• Mondo
  • giovedì 2 Aprile 2015

Bisogna cambiare idea su Ferguson?

No, scrive un giornalista nero americano: ma se i fatti si scoprono diversi da come pensavamo bisogna saperlo dire

di Jonathan Capehart - Washington Post

Jonathan Capehart è un giornalista televisivo statunitense che collabora con la rete MSNBC e scrive per “PostPartisan”, un blog del Washington Post. Capehart è nero e ha scritto spesso di temi razziali: in particolare si è occupato dell’uccisione del 18enne nero Michael Brown a Ferguson e delle proteste che ne sono seguite. La mattina del 10 agosto, il giorno dopo l’uccisione di Brown, Capehart ha condotto il programma “UP with Steve Kornacki” su MSNBC, riprendendo la versione che sarebbe circolata per diversi giorni su tutti i giornali americani: ovvero che il poliziotto aveva sparato a Brown nonostante lui avesse le mani in alto, in segno di resa. Capehart ha scritto pochi giorni fa un articolo sul Washington Post rivedendo le sue posizioni sull’uccisione di Brown alla luce delle conclusioni raggiunte dal dipartimento della Giustizia, dopo delle indagini durate diversi mesi.

La sera del 9 agosto 2014 non riuscivo a dormire. La mattina successiva dovevo condurre il programma “UP with Steve Kornacki” della rete MSNBC, e a quell’ora avrei già dovuto essere addormentato da un pezzo. Guardavo Twitter e quello che veniva fuori con l’hashtag “Ferguson”, e mi sentivo in dovere di raccontare la reazione che c’era stata all’uccisione di Michael Brown da parte del poliziotto Darren Wilson. La mattina successiva, durante la trasmissione su MSNBC, ho raccontato la morte di un nero disarmato per mano di un poliziotto bianco.

Nelle prime ore e nei primi giorni dopo l’assassinio di Brown, erano di più le cose che non si sapevano di quelle che si sapevano. All’inizio di marzo del 2015 il dipartimento della Giustizia americano ha però diffuso due documenti molto importanti relativi alle indagini che sono state compiute negli ultimi mesi: secondo i documenti a Ferguson esisteva una situazione istituzionalizzata di razzismo nei confronti dei neri, da molto prima dell’uccisione di Brown. Le indagini sul dipartimento di polizia di Ferguson hanno rivelato abusi e violazioni dei diritti costituzionali compiuti dai poliziotti contro la popolazione locale, soprattutto contro i neri. Si tratta di un contesto fondamentale per capire i motivi che dopo l’uccisione di Brown hanno spinto gli abitanti di una piccola città della contea di St. Louis a protestare così intensamente contro la polizia.

I documenti del dipartimento di Giustizia mi hanno però costretto allo stesso tempo ad affrontare due verità con cui non mi sono sentito a mio agio. Brown non si è mai arreso alzando le mani, come invece si è creduto per diverso tempo: le mani alzate sono diventate anche il simbolo usato nelle manifestazioni contro la polizia che si sono tenute a Ferguson nelle settimane successive. Seconda cosa: è stata dimostrata la validità delle ragioni di Wilson riguardo al fatto di avere sparato. In tutti gli Stati Uniti Brown era diventato un simbolo molto potente della mancanza di fiducia tra afroamericani e forze dell’ordine: i documenti del dipartimento di Giustizia mostrano però come Brown sia stato un simbolo inappropriato.

Quello che ha rilevato il dipartimento di Giustizia mi ha messo molto a disagio. Wilson sapeva del furto di sigarette compiuto da poco al minimarket e aveva una descrizione del soggetto. Brown si è scontrato con Wilson e ha provato a prendergli la pistola. La famosa storia delle mani alzate in segno di resa, che non è sostenuta da alcuna prova balistica o del DNA e nemmeno da diversi racconti dei testimoni, è stata ripetuta più volte dal Testimone 101, ovvero Dorian Johnson, l’amico di Brown che era presente al momento dei fatti. Niente di quello che Johnson ha detto ai giornalisti ha trovato riscontro nei racconti di altri testimoni o nelle indagini successive.

Lo scontro nel SUV

Pagina 6: Wilson e altri testimoni hanno detto che Brown si è sporto nel SUV attraverso il finestrino della parte del guidatore, e poi ha colpito e ha afferrato Wilson. Lo dimostrano i lividi sulla mascella di Wilson, i graffi sul collo, la presenza di DNA di Brown su alcune parti dei vestiti che indossava Wilson – il colletto, la maglietta e i pantaloni – e del DNA di Wilson sul palmo di Brown. C’erano altre persone che hanno testimoniato che Wilson ha raggiunto Brown fuori dal SUV e che l’ha preso per il collo [ovvero la prima versione dei fatti che si era diffusa dopo l’uccisione di Brown, ndr]: ma non è stato dato loro credito, perché il loro racconto non ha trovato riscontro nelle prove raccolte.

Lo scontro per la pistola

Pagina 6: Brown è riuscito a prendere la pistola e poi ha cominciato a lottare con Wilson per averne il pieno controllo. Wilson ha sparato, colpendo Brown sulla mano. I risultati dell’autopsia e la traiettoria del proiettile, uniti alle tracce di pelle del palmo di Brown fuori dalla portiera del SUV e al DNA di Brown dentro sulla portiera del guidatore, hanno confermato la versione di Wilson, che ha detto di avere lottato con Brown per il controllo della pistola.

Stando ai risultati di tre autopsie, Brown aveva una ferita alla base del pollice della mano destra causata da un colpo di arma da fuoco sparato da una breve distanza. Alcune tracce di polvere da sparo sono state trovate all’interno della ferita insieme ad altri indizi di uno scambio termico avvenuti sulla canna della pistola: queste prove indicano che quando è partito il colpo la mano di Brown si trovava molto vicino alla pistola di Wilson. Il posto dove è stato trovato il proiettile – dalla parte della portiera del guidatore, appena sopra le gambe di Wilson – ha confermato ulteriormente sia la versione di Wilson riguardo la lotta per il controllo della pistola e la posizione da cui sono partiti i colpi, sia le versioni dei testimoni che hanno detto che Wilson ha sparato almeno un colpo di arma da fuoco dall’interno del SUV.

Mani in alto

Pagina 8: diverse persone hanno affermato che prima degli spari Brown avesse le mani in alto in segno di resa. Queste testimonianze non hanno però trovato riscontro con le prove fisiche e forensi raccolte, oppure sono risultate materialmente incoerenti con precedenti dichiarazioni degli stessi testimoni. Alcuni testimoni che all’inizio avevano detto che Brown aveva le mani in alto in senso di resa hanno cambiato la loro versione della storia, ammettendo di non avere visto il momento dello sparo.

Allo stesso tempo altri testimoni hanno raccontato con precisione di cosa Brown stesse facendo con le sue mani mentre si muoveva verso Wilson, perché tutti hanno detto che Brown si stava muovendo verso Wilson quando sono partiti gli spari. Alcuni testimoni hanno detto che Brown ha portato per un breve momento le mani al livello delle spalle, con i palmi rivolti verso l’esterno: gli stessi testimoni hanno però aggiunto che poi Brown ha abbassato le mani e ha “sfidato” Wilson.

Il documento del dipartimento di Giustizia dice a pagina 44 che Johnson “ha fatto diverse dichiarazioni ai media immediatamente dopo l’incidente, che hanno dato origine alla storia secondo la quale Wilson avrebbe sparato a Brown come se fosse stata un’esecuzione capitale. La versione della storia secondo cui Brown ha le mani alzate e dice “non ho una pistola, non sparare” è falsa. La ricostruzione dei fatti non sminuisce l’importanza di quello che è successo a Ferguson prima e dopo la morte di Brown, e quello che è successo in altre parti degli Stati Uniti e che ha coinvolto altri neri. Eric Garner è stato ucciso il 17 luglio a Staten Island. John Crawford III è stato ucciso il 5 di agosto a Beavercreek, in Ohio. Levar Jones è sopravvissuto a colpi di arma da fuoco sparati il 4 settembre in South Carolina. Tamir Rice, 12 anni, è stato ucciso a Cleveland il 23 novembre, il giorno prima che il gran giurì decidesse di non incriminare Wilson.

È importante che si continui a protestare contro le discriminazioni razziali e le violenze compiute dalle forze dell’ordine. Ma non dobbiamo permettere a noi stessi di farlo sfruttando una storia falsa o in nome di qualcuno che mortifica il nostro senso di giusto e sbagliato. E quando ci accorgiamo invece di averlo fatto, come è successo a me, dobbiamo ammettere il nostro errore e poi andare avanti.

© Washington Post 2015

nella foto: Jonathan Capehart (Washington Post)