• Mondo
  • venerdì 28 Novembre 2014

È finito il “plebgate”

L'ex capogruppo dei conservatori britannici alla Camera dovrà risarcire un poliziotto per averlo chiamato "plebeo": intanto la sua carriera politica è finita

Il giudice dell’alta corte britannica John Mitting ha respinto ieri la causa per diffamazione portata avanti contro il tabloid Sun da parte di Andrew Mitchell, 58enne ex capogruppo del partito conservatore alla Camera dei Comuni del parlamento del Regno Unito. È la fine del cosiddetto plebgate, uno scandalo di rilevanza nazionale incentrato su un insulto – “plebeo” – che Mitchell avrebbe rivolto a un poliziotto nel 2012, nei pressi di Downing Street. Mitchell è stato condannato a pagare 300mila sterline di risarcimento al Sun e alle varie persone coinvolte; i giornali inglesi stimano che dovrà pagare successivamente fra 1,5 e 2 milioni di sterline in spese legali. Mitchell ha detto di voler «chiudere questa faccenda e andare avanti con le nostre vite» e quindi non dovrebbe fare ricorso.

Il 21 settembre del 2012 il Sun aveva raccontato che due giorni prima Mitchell aveva insultato Toby Rowland, un poliziotto di guardia ai cancelli di Downing Street – la strada privata dove abita il primo ministro inglese – accusandolo di essere un «fottuto plebeo», poiché non gli aveva permesso di passare in bicicletta per tornare a casa (per accedere a Downing Street sono necessari diversi controlli, da effettuare a piedi). In tutto il litigio durò circa quindici secondi. Fu l’inizio del plebgate (in inglese, plebeo si traduce con “pleb”): Mitchell ammise di essersi arrabbiato ma disse di non aver mai pronunciato la parola “plebeo” e fece causa al Sun. Rowland, a quel punto, fece causa a Mitchell per averlo accusato di mentire.

Poco dopo, a causa del grande spazio dato dai giornali dell’epoca, Mitchell fu costretto a dimettersi da parlamentare e dalla carica di Chief Whip del governo: una persone che ha la funzione di mantenere i rapporti tra i leader di partito e la maggioranza in parlamento. Ancora pochi giorni fa, scrivono i giornali, Mitchell aveva conservato la speranza di poter tornare in politica candidandosi alle prossime elezioni politiche: dopo la conclusione del processo, il Guardian scrive che Mitchell «sembra avere accettato che la sua vita si svolgerà fuori Westminster».

Prima di arrivare al processo, che è durato otto giorni durante i quali il giudice ha ascoltato 26 testimoni e consultato numerosi documenti, il Guardian riporta che ci sono stati alcuni tentativi di mediazione per evitare le alte spese processuali, che però non sono andati a buon fine. All’inizio del 2014, fra l’altro, un altro agente di polizia che aveva raccontato di avere assistito alla scena supportando la ricostruzione di Rowland ha ammesso di aver detto il falso ed era stato condannato da un tribunale di Londra. 

Durante il processo, Mitchell ha cercato di dimostrare che non sarebbe stato da lui pronunciare quel particolare tipo di insulto e che in generale veniva spesso lasciato passare con la bicicletta attraverso il cancello di Downing Street, come era successo la stessa mattina del 19 settembre. Fra i testimoni chiamati a supportare le sue dichiarazioni c’è stato anche il cantante Bob Geldof, che tramite una testimonianza scritta ha raccontato di essere un suo caro amico e di non avergli mai sentito pronunciare quel tipo di insulto.

Il giudice Mitting, però, ha spiegato che mentre non dubita del fatto che Mitchell non usi comunemente quella parola, la perdita della propria lucidità porta ad atteggiamenti poco razionali e dei quali ci si tende a dimenticare. Inoltre, ha detto che la ricostruzione dei fatti fornita da Mitchell non quadra con la registrazione video effettuata quel giorno dalla telecamera di sorveglianza, e diffusa nel dicembre 2012. Al contrario Mitting ha stabilito che Toby Rowland «non era il tipo d’uomo che avrebbe avuto l’acume, la fantasia o l’inclinazione per inventarsi su due piedi una ricostruzione di un insulto rivoltogli da un politico in uno scatto di rabbia». Inoltre sono emersi altri 16 casi a partire dal 2005 in cui Mitchell si è comportato male con altri poliziotti.

Mitting ha poi concluso che «per queste ragioni ritengo che al netto delle varie possibilità Mitchell ha effettivamente pronunciato le parole di cui viene accusato, o alcune così simili ad esse da essere considerate tali, compresa la parola “plebeo”, tossica dal punto di vista politico».

foto: Andrew Mitchell con sua figlia e sua moglie il 27 novembre 2014 (Carl Court/Getty Images)