesso modo il troll di Wikipedia Jagged85 ha messo mano indisturbato, per anni, nelle voci che riguardano la storia dell’Islam. Eppure è stato scoperto ed espulso solamente dopo aver modificato la pagina di un videogioco.

Matetsky ha ammesso che «se Jar’Edo Wens fosse stato una divinità greca o latina o scandinava, la bufala sarebbe stata scoperta più facilmente. Se avessimo più autori autoctoni dell’Australia, la voce sarebbe stata corretta».

foto: KAREN BLEIER/AFP/Getty Images

©Washington Post 2015

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