4 ragioni per cui il petrolio costa meno

Non era mai stato così basso dal 2010, e c'entrano questioni economiche e tecnologiche

di Chris Mooney – Washington Post

Le notizie che arrivano dai mercati sono che il prezzo del petrolio West Texas Intermediate – cioè il petrolio preso come standard di riferimento (è quello a cui ci si riferisce di solito quando si parla del “prezzo del petrolio”) – è sceso sotto i 70 dollari al barile per la prima volta dal 2010. È solo la più recente tappa di un notevole crollo, dato che in giugno costava più di 100 dollari. Il cambiamento ha sensibilmente ridotto il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti (ora considerevolmente sotto i 3 dollari al gallone, che corrisponde a 3,7 litri). In Italia, al contrario, la tassazione sulla benzina è molto elevata e il petrolio è solo un fattore parziale, e finora non ci sono stati notevoli cali del prezzo sulla benzina.

Le ragioni della grande diminuzione del prezzo del petrolio, che è diventata la storia economica del 2014 – e forse del 2015? – sono una  a breve termine e tre a lungo termine.

Quella più immediata consiste nel fatto che l’Organization of the Petroleum Exporting Countries (OPEC) – un gruppo formato da 12 nazioni incluse Arabia Saudita, Iran e Venezuela che ha un enorme potere sul mercato energetico globale, dato che produce circa il 40 per cento del petrolio in circolazione – ha deciso giovedì di non limitare maggiormente la propria produzione durante una sua assemblea a Vienna. L’incontro è stato il più importante da diversi anni a questa parte. Tutti volevano sapere se l’OPEC avrebbe preso qualche iniziativa per cercare di rimediare alla situazione. Non l’ha fatto: presumibilmente perché i suoi membri hanno ritenuto che sia meglio cercare di resistere a questa brutta situazione – e di conseguenza mantenendo alta l’offerta i prezzi del petrolio sono ulteriormente calati.

Le ragioni a lungo termine includono un aumento della produzione negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, la riduzione della domanda in Europa e in Giappone e il miglioramento generale nella costruzione dei motori delle automobili, diventati più efficienti.

1. L’aumento della produzione negli Stati Uniti e altrove: anche se l’OPEC ha mantenuto la produzione stabile, in alcune parti del mondo è aumentata. È accaduto negli Stati Uniti, più che da altre parti, grazie allo sfruttamento del cosiddetto “petrolio di scisto”: alcune nuove e discusse tecnologie, negli ultimi anni, hanno permesso l’accesso a idrocarburi conservati molto al di sotto della superficie terrestre. I dati forniti dalla Energy Information Administration, un’agenzia federale statunitense che raccoglie dati sulla produzione energetica, sono molto indicativi: ad oggi, giornalmente viene prodotto circa il doppio dei barili di petrolio greggio che si producevano nella metà degli anni Duemila.

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fonte: Energy Information Administration

La produzione di petrolio è aumentata anche in molti altri paesi. Il Canada ha aumentato la propria produzione da 2,5 milioni di barili al giorno, nel 2009, a più di 3,3 milioni nel 2013, mentre la Russia è passata nello stesso lasso di tempo da 9,5 milioni a più di 10. La Libia, nel frattempo, si sta riprendendo dopo che nel 2011 ha diminuito la propria produzione in conseguenza della guerra civile.
Insomma, c’è semplicemente una maggiore quantità di petrolio in giro, cosa che sta generando un prevedibile effetto sui prezzi, spingendoli verso il basso.

2. La domanda inferiore in molti posti, compresi Giappone ed Europa. Mentre gli Stati Uniti si sono ripresi dalla Grande Recessione, molti paesi non l’hanno ancora fatto. Stanno insomma facendo ancora fatica, e questo influisce sulla domanda di petrolio. In Europa, per esempio, nel 2009 il consumo di petrolio medio era di 15,3 milioni di barili al giorno; nel 2013 era calato a 14,3 milioni, e da allora sta diminuendo. Una cosa simile sta accadendo in Giappone.

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3. Il miglioramento dell’efficienza dei motori. Almeno negli Stati Uniti, si sta usando meno carburante perché le automobili sono diventate più efficienti. Nel 2008, si facevano 32,1 chilometri con un gallone di benzina, mentre nel 2013 sono diventati 40,2.

Riassumendo, l’andamento dei prezzi del petrolio dipende in gran parte dai due fattori economici di base: domanda ed offerta. Cosa succederà in futuro, quindi? Proseguirà il declino dei prezzi o abbiamo già raggiunto un punto di minimo, e torneranno ad aumentare? Non ne siamo sicuri, ma ci sono ragioni per pensare che un rialzo dei prezzi sia possibile, soprattutto se l’economia europea dovesse riprendersi. A lungo termine, si stima che il consumo totale di carburante sia destinato ad aumentare, e non a diminuire, almeno fino al 2040: e dipenderà in gran parte dall’aumento della domanda nei paesi in via di sviluppo.

nella foto: alcuni pozzi per l’estrazione di petrolio a McKittrick, in California (David McNew/Getty Images)
©Washington Post 2014