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  • mercoledì 18 Febbraio 2015

Il governo Valls si gioca tutto

Per approvare una contestata legge sulle liberalizzazioni il primo ministro francese si è avvalso di una norma particolare: giovedì o passa la legge o cade il governo

Nel pomeriggio di martedì 17 febbraio il governo del primo ministro francese Manuel Valls ha deciso di adottare la legge di riforma sulle liberalizzazioni – la “loi Macron”, dal nome del ministro dell’Economia – senza il voto dell’Assemblea Nazionale, cioè per decreto, appellandosi al cosiddetto “49-3”: un articolo e comma della Costituzione francese che permettono di saltare il passaggio alla Camera bassa. Questo strumento non veniva usato da quasi dieci anni. Sui giornali e i siti francesi la notizia è in prima pagina da ieri. I deputati dell’UDI (centro) e dell’UMP (centrodestra) hanno presentato una mozione di sfiducia che verrà votata domani, giovedì, e che se dovesse passare farebbe cadere il governo.

Come è andata
Martedì 17 febbraio all’Assemblea francese era giornata di dibattito e voto sulla legge Macron, una legge di circa 200 articoli sulle liberalizzazioni già discussa per 82 ore in commissione e 111 ore in aula. Il governo non era sicuro di avere la maggioranza: i socialisti avevano un vantaggio di «una mezza dozzina» di voti, scrive Le Monde, e quindi era troppo alto il rischio che la legge non passasse. Nel primo pomeriggio è stato convocato d’urgenza un Consiglio dei ministri (i membri del governo devono infatti formalmente essere d’accordo sull’adozione del 49-3). Intorno alle 16 c’è stata una telefonata tra Manuel Valls e il presidente Francois Hollande. Dopodiché il primo ministro ha parlato ai deputati: «Non perderò tempo in inutili dibattiti», ha detto Valls. E ancora: «Potrebbe esserci una maggioranza, ma è incerta. Pertanto non voglio correre alcun rischio, non mi prendo la responsabilità di vedere rifiutata questa riforma che considero fondamentale per la nostra economia».

E ora?
Applicare il 49-3 (detto anche “voto bloccato” perché annulla gli emendamenti e anche il dibattito parlamentare) permette a un testo di legge di essere adottato in prima lettura. Può essere però presentata dall’opposizione (entro 24 ore) una mozione di sfiducia se sostenuta da almeno il 10 per cento dei deputati, cosa che l’UMP e l’UDI hanno fatto la sera di martedì con l’appoggio del partito Front de gauche (estrema sinistra). Per far cadere il governo, si deve ottenere un voto di maggioranza assoluta della Camera, ovvero 289 voti su 577. Ed è per questo che quando si fa riferimento al “49-3” si dice che il governo “si assume la propria responsabilità”.

La mozione di sfiducia al governo Valls sarà quindi votata giovedì 19 febbraio intorno alle 18. Se la mozione sarà approvata il governo sarà costretto a dimettersi (attenzione, parliamo del governo Valls, non della presidenza Hollande: e Hollande semmai potrebbe sciogliere il Parlamento). Se la mozione sarà respinta, il testo di legge sarà considerato approvato in prima lettura dal Senato senza bisogno di tornare per una seconda lettura all’Assemblea Nazionale. Prima dell’approvazione definitiva però è previsto un passaggio in commissione che potrebbe decidere per una seconda lettura e, a quel punto, il governo potrebbe decidere di forzare nuovamente e ricorrere per una seconda volta all’articolo 49.

Per arrivare alle dimissioni del governo servono 289 voti. Il gruppo del PS conta 288 deputati. La sinistra radicale, a favore del disegno di legge, ne ha 19. La mozione di sfiducia, per essere approvata, dovrebbe raccogliere tutti i voti dei deputati dell’UMP, dell’UDI, dell’EELV (i Verdi), del Front de gauche, dei non iscritti, e 19 altri voti tra quelli dei socialisti o dei radicali. Se è vero che parte del gruppo dei socialisti si oppone al disegno di legge Macron (sono più di 20 deputati del PS), quella stessa parte potrebbe non essere disposta a far cadere Valls, quindi una caduta del governo è considerata improbabile. Ma quei parlamentari potrebbero astenersi, così da “mandare un segnale al governo” senza minacciare direttamente la sua sopravvivenza. Il numero di socialisti che si asterranno sarà insomma un buon indicatore sulle condizioni della maggioranza anche dopo il caso Macron.

I precedenti
I precedenti nella storia dei governi della Quinta Repubblica sul ricorso al 49-3 non sono moltissimi, ma testimoniano anche che non si tratta di una soluzione disperata. Raymond Barre, primo ministro dal 1976 al 1981, ha utilizzato l’articolo 49 della Costituzione otto volte per quattro testi; il suo successore, Pierre Mauroy, che ha governato dal 1981 al 1984, l’ha usato sette volte su cinque testi diversi; Laurent Fabius, tra il 1984 e il 1986, quattro volte; Jacques Chirac (1986-1988) otto volte. Il record è di Michel Rocard, che, quando era primo ministro 1988 e il 1991, vi ha fatto ricorso ventotto volte. Questo non gli ha comunque impedito né di governare né di essere popolare. I primi due predecessori di Valls (François Fillon e Jean-Marc Ayrault) non l’hanno mai utilizzato. In totale dal 1958 è stato usato 83 volte: 32 in un governo di destra e 51 sotto un governo di sinistra. Nessun governo è mai caduto per una mozione di sfiducia invocata contro il ricorso all’articolo 49.

Le conseguenze politiche
Le Monde dice che ci sono due possibili letture della decisione presa da Valls. La prima è anche la più ovvia: un’ammissione di debolezza e vulnerabilità da parte del governo. Ricorrere al 49-3 significa ammettere che il governo non ha la maggioranza per approvare una legge. Ma si tratta anche di un punto di svolta nella storia di questo governo che finora, anche se con fatica, era riuscito a contenere le spinte interne di una parte dei socialisti, i cosiddetti “frondeurs”: i quali, precisa Le Monde, ed è questa la lettura meno ovvia, saranno d’ora in poi presi più seriamente. Le loro posizioni ne escono dunque in qualche modo rafforzate. Alla domanda se il governo ne uscirà indebolito, Le Monde risponde però di no. L’opinione pubblica sulla legge Macron è piuttosto favorevole: da un recente sondaggio risulta che il 61 per cento dei francesi l’avrebbero votata e tra loro il 58 per cento dichiara di essere di sinistra. Per il governo, dunque, le conseguenze politiche di ricorrere al 49-3 su questo testo approvato dall’opinione pubblica, soprattutto di sinistra, è relativamente limitato. Certamente è terminato quello che in Francia è stato definito “spirito dell’11 gennaio”: l’unione di consensi e la scomparsa, solo temporanea, dei dissidi interni al PS dopo gli attentati di Parigi.

(L’applaudito discorso di Manuel Valls all’Assemblea Nazionale dopo gli attentati di Parigi)

Dall’opposizione sono arrivate moltissime critiche: «Questo governo non ha più una maggioranza ed è costretto a seguire la procedura dell’articolo 49-3. Il Partito socialista francese farà la stessa fine del Pasok in Grecia con il 5 per cento del voti, perché spinge il Paese verso la crisi economica, non risolve i problemi, si limita a obbedire a Bruxelles», ha detto per esempio Nicolas Dupont-Aignan, presidente del partito di centrodestra “Debout la France”.

Il testo di cui si parla
Emmanuel Macron ha 36 anni ed è il ministro dell’Economia francese dallo scorso agosto: dopo una crisi di governo abbastanza complessa, causata principalmente dalle divergenze di opinioni in materia economica tra i ministri dell’ala più moderata del partito socialista con quelli dell’ala più di sinistra, il governo presieduto dal socialista Manuel Valls si era dimesso. Il presidente della Repubblica François Hollande aveva dunque nominato un nuovo governo, Manuel Valls era rimasto primo ministro, mentre Arnaud Montebourg, fino ad allora ministro dell’Economia, era stato sostituito da Macron. Macron era stato definito da diversi giornali francesi «il più liberale della squadra di governo» e la sua prima proposta di legge sulle liberalizzazioni aveva da subito fatto molto discutere.

Il testo del progetto di legge Macron prevede la creazione di zone turistiche speciali con negozi sempre aperti la domenica e la possibilità per tutte le attività commerciali di tenere aperto fino a un massimo di 12 domeniche all’anno al posto delle cinque attuali, a discrezione dei sindaci delle varie città (questo è il punto della riforma che più ha fatto notizia in Francia). La legge prevede però che i costi di assistenza all’infanzia per i lavoratori o per le lavoratrici occupate in queste domeniche supplementari siano a carico del datore di lavoro. Nella legge sono previsti anche cambiamenti in materia di diritto al lavoro, con semplificazioni dei licenziamenti e delle procedure per quanto riguarda le controversie; il testo stabilisce anche un’apertura alla concorrenza di alcune professioni (per esempio nelle tariffe dei notai, degli avvocati o nel campo delle farmacie) e una riforma nei trasporti stradali soprattutto per aprire alla concorrenza il mercato dei servizi sulle grandi distanze (ora molto limitato) e dunque: liberalizzazione delle linee di autobus, semplificazione delle patenti di guida, regolamentazione dei pedaggi autostradali, privatizzazione degli aeroporti di Nizza e Lione.