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  • giovedì 2 Aprile 2015

La battaglia a Tikrit

Daniele Raineri è andato nella città contesa tra soldati iracheni, milizie sciite e ISIS, e ha raccontato sul Foglio il difficile rapporto degli iracheni con gli americani

Il giornalista Daniele Raineri ha raccontato giovedì sul Foglio come sta andando la battaglia che l’esercito dell’Iraq e diverse milizie sciite stanno combattendo nella città irachena di Tikrit contro lo Stato Islamico (o ISIS). Raineri, che si trova a Tikrit, ha scritto che le cose non stanno proprio come aveva annunciato nei giorni scorsi il governo iracheno: Tikrit non è stata riconquistata completamente dai soldati iracheni e dalle milizie sciite, e diversi quartieri del nord sono rimasti sotto il controllo dell’ISIS.

Raineri racconta anche come sia forte l’ostilità delle milizie sciite, alcune delle quali appoggiate direttamente dall’Iran, nei confronti degli attacchi aerei americani compiuti contro l’ISIS: americani e milizie sciite appoggiate dall’Iran si sono ritrovati a combattere la guerra contro l’ISIS dalla stessa parte, ma nella seconda metà degli anni Duemila avevano combattuto una violenta guerriglia urbana in alcune città dell’Iraq. Loveday Morris, giornalista del Washington Post, ha scritto giovedì che su alcuni muri di Tikrit sono state fatte delle scritte in farsi, che sembrano indicare una diretta partecipazione degli iraniani negli scontri. Tikrit è considerata una delle più importanti battaglie contro l’ISIS: oltre ad essere la città natale dell’ex presidente iracheno Saddam Hussein, è anche vista come la “prova generale” degli iracheni per provare a riconquistare Mosul, capoluogo della provincia irachena di Anbar conquistata dall’ISIS la scorsa estate.

Tikrit è una città costruita come una lunga striscia sul fiume Tigri. Gli iracheni stanno attaccando da sud – dove c’è l’ospedale – e da nord – dove c’è il campus universitario. Sono entrambi grandi complessi di costruzioni dove i combattimenti vanno avanti angolo dopo angolo, edificio dopo edificio. Due giorni fa all’Università, lungo il perimetro che guarda verso sud, gli spari continuavano da tutte e due le parti, i bombardamenti aerei americani proseguivano, c’erano ancora morti trascinati via dentro le coperte con le braccia a penzoloni verso i cassoni dei pick up lasciati più indietro e da lì verso le ambulanze nelle retrovie – e i soldati ordinavano, anzi urlavano: “Niente fotografie!”.

Eppure il governo iracheno ha bisogno di risultati e così ieri ha dichiarato vittoria contro lo Stato islamico, senza aspettare che le ultime sacche di resistenza a Tikrit fossero davvero sconfitte. Baghdad è pronta a cogliere ogni occasione per raddrizzare un poco l’orgoglio nazionale, piegato dagli eventi dell’anno scorso, quando lo Stato islamico ha preso il controllo di alcuni pezzi di paese nel nord e nel centro. I soldati iracheni sono riusciti a sfondare la linea a sud della città lunedì, hanno preso l’ospedale, sono risaliti fino al centro della striscia, al palazzo del governatore che affaccia sull’acqua – un progetto dei tempi di Saddam come tutti i grandi palazzi in Iraq – e hanno issato la bandiera nazionale.

Come talvolta avviene, la notizia precede il fatto e lo determina. Il primo ministro Haider al Abadi ieri mattina aveva detto ai ministri che “le forze di sicurezza sono arrivate in centro, hanno liberato la parte sud e quella ovest, avanzano per liberare l’intera città”, ma i media iracheni ormai non si tenevano più: il canale Al Iraqiya ha annunciato sullo schermo dei televisori che “Tikrit è stata interamente liberata, dice il primo ministro”. Così Al Abadi ieri pomeriggio è arrivato in elicottero al palazzo del governatore di Tikrit per celebrare la vittoria.

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