La caduta del rublo

La moneta della Russia ha toccato un nuovo minimo rispetto al dollaro, la banca centrale ha deciso un intervento di emergenza: alzare i tassi d’interesse dal 10,5 al 17 per cento

Aggiornamento delle ore 23.00: nonostante la decisione della Banca centrale della Russia di alzare i tassi d’interesse del rublo dal 10,5 al 17 per cento per contrastarne la svalutazione, la moneta nazionale russa ha perso quasi il 20 per cento del suo valore in un solo giorno. Nel pomeriggio di martedì 16 dicembre per acquistare un dollaro servivano infatti 79 rubli.

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Durante una riunione di emergenza la Banca centrale russa ha deciso un intervento straordinario per contrastare la svalutazione del rublo. La banca ha infatti deciso di alzare i tassi d’interesse della moneta nazionale dal 10,5 al 17 per cento per «contenere i rischi di deprezzamento del rublo, aumentati considerevolmente, e i rischi di aumento dell’inflazione». Si tratta del sesto rialzo applicato dallo scorso marzo e anche del più elevato.

Lunedì 15 dicembre il rublo ha toccato un nuovo livello minimo rispetto al dollaro: a maggio servivano 35 rubli per acquistare un dollaro; a novembre ne servivano più di 45; ieri ne servivano ben 63. Questo significa che dall’inizio dell’anno la moneta russa ha perso il 45 per cento del suo valore. Lo scorso mese la Banca centrale russa aveva cercato di rallentare il crollo del valore della moneta utilizzando le riserve di valuta estera per acquistare rubli sul mercato, ma la situazione non si è stabilizzata ed è in gran parte legata alla diminuzione del prezzo del petrolio che quest’estate si vendeva a 110 dollari al barile e che ieri ne valeva circa 60.

Le ragioni della diminuzione del prezzo del petrolio sono diverse. Innanzitutto, nel corso del 2014 c’è stato un aumento della produzione mondiale: negli Stati Uniti, per esempio, ma anche in Libia e in Canada. Se aumenta la produzione c’è più offerta e quindi il prezzo cala. Un’altra ragione del crollo del prezzo del greggio riguarda una riduzione generale del consumo del petrolio, a sua volta determinata dalla crisi economica (Europa e resto del mondo), da scelte politiche precise (Stati Uniti) o dall’uso di fonti alternative (Giappone). L’industria del petrolio e quella del gas naturale sono fondamentali per l’economia russa: insieme valgono il 16 per cento dell’intera economia del paese e circa il 70 per cento di tutte le sue esportazioni. Metà delle entrate dello Stato derivano dal petrolio e dal gas naturale (in sostanza, dagli utili delle compagnie petrolifere di proprietà pubblica). Il petrolio è così importante che il ministro dell’Economia ha annunciato una manovra economica correttiva, visto che il bilancio 2015-17 era basato su un prezzo del petrolio intorno ai 100 dollari al barile.

Oltre al calo del prezzo del petrolio, ci sono però altre ragioni della crisi finanziaria ed economica della Russia. La crisi in Ucraina orientale ha causato tensioni e timori a livello internazionale e sui mercati; le sanzioni dell’Occidente hanno impedito alla Russia di usare le classiche soluzioni che vengono adottate quando crolla il valore della moneta nazionale, cioè più esportazioni, più consumi interni e più investimenti diretti esteri. Se la moneta di un paese cala di valore, infatti, diventa più conveniente acquistare merci prodotte in quel paese (sia all’estero che per i cittadini del paese stesso). Le sanzioni hanno frenato proprio queste possibilità: gli investimenti esteri in Russia sono oggi molto più complicati che in passato, così come le esportazioni delle merci russe all’estero.

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