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  • lunedì 27 Ottobre 2014

Il posto fisso non c’è da un pezzo

Dario Di Vico fa il punto sulla reale situazione del lavoro, e consiglia di rendersi indispensabili e stare sui social network

Quasi tutte le prime pagine dei giornali di oggi riportano una frase detta domenica da Matteo Renzi, segretario del PD e presidente del Consiglio, riguardo la cosiddetta “fine del posto fisso”; è una frase forte ma, come fa notare Dario Di Vico sul Corriere della Sera, non è una notizia da un bel po’ di tempo, ed è emblematico che in Italia ancora se ne discuta.

La querelle sul posto fisso ricorre spesso nella politica italiana degli ultimi anni e quasi sempre in riferimento all’articolo 18. Ne discussero animatamente Massimo D’Alema e Sergio Cofferati, ne parlarono due anni fa Mario Monti e il ministro Elsa Fornero e l’ha ripreso ieri Matteo Renzi. Via via che la polemica si ripete risulta sempre più facile argomentare il tramonto del mito dell’inamovibilità. È cambiata profondamente la geografia della produzione: molte lavorazioni sono state esternalizzate, sono nate intere filiere tutte al di fuori della casa madre, i cicli economici sono diventati più nervosi e anche la predisposizione di quelli che una volta si chiamavano «programmi produttivi» è diventata più erratica. Quando finalmente usciremo da questa crisi questi fattori saranno ancora più evidenti e avremo un andamento dell’economia a dente di sega, con fermate anche lunghe e improvvisi ricorsi allo straordinario o al lavoro nelle giornate festive. All’Electrolux già sta succedendo così, si alternano di fatto orari ridotti e prestazioni supplementari.

Di conseguenza ritornare agli anni del boom, a un’organizzazione industriale centrata sulla figura del capofamiglia maschio che assicurava il reddito a tutta la famiglia, rimaneva nella stessa fabbrica fino alla pensione e maturava il diritto a entrare nel circolo anziani dell’azienda, equivale a sfogliare un vecchio album di famiglia. Chi non deve solo alimentare la polemica politica e può ragionare a mente serena sostiene che questa grande trasformazione mescola elementi positivi (il lavoro viene «svegliato») assieme a conseguenze negative come una riduzione delle aree di professionalità vera. Dobbiamo comunque predisporci a considerare il lavoro come qualcosa che muta con una velocità incredibile e di conseguenza chi si pone il compito di tutelarlo deve tenersi costantemente aggiornato. Oggi non avviene. Senza voler indossare i panni della Cassandra va ricordato poi che mentre noi discutiamo di posto fisso gli interrogativi che si pone il resto del mondo in realtà sono diversi e si possono sintetizzare nell’angosciosa domanda: quanti sono i posti che riusciremo a sottrarre all’avanzata delle tecnologie labour saving? I giovani, dal canto loro, già vivono una realtà del tutto diversa.

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(foto: LaPresse)