Mezzo secolo di messe in italiano

Fu uno dei più grossi cambiamenti della Chiesa moderna, e arrivò dopo molte critiche: la prima messa in italiano si celebrò oggi a Roma 50 anni fa

Oggi, sabato 7 marzo, Papa Francesco ha celebrato una messa nella piccola parrocchia di Roma di Ognissanti, che si trova nella zona sud della città, non lontano dalla basilica di San Giovanni in Laterano. È raro che il Papa celebri messa in chiese così piccole, anche quando si trova in visita all’estero: oggi lo ha fatto per ricordare i cinquant’anni esatti dalla celebrazione della prima messa in lingua italiana, che avvenne nella chiesa di Ognissanti il 7 marzo 1965 e fu presieduta dall’allora papa Paolo VI. Era la prima volta che venivano messe in pratica le decisioni prese nel Concilio Vaticano II, la più importante assemblea di vescovi cattolici avvenuta nel Novecento. Tra le varie nuove indicazioni, c’era quella di celebrare la messa nella lingua natale dei partecipanti al posto che in latino – un’usanza che era obbligatoria sin dal 1570 – che ai tempi era molto poco conosciuto. Inoltre veniva specificata una nuova posizione del sacerdote durante la messa, rivolto verso i partecipanti anziché verso l’altare, di spalle ai fedeli.

La riforma che riguardava la liturgia – cioè i riti da compiere durante la messa – fu una delle decisioni più importanti prese dal Concilio Vaticano II, avviato nel 1962 e concluso nel dicembre del 1965. Quel concilio è ricordato ancora oggi come uno dei momenti di maggiore apertura della chiesa cattolica al mondo laico: dal punto di vita spirituale, per esempio, si accettava per la prima volta che una persona potesse vivere in maniera eticamente corretta nonostante non credesse nel Dio cattolico.

La riforma della messa era contenuta nel Sacrosanctum Concilium, una costituzione conciliare (cioè una specie di decreto) approvato dal Papa il 4 dicembre 1963, ma che fu applicato solo sette anni più tardi, nel 1970, con l’introduzione di un nuovo sistema di riti. Fu probabilmente la riforma che ebbe l’impatto maggiore nella vita dei fedeli: fino a quel momento la messa consisteva in alcuni riti e preghiere pronunciati in latino, di cui in Italia solamente i più istruiti conoscevano le basi. Il risultato era che nella maggior parte dei casi i fedeli capivano poco o nulla, e che quindi l’importanza della messa – che per i cattolici è ancora oggi il momento più importante della settimana – si esaurisse in una serie di riti meccanici e incomprensibili. Il Sacrosanctum Concilium fu il mezzo con cui la Chiesa cercò di rendere la messa una cerimonia più attiva rispetto al passato: come il resto dei documenti approvati nel corso del Concilio Vaticano II, fu considerato espressione delle fazioni più “progressiste” della Chiesa (di cui facevano parte anche Papa Giovanni XXIII, che avviò il Concilio, e Paolo VI, che lo chiuse).

La storia del Sacrosanctum Concilium
Il latino non fu sempre la lingua ufficiale della liturgia cristiana. Le prime “messe” non erano nemmeno strutturate: si trattava semplicemente di ritrovi in cui si celebrava l’eucarestia, cioè il rito dello spezzare il pane e del bere vino, lo stesso che secondo i Vangeli Gesù aveva compiuto assieme ai suoi apostoli la notte prima di morire. La messa si celebrava nelle lingue locali dei primi gruppi cristiani, e quindi in aramaico (la stessa lingua che con tutta probabilità parlava lo stesso Gesù Cristo), in greco o in ebraico.

Dapprima i primi riti strutturati vennero celebrati in una forma base di greco, la lingua più diffusa nella parte orientale dell’impero romano. Il passaggio all’utilizzo del latino avvenne solamente a partire dal IV secolo dopo Cristo, quando il Cristianesimo si stava avviando a diventare la religione ufficiale dell’Impero (lo divenne ufficialmente nel 380, grazie al famoso editto di Tessalonica). La messa rimase in latino da allora fino al 1970, periodo durante il quale venne comunque riformata più volte: nel 1570, durante la cosiddetta “contro Riforma”, entrò in vigore il messale approvato da Pio V che obbligò le parrocchie a uniformarsi a un unico rito e ne diffuse uno piuttosto lineare in uso nelle parrocchie di Roma dell’epoca. In un articolo del 2012, il priore della comunità monastica di Bose Enzo Bianchi ha descritto una messa-tipo degli anni Cinquanta, appena prima che entrassero in vigore le riforme del Conciclio Vaticano II:

In me il ricordo di quella messa resta vivissimo: da sei a ventiquattro anni è stata per me la messa quotidiana, una messa in cui «servivo» da chierichetto. Il prete mi spiegava: «La gente non sa il latino, quindi non può capire. Alla gente basta “assistere alla messa” e pregare come sa fare, con il rosario o le altre preghiere». In verità non si sarebbe nemmeno osato pensare il concetto di «assemblea», tanto meno ritenere che la gente («popolo di Dio» era un’espressione sconveniente) intesa come assemblea fosse soggetto della celebrazione.

Alla domenica invece le messe erano tre: alle 6 per le donne, che poi dovevano andare a casa a preparare il pranzo; alle 8 per i ragazzi, messa a cui seguiva l’ora di catechismo; alle 11 la «messa grande», soprattutto per gli uomini e i giovani. In quest’ultima messa, in particolare, vi erano i canti: la cantoria del paese eseguiva in gregoriano la Missa de angelis; all’inizio e alla fine si cantavano invece degli inni che ricordo con vera tristezza, in quanto composizioni brutte, con parole cariche di sentimentalismo, a volte contenenti elementi drammatici. Alla «messa granda» non mancava la predica, adattata all’uditorio. Negli anni ’50-’60 del secolo scorso la predicazione era un’opportunità per la difesa della chiesa, per la lotta contro l’ateismo, il comunismo e il venir meno della rigorosa morale sessuale. Molti uomini durante la predica restavano fuori, formando capannelli, e io dovevo uscire per forzarli a entrare prima che ci fosse l’offertorio, avvertendoli che altrimenti per loro la messa non sarebbe stata valida.  Quelli che entravano, uscivano di nuovo sul sagrato dopo il Padre nostro, dicendo con sollievo: «È finita!», e si lamentavano della predica borbottando.

All’inizio del Novecento cominciò a circolare l’idea che utilizzare il solo latino fosse ormai anacronistico. Dopo una iniziale discussione all’interno del Concilio, Paolo VI approvò il Sacrosanctum Concilium, un documento che prevedeva alcune linee generali che dovevano essere rispettate in tutti i nuovi riti: il principio generale, comunque, fu quello di stimolare una «cosciente, attiva e facile partecipazione da parte dei fedeli e avendo riguardo delle necessità dei nostri tempi». Per quanto riguarda la lingua, in particolare, l’articolo 36 conteneva una parziale apertura verso le lingue nazionali.

L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini [il “rito latino” è il più diffuso nella Chiesa]. Dato però che, sia nella messa che nell’amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l’uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi nei capitoli seguenti.

Paolo VI, successivamente alla sua approvazione, incaricò una commissione di circa cinquanta vescovi chiamata Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia di applicare i principi del Sacrosanctum Concilium in un nuovo messale, cioè una serie di pratiche e preghiere fisse per la messa di ciascun giorno dell’anno, le cui linee guida sono valide per tutti i riti (il cattolicesimo prevede il rito romano, diffusissimo in tutto il mondo, e altri riti minori). Nonostante l’indicazione dell’articolo 36 sul latino, nel nuovo messale sopravvissero pochissimi passaggi in latino, alcuni di essi sostituibili a formule equivalenti nelle lingue nazionali. Il messale pre-conciliare fu abolito e il suo utilizzo non previsto dalle nuove norme. Il latino scomparve progressivamente dalle messe.

Le critiche e la riforma di Benedetto XVI
Fra coloro che ritenevano sbagliata l’introduzione delle lingue nazionali nella messa, in molti erano convinti che eliminare tutta una serie di pratiche inventate nel corso dei secoli volesse dire sminuire secoli di riti eseguiti in un certo modo, e la fede delle persone che li avevano praticati. Un gruppo di cattolici raccolti nella Fraternità Sacerdotale di San Pio X, fondata dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre nel 1970, si rifiutarono di aderire alla riforma e continuarono ad utilizzare i riti pre-conciliari (Lefebvre venne successivamente scomunicato da Papa Giovanni Paolo II).

Con una lettera pubblicata il 7 luglio 2007 e intitolata Summorum Pontificum, l’allora Papa Benedetto XVI ha riabilitato il messale pre-conciliare approvandone l’utilizzo sotto la definizione di una forma “straordinaria” del messale introdotto nel 1970. La promulgazione della Summorum Pontificum fu uno degli atti più controversi del papato di Benedetto XVI.

nella foto: Papa Paolo VI e il patriarca degli armeni Khoren I in una foto del 1967 (LaPresse/Roma Press Photo)

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