Perché è sbagliato dire che ebola “sembra un film”

Gli "incubi ad occhi aperti" che ci costruiamo a partire dal nostro immaginario catastrofista sono esagerati e un po' egoisti, dice Slate

di Willa Paskin - Slate

La scena si apre con un neonato sorridente, al tramonto, all’aperto. La madre, la sorella e la nonna si affaccendano attorno a lui chiacchierando in tono rilassato in una lingua straniera [niente sottotitoli per lo spettatore]. Un animale, qualcosa come un pipistrello, vola fuori dagli alberi e fa cadere a terra un pezzo di un frutto [l’animale va scelto a seconda della malattia]. Il neonato allunga il suo braccino paffuto, raccoglie il pezzetto e se lo infila in bocca. Succhiandolo, sbavandoci sopra, mangiandone un pochino. Arriva la madre, che lo prende in braccio. Il neonato lascia cadere il frutto. Fra le braccia della madre, comincia a tossire.

Stiamo vivendo la prima parte di un film catastrofico? O è paranoico anche solo pensarlo?

Il noto giornalista americano Brian Williams, durante un recente servizio su ebola andato in onda sulla NBC, ha detto: «alcune di queste scene ricordano quelle di un film». «Assomiglia più a un film che alla realtà», ha detto la giornalista Abby Huntsman su MSNBC. Da quando si è cominciato a parlare di ebola sui media occidentali, sono due i film a cui si fa costante riferimento: Virus Letale, un thriller del 1995 che racconta di un virus simile a ebola che si diffonde in Africa e viene fermato da Dustin Hoffman, e Contagion, diretto da Steven Soderbergh nel 2011 – tornato nella classifica dei film più comprati su Amazon – riguardo un virus che uccide 26 milioni di persone prima che venga trovato un vaccino. Il tema del virus-che-non-può-essere-fermato è ricorrente in molti altri film, serie tv e romanzi: è la trama di storie come quelle di The Walking Dead, Il Passaggio, The Strain, 28 giorni dopo, fra i moltissimi.

Non c’è nulla di più banale e però irrefrenabile che paragonare eventi accaduti realmente a cose che vediamo nei film. Poco dopo l’11 settembre, il mondo sembrava uno di quei film di Michael Bay in cui esplode tutto. L’espressione “sembra di stare in un film” ha una sua valenza icastica: è il tipico momento surreale in cui il riconoscimento di una certa situazione diventa significativo, simbolico, twittabile – anche se è figlio di un’intuizione estemporanea, tanto solida quanto riconoscere che il cielo, oggi, ha una sfumatura simile a quello disegnato nei Simpson.

I genitori e gli amici del neonato cullano e lavano il suo cadavere piangendo, strillando, lamentandosi [il suo corpo dovrebbe apparire devastato dal virus: ma poiché si tratta di un bambino piccolo, per favore, rimaniamo entro i confini della decenza]. Sua madre, avvolta in un colorato vestito africano, distrutta, si passa la mano sopra la fronte imperlata di sudore. Comincia a sanguinare dal naso. La telecamera zooma all’indietro, e fra uno strillo e l’altro ci accorgiamo di un tappeto sonoro composto da più persone che tossiscono.

Tentiamo di comprimere la catastrofe all’interno di una narrativa per renderla comprensibile, creando un contesto per avvenimenti che altrimenti potrebbero non averlo. E nonostante le rassicurazioni degli operatori sanitari riguardo al fatto che ebola non sia un virus così grave come quelli rappresentati in Virus letale o Contagion, non possiamo fare a meno di pensare che la storia della sua diffusione provenga da una sceneggiatura. Come in Virus letale, ebola è un potente virus che distrugge i tessuti e che proviene dall’Africa. Come in Contagion, i tentativi di contenere l’infezione in un solo paese sono falliti, e la paura si è diffusa più velocemente del virus stesso (un medico, nel film, dice: «per ammalarti, devi entrare in contatto con un malato o una persona da lui toccata. Per spaventarti, tutto ciò che devi fare è entrare in contatto con una notizia non confermata in televisione o su Internet»). In più, ci sono stati altri elementi fatti a forma di passaggi di una sceneggiatura: il potenziale vaccino che non può essere sviluppato in tempo; il malato che va all’ospedale e viene rifiutato; l’arrogante affermazione che gli ospedali americani siano equipaggiati per affrontare l’epidemia, e i casi delle due infermiere infettate che dimostra come non lo siano affatto.

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Vivere una situazione “da film” ci permette di provare un misto di compiacimento e panico: il compiacimento è dato dal fatto che la sappiamo lunga, noi, su come andrà a finire questo film. Nonostante le rassicurazioni, il virus si diffonderà distruggendo le strutture della società: solo allora, forse, lo ZMapp tirato in ballo all’inizio potrà essere distribuito. Dato che ciascuno è il protagonista del proprio film, ognuno di noi pensa di cavarsela. Ma chi può dire lo stesso di quelli che ci stanno attorno?

La componente di panico è anch’essa prodotta dal fatto che sappiamo bene come andranno le cose: collasso totale della società. Nel migliore dei casi finisci in cantina con la tua famiglia e un fucile, a razionare acqua e scatolette di fagioli. E poi: sei davvero sicuro di essere il protagonista del film? E se fossi uno fra i personaggi principali che muore per dimostrare che nessuno è davvero al sicuro?

Brevi immagini di alcuni soldati di una città dell’Africa occidentale che posizionano transenne. La gente povera viene messa in quarantena, le strade sono piene di cadaveri. Un uomo [non americano] si imbarca su un aereo, sudando copiosamente dalle sopracciglia.

C’è del privilegio a pensare e preoccuparsi con questi schemi mentali. È la tipica situazione di chi non ha nulla da temere nell’immediato e ha tempo di inventarsi incubi a occhi aperti. È la reazione che puoi avere quando un giornale, preoccupato di occupare un po’ di spazio, apre un dibattito sul considerare o meno ebola l’“ISIS degli agenti biologici”. È la stessa sensazione che si prova che si prova stando su una montagna russa o guardando film catastrofici: esperienze vicine a quella della morte, ma sicure e non interamente rigettate. Sono la paura e il panico sfumate con la stessa nauseante ma inspiegabilmente soddisfacente sensazione che si prova guardando Gwyneth Paltrow che si contorce sul pavimento, sbirciando fra le dita della mano con cui ci copriamo il viso. È la differenza fra osservare lo svolgimento di un dato evento ed trovarcisi in mezzo.

Per gli americani, quando Thomas Eric Duncan è morto a Dallas di ebola – dopo l’infezione di due infermiere che lo hanno curato, dopo la promessa che non sarebbe accaduto – è come se fosse iniziatp il secondo tempo del film. Ma questo virus è in giro da mesi e ha già fatto migliaia di morti: se questo è davvero l’inizio del secondo tempo, lo è solo dalla prospettiva degli americani.

Una donna entra in un negozio di abiti da sposa. Sta sorridendo ma sembra un po’ pallida. Accetta un bicchiere di champagne da un dipendente del negozio, che comincia a mostrarle dei vestiti. La donna ne guarda alcuni e poi si blocca all’improvviso. Il bicchiere di champagne cade a terra in slow motion, rompendosi in mille pezzi.

La ragione della sopravvivenza di ebola in Africa non è data dall’impossibilità che venga contenuto, ma dalla povertà e dal caos di quei posti, e dal fatto che le strutture sanitarie locali siano mal equipaggiate. Le premesse non sono esattamente quelle di un film catastrofico. Ma la nostra mente distorce queste storie, e ci preoccupiamo della possibilità di dover razionare l’acqua o chiudere le frontiere. Cose che si fanno sempre, nei film, ma che nella vita reale aumentano solo la sensazione di panico. Se gli avvenimenti dell’11 settembre possono essere presi a esempio, dovremmo sapere bene che conoscere la trama di un film non ci aiuta a predirne il finale; e che anzi quanto più la nostra fame di contesto narrativo esercita la sua influenza, tanto più saremo spinti verso decisioni affrettate e reazioni “da film”.

Priscilla Wald, professoressa della Duke University e autrice del libro Contagious: Cultures, Carriers, and the Outbreak Narrative, ha spiegato che al momento siamo nella fase della storia in cui è in corso la ricerca di un eroe. È il momento in cui alcuni scienziati svegli e coraggiosi si inventano una soluzione che può riguardare – o anche no: non lo sappiamo ancora – un loro coinvolgimento in prima persona, tipo sperimentare su di sé di un vaccino per vedere se funziona. Lo sviluppo di ebola, però, potrebbe non prevedere tutto questo. La Nigeria e il Senegal hanno annunciato che il virus è stato contenuto con metodi a noi già noti. L’esperto di malattie infettive Paul Farmer ha scritto sulla London Review of Books che «se i pazienti ricevono una diagnosi tempestiva assieme a un trattamento aggressivo nei confronti della malattia, fino al 90 per cento di loro dovrebbe sopravvivere». Ebola, insomma, resiste al tentativo di comprimerla in una “storia”. E così dovremmo fare anche noi.

Lo schermo si tinge di nero e appare una mappa del mondo. Una linea rossa unisce l’Africa occidentale al Texas, e il Texas all’Ohio. Poi la linea si interrompe. Nel frattempo, la Guinea, la Liberia e la Sierra Leone continuano a colorarsi di rosso.

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