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Le foto di Peter Lik, stracriticate e stravendute

Ha 15 gallerie, una sua foto è stata venduta per 5,7 milioni di euro, in tutto ha incassato 389 milioni: ma non è affatto ben visto da galleristi ed esperti del settore

Peter Lik è un fotografo, anzi: è il fotografo autore della fotografia considerata la più pagata al mondo, ben 5,7 milioni di euro. “Considerata” perché la fotografia “Phantom”, una vista in bianco e nero delle pareti dell’Antelope Canyon in Arizona con un fascio di luce centrale (che sarebbe il “fantasma” del titolo), è stata venduta a dicembre 2014 a un acquirente privato anonimo, ed è quindi difficile confermare ufficialmente la vendita e soprattutto la cifra.

Se fosse vero, “Phantom” avrebbe superato l’opera di Andreas Gursky, “Rhein II”, venduta in un’asta del 2011 per 3,8 milioni di euro, e la fotografia di Cindy Sherman “Untitled #96”, comprata sempre a un’asta nel 2011 per 3,4 milioni di euro. La differenza tra Gursky, Sherman e Lik è che i primi due fotografi hanno fatto mostre in famose gallerie d’arte e sono conosciuti e rispettati nell’ambiente, mentre Peter Lik possiede quindici gallerie negli Stati Uniti, ha venduto fotografie per circa 389 milioni di euro ma non è apprezzato da critici e galleristi. Le sue foto sono principalmente scatti panoramici di alberi, cieli, laghi, deserti e città stampati in colori super saturi, molto brillanti.

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Peter Lik è un cinquantacinquenne fotografo australiano che non ha mai studiato fotografia. Lavorava in un negozio di cartoline in Australia e ha “imparato sbagliando”, dice; non è interessato all’arte e alla fotografia in generale, se non la sua. Passa tre mesi l’anno in giro per gli Stati Uniti, fotografando paesaggi e natura, per incrementare la sua collezione di scatti per le gallerie. Ha aperto il suo primo negozio nel 1997 a Cairns, Australia, per poi ingrandirsi, grazie al suo successo, alle Hawaii nel 2003 e due anni dopo a Las Vegas. Ora possiede quindici gallerie, tra cui due a Manhattan e quattro a Las Vegas.

Ogni fotografia di Lik viene stampata in “edizione limitata” di 995 copie: la prima viene venduta intorno ai 3.500 dollari, poi pian piano il prezzo sale intanto che le copie disponibili scendono: si arriva a cifre intorno ai 175mila euro per l’ultima stampa. L’idea è trasmettere “fretta” al compratore: prima si compra, meno si paga. Con la fotografia “Phantom” invece Lik ha provato un altro tipo di esperimento di vendita, stampandone soltanto una copia. Dopo aver avvisato una manciata di collezionisti, ha fissato il prezzo a 5,7 milioni di euro, cifra che un anonimo avrebbe effettivamente pagato.

I critici e le gallerie d’arte tradizionali non apprezzano i lavori di Lik, considerandoli opere mediocri, buone per vendere al grande pubblico (ma se fosse così facile ci riuscirebbero tutti, invece no): «L’arte, qualsiasi sia il medium scelto per crearla, è qualcosa che commuove e trasmette, o che cambia la nostra opinione. Questi lavori non hanno nulla della fotografia creativa, e la tragedia è che trascinano giù tutto il resto del business», ha detto Michael Hoppen, gallerista londinese.

Nelle gallerie di Peter Lik le fotografie vengono vendute in modo diverso da una galleria tradizionale, dove l’idea è creare un’ambientazione da museo e non lasciar trasparire al collezionista o al compratore l’aspetto commerciale delle opere. Nelle gallerie tradizionali gli impiegati non andranno mai da un cliente a chiedere se ha bisogno di qualcosa, come in un negozio: tutto ha un prezzo, ma se lo si vuole sapere bisogna chiederlo. Nella galleria di Lik le cose funzionano in modo diverso, a partire dal fatto che gli impiegati vengono chiamati “consulenti d’arte” e che, nei quattro giorni di corso di formazione, imparano un numero di frasi approvate dalla società per rompere il ghiaccio e per incoraggiare il dialogo con i clienti sulle fotografie (per esempio: “Sono incredibili, non trova?”).

Molti dei clienti di Lik non sono esperti del mercato d’arte, che comprende un mercato secondario dove le opere vengono rivendute a volte a prezzo maggiorato: queste persone pensano, sbagliando, che siccome i prezzi delle fotografie salgono nelle gallerie di Lik, la stessa cosa succeda nel mercato secondario. Quindi in teoria se si compra una delle prime copie di una fotografia, pagandola intorno ai 3.500 dollari, circa 4.000 euro, dovrebbe essere un affare rivenderla più avanti, quando in negozio lo stesso scatto avrà raggiunto un prezzo più alto; questi clienti però confondono il concetto di prezzo, deciso dalla galleria, e di valore, deciso invece dal mercato, dove le opere di Lik non hanno molto successo.

Nelle gallerie di Lik i commessi sono istruiti per far pensare al cliente di star facendo un investimento, non di star spendendo soldi, senza però ingannarli fino in fondo. A una domanda diretta del cliente sul valore futuro di un quadro, un commesso risponderà: «Lo compri perché le piace, non ci sono garanzie sul valore futuro». Lo stesso Lik, rispondendo a una domanda sul perché le sue opere nel mercato secondario non hanno lo stesso valore a cui vengono venduti nelle gallerie, ha detto: «Sono come una Mercedes-Benz. Già quando la guidi per la prima volta fuori dal concessionario, perde metà del suo valore».

Jonathan Jones, giornalista e critico d’arte del giornale inglese del Guardian, ha definito la fotografia “Phantom” un banale poster, di quelli che si trovano negli alberghi pretenziosi. Il discorso di Jones prende in considerazione questo genere di fotografia, dicendo che non è arte ma tecnologia. Il critico d’arte ha spiegato che nell’era delle macchine fotografiche digitali, dove anche con un iPad si possono fare foto bellissime, una bella foto è soltanto la prova che la tecnologia è ottima: per fare un’opera d’arte serve qualcosa di più. Jones ha anche criticato il fatto che “Phantom” sia in bianco e nero, un effetto che possiamo creare ormai con qualsiasi cellulare e che è studiato apposta per dare un effetto romantico e “intenso” agli scatti.

Jones ritiene che una fotografia come questa non possa essere considerata arte perché Lik non ha aggiunto nessun valore a quello che era già presente in natura: l’Antelope Canyon è molto scenografico ma “Phantom” non è per nulla originale. È un cliché, facile da vedere, facile da capire. Jones ha concluso il suo articolo dicendo: «Se questo è lo scatto più prezioso di arte fotografica della storia, Dio salvi la fotografia d’autore».